Imprese responsabili: il «sì» del popolo non basta

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Decisiva l’opposizione in massa della Svizzera tedesca - Ora, a meno di un referendum, si fa spazio al controprogetto

Imprese responsabili: il «sì» del popolo non basta
©KEYSTONE/Salvatore Di Nolfi

Imprese responsabili: il «sì» del popolo non basta

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Ci si attendeva un risultato tirato e così è stato, ma alla fine la bocciatura nella maggioranza dei Cantoni ha spento già nel primo pomeriggio le velleità dei sostenitori dell’iniziativa «Per imprese responsabili - a tutela dell’essere umano e dell’ambiente». Inutile quindi, in quello che è uno scenario molto raro, la vittoria di misura (50,7%) del sì in termini di schede: decisiva l’opposizione in massa della Svizzera tedesca. Ora, a meno di referendum, spazio al controprogetto.

Come ipotizzavano i sondaggi, la votazione federale odierna sul tema si è rivelata un serrato testa a testa, con i due schieramenti molto vicini. Man mano che arrivavano i vari risultati definitivi però, è apparso chiaro che l’esito del voto popolare sarebbe stato solo pura cosmesi.

Questo perché l’ottenimento della maggioranza dei Cantoni, requisito indispensabile da soddisfare trattandosi di una modifica della Costituzione, si è fatto sempre più una chimera per i sostenitori del testo, fino a sfumare del tutto. Alla fine l’ago della bilancia del voto popolare (per 1,299 milioni di schede a 1,261) si è spostato dalla loro parte, ma non ciò non è bastato. È solo la decima volta - e la prima dal 2013 - su 637 consultazioni che si verifica questa combinazione particolare, in cui non è sufficiente accaparrarsi la maggioranza alle urne.

Si smarcano Cantoni urbani

Di facile lettura l’analisi a livello regionale. I Cantoni germanofoni, con le sole eccezioni degli urbani Berna, Zurigo e Basilea Città, si sono schierati contro l’iniziativa, depositata nell’ottobre 2016. I più convinti sono stati Svitto (68,4%), Nidvaldo (67,8%) e Appenzello Interno (65,0%). Nei Grigioni la bocciatura (54,2%) è stata meno sonora.

Tolto il bilingue Vallese, la Romandia ha votato compatta sì, in particolare Giura (68,7%), Neuchâtel (64,6%) e Ginevra (64,2%). I Cantoni francofoni sono stati imitati, pur se con percentuali meno nette, dal Ticino (54,2%). A scrutino ultimato sono stati in otto e mezzo (considerando Basilea Città) su 23 ad appoggiare il testo. L’affluenza a livello nazionale si è attestata al 46,5%, un dato nella media.

Il testo

L’iniziativa chiedeva che le aziende che hanno la loro sede statutaria, l’amministrazione centrale o il centro d’attività principale in Svizzera rispettassero, sia in patria che all’estero, i diritti umani riconosciuti e le norme ambientali internazionali. In caso contrario, il rischio era di essere chiamati davanti a un tribunale della Confederazione a rispondere dei danni causati e doversi confrontare con richieste di risarcimento, secondo il diritto svizzero.

Ciò sarebbe valso, ed era questo il punto più controverso, anche per i danni provocati da società all’estero che le imprese elvetiche hanno in mano economicamente senza parteciparvi sul piano operativo. Le aziende svizzere - un unicum a livello internazionale - sarebbero diventate responsabili degli eventuali comportamenti scorretti delle loro controllate (filiali, fornitori, partner commerciali), sebbene sul piano giuridico queste siano autonome.

Sollievo per l’economia

Questa responsabilità diretta verso le proprie controllate all’estero era fumo negli occhi per i contrari all’iniziativa. Il timore era che le multinazionali elvetiche diventassero una sorta di capro espiatorio, un albero della cuccagna da saccheggiare da parte degli avvocati stranieri.

A loro avviso, anche le imprese che agiscono in maniera esemplare sarebbero diventate ricattabili. Pur lodandone le intenzioni, anche il Consiglio federale e il Parlamento raccomandavano di respingere il testo, etichettandolo come un esperimento ad alto rischio da evitare e deleterio per la piazza economica elvetica, a maggior ragione nel bel mezzo di una pandemia. Questo anche perché le multinazionali avrebbero potuto semplicemente aggirare il problema lasciando la Confederazione.

Comprensibile dunque il sospiro di sollievo tirato oggi da economiesuisse. La direttrice romanda Cristina Gaggini ha sottolineato a Keystone-ATS come il testo fosse fonte di grande incertezza per l’insieme del tessuto economico svizzero. Dal canto suo, il presidente Christoph Mäder si aspettava un esito sul filo del rasoio. Tuttavia, a suo parere ciò non rappresenta una perdita di fiducia del popolo nei confronti degli ambienti economici

Secondo il PLR, fortunatamente la Svizzera non agirà in solitaria a livello internazionale. L’UDC è sollevata dal fatto che i cittadini non abbiano ceduto al ricatto moralista degli iniziativisti, mentre per il PPD il controprogetto è lo strumento più indicato.

Delusione ma non solo fra sostenitori

Il testo era invece sostenuto da 130 organizzazioni e da diversi partiti (PS, Verdi, Verdi liberali, PBD e PEV), ma si annotavano battitori liberi anche in seno alle altre forze politiche.

I fautori consideravano l’iniziativa una soluzione pragmatica e applicabile, sottolineando come la tutela dei diritti umani e dell’ambiente fosse per i più scontata e che la sua inosservanza non potesse essere un vantaggio concorrenziale per i pochi «furbetti». Il controprogetto è invece ritenuto inefficace e poco incisivo.

Molto deluso dalla sconfitta l’ex consigliere agli Stati PLR Dick Marty, co-presidente del comitato d’iniziativa, che però si è mostrato battagliero, dicendosi sicuro che la vittoria arriverà un domani. Il ticinese ha però aggiunto minaccioso che la Svizzera rischia di essere di nuovo l’ultima della classe, se non un cancro.

Il PS è amareggiato, ma sottolinea come sia stato mandato un segnale forte all’economia. Per i Verdi, la Svizzera prima o poi sarà obbligata a legiferare sul rispetto dell’ambiente e dei diritti dell’uomo all’estero da parte delle sue multinazionali.

Controprogetto

Ora, a meno che non sia contestato tramite referendum, entrerà in vigore il controprogetto indiretto, adottato dal Parlamento e sostenuto dal Consiglio federale. Esso è considerato «light», anche perché la versione iniziale del Consiglio nazionale, che riprendeva i principali elementi dell’iniziativa, è stata poi annacquata dagli Stati.

Il controprogetto definitivo non prevede alcuna responsabilità per le filiali estere, pur spingendo verso una maggiore trasparenza le multinazionali, chiamate a riferire ogni anno sulle politiche in materia di diritti umani e non solo. I nuovi obblighi sono coordinati internazionalmente, contrariamente a quanto previsto dall’iniziativa.

Il controprogetto contempla inoltre doveri di diligenza in ambiti sensibili come il lavoro minorile e le estrazioni di materie prime in zone di conflitto. Le violazioni possono essere punite con una multa fino a 100’000 franchi.

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