Finanziamenti dei partiti: schiaffo al controprogetto

Trasparenza

Il Nazionale affossa il testo, elaborato dalla Commissione degli Stati, che si oppone all’iniziativa - Contrari sia PS sia UDC

Finanziamenti dei partiti: schiaffo al controprogetto
©KEYSTONE/Anthony Anex

Finanziamenti dei partiti: schiaffo al controprogetto

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(Aggiornato alle 13.02) Il Consiglio nazionale ha bocciato il controprogetto indiretto, elaborato dalla Commissione delle istituzioni politiche degli Stati, all’iniziativa popolare «Per più trasparenza nel finanziamento della politica». Netto il responso: 168 voti contrari contro 18 favorevoli e nove astensioni.

L’iniziativa sulla trasparenza, che potrebbe dunque essere presentata al popolo senza controprogetto, vuole costringere i partiti a comunicare ogni anno bilancio e conti, così come l’origine delle donazioni superiori ai 10.000 franchi. Nelle intenzioni dei promotori, pure privati e comitati che spendono oltre 100.000 franchi per una campagna dovrebbero annunciare il budget e i versamenti più generosi incassati.

Oggi in aula, la versione della commissione degli Stati approvata lo scorso dicembre dalla Camera dei Cantoni, già di per sé meno esigente, è stata ulteriormente indebolita. Ciò ha portato al naufragio del controprogetto, respinto nella sua forma finale da entrambi gli schieramenti, pur se per ragioni agli antipodi. In pratica solo parte del PLR si è smarcato, dando il proprio via libera.

Sinistra delusa

Il no è dunque arrivato anche dalla sinistra, che, coadiuvata dai Verdi liberali, sostiene l’iniziativa popolare e si batte per una maggiore trasparenza nella politica. Il motivo è presto detto: il campo rosso-verde era disposto a fare un passo verso gli Stati ma, rimasto deluso dalle modifiche apportate dal Nazionale, ha preferito tirare una riga sul controprogetto.

Alla fine dunque obiettivo raggiunto per l’UDC, che sin dalle prime battute aveva indossato le vesti dell’oppositore numero uno, provando ad affossare l’intero dossier già nel corso del dibattito di entrata in materia. I democentristi non hanno esitato a esprimere il loro scetticismo, parlando di pseudotrasparenza e attacco alla sfera privata. A loro avviso, una normativa in questo ambito servirebbe a poco o nulla.

Inutile mostro burocratico

«Voglio sfatare un mito: non si vince una campagna politica grazie ai soldi», ha dichiarato Michaël Buffat (UDC/VD), che ha definito il progetto «un mostro burocratico». Stessi toni per il suo collega di partito Gregor Rutz (UDC/ZH), che lo ha etichettato «un’assurdità, anche perché la corruzione non è un aspetto che preoccupa gli elettori».

«I sondaggi dicono che tre svizzeri su quattro vogliono più trasparenza sui finanziamenti della politica», ha provato a smentirlo Corina Gredig (PVL/ZH). Una democrazia non può pretendere di essere fra le migliori al mondo se il suo funzionamento non è limpido, ha aggiunto Irene Kälin (Verdi/AG), ribadendo un’argomentazione sentita più volte.

Inizialmente la Camera del popolo è dunque entrata in materia, ma il fallimento del controprogetto - elaborato sotto forma di revisione della Legge federale sui diritti politici (LDP) - è stato solamente rinviato. Punto chiave il rifiuto del Nazionale di inserire l’obbligo di rivelare i nominativi dei donatori. Una volta che i deputati al fotofinish (96 voti a 94) hanno scelto per il mantenimento dell’anonimato, il PS, dando seguito alla parola data in precedenza, si è chiamato fuori.

Controprogetto sgonfiato

Come detto, il controprogetto rappresentava già un passo indietro rispetto all’iniziativa, pur mantenendone i principi cardine. Gli Stati, respingendola e proponendo invece questa via di mezzo, avevano provveduto a confezionare una revisione legislativa meno stretta, alzando a 25.000 franchi per le donazioni e a 250.000 franchi per le campagne il tetto oltre il quale gli attori politici sono tenuti a fare chiarezza.

Già in sede di commissione era però emerso come la variante accolta dai «senatori» fosse tutt’altro che convincente agli occhi dei consiglieri nazionali, che l’hanno ritenuta nonostante tutto esagerata. In primis, rendere pubblica l’identità dei donatori è stata bollata come un’ingerenza eccessiva della sfera privata. Senza dimenticare i contrasti sulle cifre o sulla modalità dei controlli.

Tale impressione è stata confermata durante la seduta odierna, con il plenum che ha partorito un controprogetto ancora più annacquato e insostenibile agli occhi della sinistra, che ha votato massicciamente per il no. Il dossier torna ora al Consiglio degli Stati: in caso di ulteriore flop, spazio all’iniziativa senza controprogetto.

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