Iniziativa anti-burqa: il popolo dice sì al 51%

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Accolto il divieto di dissimulazione del volto - L’iniziativa passa in Ticino con il 60,5% di sì - Si va inoltre verso un sì all’accordo con l’Indonesia e un no all’identità elettronica certificata dallo Stato - TUTTI I RISULTATI

Iniziativa anti-burqa: il popolo dice sì al 51%
©Mads Claus Rasmussen/Ritzau Scanpix via AP

Iniziativa anti-burqa: il popolo dice sì al 51%

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(In aggiornamento)

L’iniziativa anti burqa è stata accolta

L’iniziativa anti burqa è stata accolta: la proposta di introdurre nella Costituzione il divieto di dissimulare il volto ha raccolto il 51,2% dei consensi e l’adesione di 20 dei 26 cantoni. Il Ticino, che nel 2013 aveva fatto da apripista accogliendo un’analoga normativa cantonale, ha approvato l’oggetto con il 60,5%. Sul fronte dei contrari si sono per contro schierati i Grigioni (49,6% di sì).

La Svizzera non si muove peraltro da cavaliere solitario: anche altri cinque paesi europei - Francia, Belgio, Austria, Bulgaria e Danimarca - hanno vietato l’uso di burqa e niqab, considerato un simbolo dell’islam politico e della sua volontà di proselitismo, nonché l’espressione di un’inaccettabile sottomissione della donna. Per il governo e il parlamento il testo era invece eccessivo.

L’iniziativa era stata lanciata dal Comitato di Egerkingen, che già era riuscito a far approvare un’iniziativa nel 2009, quella sui minareti, che all’epoca raccolse il 57,5% dei consensi.

Giungono intanto le prime reazioni al risultato.

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Il Ticino dice ancora sì

Nel canton Ticino ci sono segni di un sì al divieto del burqa. Scrutinati i risultati dei 111 Comuni, il «sì» vince con il 60,5%, contro il 39,5% di no. La partecipazione al voto è del 45,39%. Complessivamente i sì sono 60’352, i no sono 39’425.

Il Ticino conferma quindi l’orientamento già espresso a livello cantonale nel 2013 e lo fa in modo ancora più deciso: il sì ha raccolto il 60,5%; otto anni fa l’analogo divieto cantonale era stato accolto con il 54,4%.

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Sì all'accordo con l'Indonesia

I cittadini hanno accettato oggi alle urne l’Accordo di partenariato economico con l’Indonesia con il 51,66% dei voti (1’408’057 schede). I «no» si sono fermati al 48,34% (1’317’706 schede). L’affluenza si è attestata al 50,45%.

L’intesa è stata accolta bene soprattutto nella Svizzera centrale, con Nidvaldo che ha fatto registrare il 62,67% di «sì», Zugo il 61,85%, Obvaldo il 59,12% e Svitto il 58,87. In Ticino l’accordo è stato accettato di misura con il 50,81%, mentre nei Grigioni i favorevoli hanno raggiunto il 53,81%. Il testo ha trovato diversi sostenitori anche a Zurigo (58,18%), Appenzello Interno (57,37%), Argovia (56,52%), San Gallo (55,99) e Lucerna (55,91%).

A creare invece il più classico dei Röstigraben ci ha pensato la forte opposizione romanda, con il 65,84% di «no» a Vaud, il 64,71% nel Giura, il 60,48% e Neuchâtel, il 59,73% a Ginevra e il 53,72% a Friburgo. A dirsi contrario c’è stato però anche Basilea Città, dove il testo è stato respinto dal 51,19% dei cittadini. Questi sono anche gli unici sei cantoni che hanno espresso un voto contrario.

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In Ticino prevale il sì

Nel caso dell’accordo di partenariato economico con l’Indonesia, il sì si afferma con il 50,8% di voti e il 49,2% di no. La partecipazione al voto è stata del 45,35%. I conteggi confermano 49’667 schede per il sì e 48’082 per il no.

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Chiaro no all'identità elettronica

Gli svizzeri non vogliono lasciare alle imprese private il compito di fornire l’identità elettronica. Il verdetto delle urne è stato netto: 64,3% di no, una percentuale superiore alle previsioni dei sondaggi. In Ticino i contrari sono stati il 55,8% e nei Grigioni il 61,7%. Ora sostenitori e avversari sono concordi nell’affermare che è necessario trovare al più presto una soluzione che susciti fiducia nei cittadini. La partecipazione al voto si è attestata di poco sopra al 50%.

