Legge CO2: bocciata dal 51,6% dei votanti

votazioni federali

A pesare sul risultato sono stati in particolare i cantoni rurali – In Ticino ha vinto il «no» con il 55,5%

Legge CO2: bocciata dal 51,6% dei votanti
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Era da qualche settimana che i sondaggi la davano in difficoltà: oggi i cittadini svizzeri hanno dato il colpo di grazia alla Legge sul CO2, bocciandola di misura, con il 51,6% delle schede. A far pendere l’ago della bilancia sono stati i cantoni più rurali. La partecipazione al voto è stata del 58,9% degli aventi diritto.

Il progetto ha perso gradualmente sostegno con il passare delle settimane. Gli argomenti finanziari sostenuti dagli oppositori, che hanno fatto campagna a tappeto fuori dalle grandi città, hanno finito per fare breccia. Sul progetto ha probabilmente avuto un influsso negativo anche la concomitante votazione sulle due iniziative agrarie, che hanno oscurato il tema della salvaguardia del clima.

In Ticino la legge è stata respinta con il 55,5% dei voti, per una partecipazione del 48,7%. Nei Grigioni - dove ha preso parte allo scrutinio il 59,7% degli aventi diritto - la bocciatura è stata del 53,4%.

Fra i campioni del «no» spiccano i cantoni della Svizzera centrale, come Svitto (65,5%), Uri (65,0%), Nidvaldo (61,8%), Obvaldo (63,8%), Glarona (60,0%), ma anche tutta la parte orientale del Paese, come Appenzello Interno (64,9%) o San Gallo (57,1%), ai quali vanno ad aggiungersi Argovia (56,0%) e i romandi Vallese (60,1%), Giura (58,2%) e Friburgo (55,6%). Meno nette le opposizioni a Berna (51,5%), Lucerna (52,0%) e Zugo (52,3%).

Sull’altro fronte, un «sì» deciso è giunto da Basilea Città (66,6%), Ginevra (61,4%), ma anche, seppur meno marcato, da Zurigo (55,4%) Vaud (53,2%) e Neuchâtel (52,6%).

Naufragio

Il primo grande naufragio della legislatura: così lo ha definito il noto politologo Claude Longchamp, a lungo numero uno dell’istituto gfs.bern, per il quale le conseguenze si faranno sentire e sotto pressione sarà in particolare il PLR, che dovrà pensare attentamente alla direzione che vuole dare alla sua politica ambientale e climatica.

La popolazione svizzera si è lasciata disorientare dagli argomenti degli oppositori, «che erano semplicemente privi di fondamento», ha invece affermato il presidente dei Verdi liberali (PVL) Jürg Grossen, dicendosi sorpreso. La co-presidente del PS Mattea Meyer si è detta estremamente delusa, aggiungendo che è ora di intervenire sulla causa principale della crisi climatica, «le soluzioni finanziarie che distruggono il pianeta». Posizione condivisa dal presidente dei Verdi Balthasar Glättli, per il quale «solo così otterremo un impatto globale».

Per la presidente del PLR Petra Gössi, con il «no» degli elettori l’obiettivo climatico si allontana. Dicendosi delusa, ha aggiunto che il compromesso elaborato con l’appoggio dei partiti borghesi si spingeva probabilmente troppo lontano per la popolazione. Aziende, associazioni e privati continueranno comunque il cammino verso una maggiore protezione del clima, ha da parte sua garantito il comitato dei favorevoli. Non fare nulla non è un’opzione, «né per la nostra industria, né per i nostri posti di lavoro, né per il clima».

Sollievo

Il fatto che un’approvazione avrebbe aumentato i prezzi per chi si muove in auto, per il riscaldamento e le vacanze sono stati recepiti, si è invece rallegrato il consigliere nazionale UDC sangallese Mike Egger, aggiungendo che una legge con così tanti articoli è tutt’altro che liberale e ingabbia l’economia. L’influenza a livello globale della Svizzera, che ha già fatto molto per la protezione del clima, è piccola, ha poi sostenuto. «Siamo stati in grado di dimostrare che si trattava di una pura ridistribuzione», ha aggiunto il collega sciaffusano Thomas Hurter.

«La legge sul CO2 andava nella direzione sbagliata: prendeva di mira le persone e lasciava fuori i grandi inquinatori», secondo Franziska Meinherz, del comitato referendario per un’ecologia sociale. «La popolazione non vuole misure che rendano la vita quotidiana più costosa», ha ammonito Meinherz, che fa anche parte dello Sciopero per il clima. Per raggiungere la neutralità climatica nel 2030 bisogna prima occuparsi dei settori più inquinanti, quello degli importatori di automobili e quello finanziario, ha concluso, condividendo a questo proposito quanto sostenuto da PS e Verdi.

La legge e il referendum

La riveduta legge sul CO2 aveva come obiettivo il dimezzamento, entro il 2030, dei gas a effetto serra emessi dalla Svizzera rispetto al 1990, per rispettare gli impegni presi firmando l’Accordo di Parigi sul clima. Si basava in gran parte sul principio «chi inquina paga», con una ridistribuzione alla popolazione e alle imprese della maggior parte delle imposte riscosse.

Oltre a una tassa sui biglietti aerei compresa fra 30 e 120 franchi e all’aumento del prezzo dei carburanti fino a un massimo di 10 centesimi al litro (12 dal 2025), contemplava una serie di altre misure, per esempio per il risanamento e il riscaldamento degli immobili, e l’istituzione di un fondo per il clima.

Dopo l’approvazione da parte delle Camere federali nel settembre del 2020, con la sola opposizione dell’UDC, contro la legge è stato lanciato un referendum da due distinti comitati. Il primo, composto da rappresentanti dell’industria automobilistica, dei trasporti, dell’aviazione, dell’edilizia, del petrolio e della politica, ha messo in guardia contro il rischio di più burocrazia, più divieti e soprattutto nuove tasse.

Secondo i loro calcoli la Legge sul CO2 sarebbe costata alla collettività e all’economia dai 30 ai 40 miliardi di franchi, e l’onere aggiuntivo per una famiglia di quattro persone sarebbe stato di almeno 1500 franchi all’anno. Il secondo comitato era formato da quei settori ambientalisti, principalmente romandi, che ritenevano la normativa troppo timida per lottare efficacemente contro il riscaldamento climatico. Complessivamente hanno raccolto 72’622 firme valide.

Per il Consiglio federale, i costi di un cambiamento climatico incontrollato supereranno di gran lunga quelli generati dalle misure di protezione dell’ambiente.

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