Il sostenitore dell’Isis resta in carcere

Giustizia

Il Tribunale penale federale (TPF) ha respinto la richiesta di scarcerazione di un iracheno condannato a 5 anni e 10 mesi lo scorso ottobre, in quanto considerato a rischio fuga

 Il sostenitore dell’Isis resta in carcere
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Il Tribunale penale federale (TPF) ha respinto la richiesta di scarcerazione di un iracheno, condannato a 5 anni e 10 mesi lo scorso ottobre per sostegno allo Stato islamico. L’uomo, considerato a rischio fuga, rimarrà quindi dietro le sbarre per motivi di sicurezza.

L’8 ottobre 2020, la Corte penale del TPF aveva pronunciato una pena di 70 mesi (o appunto 5 anni e 10 mesi) nei confronti del 52.enne, oltre all’espulsione per 15 anni dalla Svizzera. Si trattava comunque di un verdetto più clemente rispetto ai 6 anni e 9 mesi richiesti dal Ministero pubblico della Confederazione (MPC), che voleva anche l’internamento.

L’uomo ha depositato ricorso contro la sentenza, ma, con una decisione risalente a metà gennaio e resa nota oggi, la Corte dei reclami penali del TPF ha giudicato rispettato il principio di proporzionalità da parte dell’istanza precedente. Inoltre, ha considerato fondato il pericolo di fuga, già avanzato dal Tribunale delle misure coercitive bernese.

L’iracheno non ha infatti legami rilevanti nella Confederazione e in passato ha tentato di procurarsi false identità. Perciò, pur se l’interessato ha già trascorso in carcere circa 1000 giorni, il mantenimento della detenzione è stato ritenuto ragionevole.

In autunno, il TPF aveva reputato comprovato l’impegno dell’iracheno al servizio dell’Isis, una causa alla quale aveva consacrato molto tempo nel periodo tra il 2016 e il maggio 2017, momento dell’arresto nel canton Turgovia. Il suo ruolo era stato definito «multifunzionale». L’imputato aveva contatti con i dirigenti dell’organizzazione terrorista ed era lui stesso un membro, per la precisione un quadro di livello intermedio, del sedicente Stato islamico.

L’uomo, che vive in Svizzera da oltre 20 anni senza aver mai avuto lavori regolari, era stato condannato per aver agito a più riprese dalla Confederazione per conto dell’Isis. Respinta invece la teoria che stesse preparando un attentato suicida, etichettata dalla corte come pura speculazione.

La difesa puntava invece a una pena pecuniaria e all’assoluzione dai principali capi d’accusa, sostenendo che su oltre 26’000 messaggi esaminati ne fossero stati estrapolati solo alcuni, giungendo a conclusioni errate. L’uomo nega a sua volta ogni coinvolgimento con gli estremisti islamici. L’impianto accusatorio non ha «niente a che vedere con la realtà», aveva dichiarato in occasione del processo.

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