La bocciatura odierna contrasta con le nettissime maggioranze che la Legge sull’identificazione elettronica aveva raccolto in entrambe le Camere federali nel settembre del 2019, poche settimane prima delle elezioni federali. Già allora però un sondaggio rappresentativo aveva mostrato che la stragrande maggioranza dei cittadini voleva ottenere l’identità digitale direttamente dallo Stato e non nutriva fiducia nelle imprese privare in materia di protezione dei dati. Le rassicurazioni di governo, parlamento e sostenitori del testo durante la campagna non sono quindi riuscite ad invertire la tendenza, anzi: il campo dei contrari si è progressivamente rafforzato nelle ultime settimane.

I ticinesi, con neppure il 56% di voti contrari, sono stati i meno «severi». Solo in altri tre cantoni la percentuale di «no» è stata inferiore al 60%, anche se di pochissimo, mentre le bocciature più secche si registrano a Basilea città (70,7%) e Vaud (70,5%).

La legge era destinata a semplificare la vita dei cittadini con l’introduzione di un identificatore unico, certificato dallo Stato, in sostituzione nei numerosi nomi di utenti e parole chiave che vengono utilizzati in rete. L’utilità di una e-ID non era contestata, è la gestione da parte di aziende private che ha suscitato aspre critiche.

Il «No» odierno è un «Sì» all’identificazione gestita dallo Stato, ha detto Erik Schönenberger, uno dei responsabili della campagna contro l’E-ID, alla televisione svizzera tedesca SRF. Secondo Schönenberger, è possibile lanciare una nuova identità elettronica fra due anni. Se necessario, potrebbe essere integrata con un chip, una soluzione sicura e conveniente. «Ci aspettiamo che il Consiglio federale non consideri questo risultato come una sconfitta, ma piuttosto come un mandato per sviluppare un approccio globale per un servizio pubblico digitale», ha aggiunto Benoît Gaillard (PS), coordinatore del referendum nella Svizzera romanda.

Anche i sindacati interpretano il «no» come un segno che il popolo non vuole privatizzare la sovranità dei dati. È compito dello Stato, e non delle banche e delle assicurazioni, certificare l’identità dei cittadini, afferma l’Unione sindacale svizzera (USS). Quello che serve ora è un’identificazione elettronica ufficiale che sia pubblica e trasparente e serva l’interesse pubblico. Un simile servizio di base, accessibile a tutti, sarebbe un passo importante verso una digitalizzazione equa e gioverebbe anche all’economia svizzera, precisa un comunicato.

La Svizzera ha perso «l’opportunità di fare un grande passo avanti nello sviluppo tecnologico», affermano invece i sostenitori del progetto. L’Alleanza per un’eID svizzera chiede ora un dialogo rapido e costruttivo. Nicolas Bürer, direttore esecutivo di Digitalswitzerland, ha fatto appello ai politici affinché riprendano in mano rapidamente il dossier. «Dobbiamo andare avanti nell’interesse di tutti e non perdere terreno a favore di altri paesi», si legge nella nota. L’Unione svizzera arti e mestieri (usam) gli ha fatto eco chiedendo «una nuova soluzione per regolare le condizioni quadro per l’introduzione dell’e-ID», perché questo è un elemento importante per l’innovazione nell’economia sempre più digitalizzata.

Il referendum, che aveva raccolto 64’000 firme, era stato lanciato da Società Digitale, dall’organizzazione svizzera Campax, dalla piattaforma We collect e dall’associazione Public Beta e sostenuto da Ps, Verdi liberali, Verdi, Unione sindacale svizzera (Uss), Travail.Suisse e diverse organizzazioni degli anziani.

A livello elvetico si moltiplicano le reazioni al no odierno.

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Anche in Ticino vince il no

In Ticino la legge sull’identità elettronica è stata bocciata dal 55,8% dei votanti, contro 44,2% di favorevoli. La partecipazione si fissa al 45,38%. Le schede a favore sono state 43’539, quelle contrario 54’978.

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