Il suffragio femminile svizzero compirà a breve 50 anni, ma perché è così giovane?

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È solo a seguito della votazione popolare del 7 febbraio 1971, che le donne elvetiche possono votare - L’analisi di Irene Widmer per Keystone-ATS

Il suffragio femminile svizzero compirà a breve 50 anni, ma perché è così giovane?
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Il suffragio femminile in Svizzera compie 50 anni. È un argomento che genera sempre ilarità nelle conversazioni con gli stranieri. E proprio la Confederazione, la seconda democrazia più vecchia del mondo dopo gli USA, è stata uno degli ultimi Paesi a concedere alle donne i loro pieni diritti civili. L’hanno preceduta anche Gibuti e Kiribati, nonché la maggior parte degli Stati islamici.

Secondo la letteratura in merito, il motivo principale della tardiva introduzione del suffragio femminile è stato paradossalmente la democratizzazione precoce del 1848. Mentre in altri Paesi il diritto di voto veniva introdotto dal Parlamento, in Svizzera questo poteva essere fatto solo modificando la Costituzione, il che richiedeva un voto popolare. E il popolo è in media meno libero da pregiudizi dell’élite politica.

Inoltre, l’elettorato maschile era attaccato ai suoi privilegi. «La costruzione della mascolinità repubblicana - e con essa l’esclusione delle donne dalla politica» - era particolarmente accentuata in Svizzera, perché l’ideologia era strettamente intrecciata con i miti di fondazione della Confederazione, basati sulla fratellanza virile, spiega Werner Seitz nel suo libro di fresca pubblicazione «Auf die Wartebank geschoben». (che si potrebbe tradurre in italiano con «Lasciate in panchina»)

Nel corso di una più tardiva revisione totale della Costituzione, l’introduzione del voto alle donne sarebbe avvenuta in maniera relativamente agevole, senza molte discussioni. Ma la prima revisione totale è arrivata troppo presto, nel 1874, e la seconda solo nel 1999.

Secondo Seitz, il coinvolgimento delle donne nella vita pubblica si rivelò poi anche controproducente. Nella prima metà del XIX secolo, furono fondate associazioni femminili attive nell’assistenza ai poveri, nell’educazione delle ragazze e nell’assistenza infermieristica. Queste donne, per lo più di estrazione borghese, perseguivano una cosiddetta strategia dualistica: il ruolo servile di moglie, casalinga e madre esteso alla sfera pubblica ha cementato così l’idea della «immaturità» politica della donna.

Ciò nonostante il lavoro politico di milizia nel settore sociale ha avuto anche i suoi lati positivi: le donne hanno potuto vedere la dinamica delle procedure amministrative e del processo legislativo e hanno così acquisito competenze politiche, nota Seitz.

Ciò ha dato i suoi frutti. Nelle prime votazioni dopo l’adozione effettiva del suffragio universale, donne qualificate erano pronte: dieci di loro più una «subentrante» sono state elette in Parlamento: il 5,5%. E, almeno nel Consiglio Nazionale, la proporzione è cresciuta continuamente. Stando alle ultime elezioni del 2019 il tasso di donne è del 42%.

Nel Consiglio degli Stati, nei governi cantonali e, naturalmente, nell’esecutivo federale, il processo ha richiesto un po’ più di tempo. Elisabeth Kopp fu la prima consigliera federale donna eletta, 13 anni dopo l’introduzione del suffragio femminile.

Il preside del suo liceo - se fosse stato ancora vivo - sarebbe probabilmente rimasto sorpreso. Una volta aveva rimproverato l’allieva per aver «portato via» un posto alla scuola secondaria ad un ragazzo. A suo parere avrebbe figurato meglio quale stella del pattinaggio artistico.

Quando fu accettato in Svizzera il diritto di voto per le donne ebbe una maggioranza sorprendentemente di favorevoli: il 7 febbraio del 1971, lo votarono 621.109 uomini, ossia una quota del 65,7%, con un’affluenza del 57,7%. In quel momento, le donne avevano già il diritto di voto e di candidarsi alle elezioni in nove cantoni, sia cantonali che comunali.

Ma l’alba del suffragio femminile in Svizzera è sorta ad occidente, scrive Lotti Ruckstuhl nel suo libro del 1986 «Frauen sprengen Fesseln» (Il suffragio femminile in Svizzera: storia di una conquista). Si riferisce al ruolo di pionieri che hanno avuto i cantoni della parte occidentale del Paese. Vaud fu il primo a dare il voto anche alle donne nel 1959, seguito da Neuchâtel lo stesso anno e da Ginevra nel 1960. Questi tre, più Basilea Città, hanno anche avuto il più alto tasso di «sì» nel 1971: dall’82 al 91,1%.

Per molto tempo, nessun raggio di sole per le pari opportunità elettorali delle donne raggiunse invece gli Appenzellesi, nel lontano oriente del Paese. Alla prima votazione federale in materia, nel 1959, la media svizzera dei favori era del 33,1%, a fronte di solo il 4,9% ad Appenzello Interno. Nel 1971, i «sì» nel piccolo cantone raggiunsero il 28,9%: meno della metà della media svizzera.

Dopo che Appenzello Esterno ha introdotto il suffragio femminile cantonale e il diritto di eleggibilità nel 1989, il popolo di Appenzello Interno lo ha respinto per la terza volta nel 1990. Tuttavia, il Tribunale federale decise che ciò non era possibile e diede finalmente anche alle donne di «Innerrhoden» il diritto di voto a livello cantonale. Così, il 28 aprile del 1991, le donne furono autorizzate a partecipare per la prima volta alla Landsgemeinde. Ma, si lamentavano gli uomini di Appenzello: se le donne sono alla Landsgemeinde, chi cucinerà e accudirà i bambini?

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