«Gli studenti, sono loro il motore dell’evoluzione»

L’intervista

Con Yves Flückiger, presidente di swissuniversities, cerchiamo una definizione che possa aiutarci a descrivere lo stato attuale delle università svizzere - E si parla anche di sostenibilità

«Gli studenti, sono loro il motore dell’evoluzione»
© CdT/Gabriele Putzu

«Gli studenti, sono loro il motore dell’evoluzione»

© CdT/Gabriele Putzu

L’USI compie 25 anni. Noi sottolineiamo il traguardo con una serie di pagine dedicate non tanto alla ricorrenza quanto al contesto con il quale la stessa istituzione dovrà confrontarsi oggi e domani. Parliamo di sostenibilità, partendo dagli obiettivi di sviluppo dell’ONU. Lo faremo in collaborazione con la stessa USI, iniziando da una chiacchierata con il presidente di swissuniversities.

La pandemia passerà. Gli studenti torneranno a occupare le aule universitarie. Gli atenei d’altronde non aspettano altro. Sono lì per essere vissuti, in presenza, pronti a rispondere alle esigenze dei tempi, a una chiamata che tocca in particolare il tema della sostenibilità. Ne abbiamo parlato con Yves Flückiger, rettore dell’Università di Ginevra e presidente di swissuniversities.

Rettore, ci può dare una definizione delle università svizzere oggi?

«Il primo termine che userei è “eccellenza”. Eccellenza che ritroviamo su due livelli. Innanzitutto nel numero di studenti che, in Svizzera, hanno l’opportunità di formarsi in una delle cento migliori scuole al mondo - mi riferisco alla classifica di Shanghai -: due terzi degli studenti universitari svizzeri frequentano uno di questi atenei. E poi ritroviamo l’eccellenza anche nel successo che la Svizzera ottiene nei programmi europei di ricerca».

Il secondo termine?

«È “polivalenza”. La riscontriamo in un sistema basato su una complementarietà che va dalle alte scuole pedagogiche a università e politecnici, passando dalle alte scuole specializzate, combinando ricerca fondamentale e ricerca applicata. Un sistema fluido, nel quale gli studenti possono facilmente passare da una filiera all’altra, senza particolari ostacoli o vicoli ciechi. E la polivalenza si lega anche alla multidisciplinarietà, perché la formazione deve contribuire, sempre più e sempre con maggiore flessibilità, a risolvere le sfide del presente».

Da una parte un’eccellenza figlia del passato, dall’altra valori utili nella lettura del futuro.

«Sì, è proprio così. Il tutto con un’apertura al mondo che è dote rara, che non riscontriamo in altri Paesi. Il sistema è aperto, ospita buone percentuali di studenti e professori dall’estero. L’USI in questo senso è un ottimo esempio. Questa apertura è un elemento forte del sistema educativo svizzero, e proprio per questo vanno mantenute le relazioni con l’Europa».

Ha citato l’USI, che sta per compiere i suoi primi venticinque anni. Come sono evolute le università svizzere in questo lasso temporale?

«Più che di un’evoluzione, parlerei di una forma di adattamento. Perché parliamo di istituzioni spesso di grande taglia. Per quanto concerne l’USI, ha fatto un percorso di crescita notevole, inserendosi al meglio all’interno del panorama universitario svizzero e trovando ideali nicchie, nelle quali ha già raggiunto quell’eccellenza di cui si parlava».

Ha sfruttato in questo senso anche la sua giovane età?

«Sì, e poi si tratta di un’università ancora relativamente piccola. Ciò si traduce in una maggiore possibile reattività e in una più spiccata flessibilità. È anche più facile andare, con questa maggiore agilità, ad occupare campi non ancora occupati da altri atenei».

«Gli studenti, sono loro il motore dell’evoluzione»

Quale sarà il ruolo delle università nel futuro?

«Per me va ricercato nell’esigenza di legami sempre più forti con la società. Eravamo abituati a vedere e a vivere le università come fossero torri d’avorio. Oggi non è più così, tutte le nostre alte scuole hanno sviluppato legami con il “mondo fuori”. Essere in dialogo con la società significa capire le sfide a cui la stessa è chiamata a rispondere, e portare quindi un contributo alla risposta. Durante la pandemia il mondo universitario si è mobilizzato per portare sul campo le proprie esperienze».

Insiste molto sul ruolo attivo delle nostre università. Non era così in passato?

«No, le distanze erano maggiori. Non si tratta di influenzare la rispettiva epoca in maniera machiavellica, bensì di portare innovazioni che vadano a beneficio della popolazione, di innovare per la società, guardando però tutti i lati dell’innovazione stessa, anche quelli più etici. Il mondo accademico ha un compito fondamentale, ovvero contribuire a costruire la democrazia, lottando contro le fake news, insistendo sui fatti, sulle evidenze scientifiche, e non sui fantasmi costruiti in modo strumentale».

Lo sviluppo si accompagna per forza con la sostenibilità. Come viene vissuto il tema dalle università svizzere?

«Su differenti livelli. Innanzitutto nel modo di proporre l’insegnamento: è importante rivederlo in quest’ottica. Penso in particolare all’insegnamento dell’economia, anche se in realtà è un tema che va vissuto in modo trasversale, coinvolgendo tutti i rami. I 17 obiettivi di sostenibilità dell’ONU hanno infinite sfaccettature. Ma molto mi aspetto anche dagli studenti, perché sono loro la principale forza di evoluzione e di cambiamento. Loro chiedono oggi un altro tipo di formazione, orientata alla sostenibilità, perché sono preoccupati per il futuro del pianeta, non soltanto in termini ambientali, ma anche sociali. Domandano molto. E allora dobbiamo costruire con loro e per loro. Nell’insegnamento dobbiamo integrare l’innovazione, un’innovazione che dovranno essere loro però a proporre. Noi li seguiremo, li accompagneremo nella costruzione di progetti sempre più concreti. E la ricerca stessa deve essere orientata in questa direzione, a queste sfide. Ma non basta».

Ovvero?

«La sostenibilità tocca anche il livello istituzionale. Noi - università svizzere - dobbiamo incarnare lo spirito della sostenibilità. E ciò si traduce in molteplici azioni, dall’attribuzione delle borse di studio alla scelta del cibo da proporre nelle caffetterie, passando per una maggiore attenzione ai consumi. Occorre insomma passare all’azione, perché se il traguardo è il 2030 il tempo è contato. La pandemia qualcosa ci ha pure insegnato...».

Ecco, la pandemia. Quali impronte lascerà sulla filosofia di insegnamento?

«Il passaggio all’insegnamento a distanza ci ha spinti a riflettere in merito a nuovi indirizzi pedagogici, in modo da mantenere alte attenzione e motivazioni degli studenti e quindi trasmettere in modo adeguato la conoscenza. Non sono state poche le innovazioni introdotte allora, anche perché la vocazione delle nostre alte scuole è la presenza, è l’incontro, è lo scambio. Tutto ciò rimane vitale. Ma tra i nuovi metodi pedagogici introdotti, ve ne sono alcuni che potrebbero arricchire anche l’insegnamento di domani. Penso, tanto per cominciare, a quegli studenti che, dovendo contemporaneamente lavorare, faticavano a seguire i ritmi dei corsi in presenza. Ora le aule sono equipaggiate in modo da rendere fruibili le lezioni in streaming, anche al di là quindi della pandemia. Anche questa può essere considerata sostenibilità».

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