Mascherine senza IVA, pressing sul Parlamento

Sanità

Curaviva, l’associazione mantello delle istituzioni che si occupano di persone bisognose di assistenza, è favorevole all’iniziativa Chiesa per sgravare il materiale di protezione sanitaria

 Mascherine senza IVA, pressing sul Parlamento
© Keystone/Christian Beutler

Mascherine senza IVA, pressing sul Parlamento

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Niente IVA, o al massimo ad un tasso ridotto, per mascherine, disinfettanti, camici e guanti. Lo aveva chiesto in maggio, durante la prima ondata pandemica, il «senatore» Marco Chiesa, convinto che l’emergenza giustifichi l’esclusione di alcuni prodotti di protezione sanitaria divenuti d’uso comune. Un trattamento differenziato non sarebbe una novità. Già oggi determinate prestazioni non soggiacciono all’imposta sul valore aggiunto o beneficiano di un tasso ridotto. Oltre all’aliquota normale del 7,7%, ci sono un’aliquota speciale del 3,7 % (settore alberghiero) e una ridotta del 2,5%: quest’ultima, nella sanità, viene prelevata sui medicamenti ma non sul materiale di protezione. Secondo il consigliere agli Stati UDC, autore di un’iniziativa parlamentare, la Confederazione dovrebbe diminuire il costo complessivo dei prodotti, alleggerendone il peso sui prezzi quotidiani pagati dalla popolazione, ma non dovrebbe nemmeno lucrare sulla commercializzazione di prodotti imprescindibili per preservare la salute personale e pubblica.

Sostegno dagli addetti ai lavori

La proposta di Chiesa dovrebbe essere esaminata prossimamente dalla Commissione economia e tributi degli Stati. Proprio in vista della discussione politica si schiera a fianco del «senatore» ticinese Curaviva, l’associazione mantello delle 2.700 istituzioni per persone bisognose di assistenza (anziani, bambini e adolescenti, disabili) attive in Svizzera. Le istituzioni affiliate si occupano di circa 120 mila persone e impiegano oltre 130 mila collaboratori. «Considerati gli sforzi importanti di economia e contribuenti per fare fronte ai costi della pandemia, l’iniziativa sembra particolarmente sensata», scrive il direttore Daniel Höchli. «Sensata per la popolazione in generale, ma anche per gli istituti medico-sociali, che devono fare fronte a spese particolarmente elevate per il materiale di protezione». Secondo Curaviva, la richiesta di esentare dall’IVA (o di ridurre l’aliquota) colpisce nel segno, perché in questo periodo è necessario usare una quantità importante di materiale, «il che aggrava considerevolmente i costi delle cure e del sostegno ai residenti». Secondo l’associazione di categoria «è irrazionale aggravare gli oneri finanziari dei Cantoni, dei Comuni, delle casse malati e dei pazienti per sostenere le entrate fiscali dell’IVA».

Beni di prima necessità

«Mascherine e disinfettanti sono ormai divenuti, volenti o nolenti, beni di prima necessità», dice Chiesa, soddisfatto per il sostegno incassato da un importante attore nazionale. «Bisogna chiedersi se è giusto che lo Stato, sebbene in modo del tutto automatico e involontario, ricavi un guadagno, oggi ancor più importante, da queste necessità. Si tratta pur sempre di costi della salute. Il perimetro dei beni imponibili si può sempre ridiscutere, ma ricordo che in ogni caso a pagare è sempre il contribuente». L’IVA è la seconda entrata in termini di gettito (22, 5 miliardi di franchi) dopo l’imposta federale diretta (23,2 miliardi). Dietro il suo ammontare, spiega Chiesa, ci sono comunque decisioni politiche. Per questo anche stavolta una discussione è benvenuta. «Il sostegno di Curaviva, a mio avviso, può contribuire a comprendere meglio le esigenze di un settore confrontato con un costante aumento dei costi, non da ultimo per la pandemia», rileva il «senatore», che è stato per 15 anni direttore di una casa per anziani.

Pollice verso per i ristoranti

La scorsa primavera Chiesa aveva presentato anche una mozione per esonerare temporaneamente dall’IVA il settore della ristorazione e quello alberghiero. Lo scopo era di stimolare la domanda interna in un ambito penalizzato da una prolungata chiusura dell’attività. In quel frangente però Ueli Maurer aveva detto che una diminuzione dell’IVA non rappresentava una priorità e che avrebbe avuto in ogni caso un impatto limitato sulla domanda. Anche per questo il «plenum» aveva respinto la richiesta a larga maggioranza.

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