Non si dovrà andare a votare sul contrassegno «CH»

DEMOCRAZIA DIRETTA

Dopo quella contro l’ora estiva è finita in niente anche l’iniziativa che chiedeva di abolire l’adesivo da applicare sul veicolo e di trasferire la sigla sulla targa – Il Consiglio federale non esclude un ripensamento generale

 Non si dovrà andare a votare sul contrassegno «CH»
©CdT/Archivio

Non si dovrà andare a votare sul contrassegno «CH»

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Nel cimitero delle iniziative popolari uscite prematuramente di scena si è aggiunta una nuova lapide: quella con incisa «Iniziativa sulle targhe», che mirava ad abolire l’autocollante con la sigla «CH» e ad inserire l’indicazione della nazionalità direttamente sulla placca, accanto allo stemma del cantone e al numero. Il termine per la raccolta delle sottoscrizioni è scaduto il 16 novembre. I promotori, un comitato di sette persone che ruota attorno ad una famiglia sangallese, non sono riusciti a raccogliere le 100 mila firme necessarie. In realtà il decesso prematuro della proposta era annunciato, perché i suoi sostenitori avevano già alzato bandiera bianca in gennaio.

L’iniziativa, presentata in forma generica, prevedeva che in caso di approvazione popolare le nuove targhe venissero introdotte al più tardi due anni dopo il voto. Circolare senza l’adesivo all’estero è attualmente passibile di multa (da 15 a 400 euro a dipendenza degli Stati). L’obbligo deriva dalla Convenzione di Vienna sulla circolazione stradale del 1968, la quale prevede che ogni automobile in circolazione all’estero debba obbligatoriamente avere il segno distintivo dello Stato in cui il veicolo è immatricolato.

La rinuncia

«Non è più possibile raccogliere le firme necessarie entro il termine stabilito», avevano scritto i promotori in un comunicato, pregando gli eventuali interessati di non più trasmettere i moduli con le sottoscrizioni. «Nel primo terzo della nostra fase di raccolta (n.d.r. iniziata il 5 marzo 2019) siamo stati molto soddisfatti. Anche se eravamo in ritardo, speravamo di recuperare il deficit. Purtroppo, le collaborazioni sperate non si sono mai concretizzate. Insieme al continuo calo del numero di firme ricevute, abbiamo dovuto ammettere che non saremmo stati in grado di raccogliere il numero di firme richiesto. Per evitare sforzi assolutamente inutili, non verificheremo quindi neanche le firme ricevute e di conseguenza non le presenteremo alla Cancelleria federale. Poiché è giuridicamente impossibile ritirare l’iniziativa, questa si concluderà dopo il periodo di raccolta non presentando alcuna firma». La scadenza naturale sarebbe stata in settembre, ma a causa del coronavirus il Governo aveva sospeso per 72 giorni, fra marzo e maggio, i termini per le domande di iniziative e referendum.

Il Touring Club Svizzero, ha ricordato la Tribune de Genève, aveva deciso di non associarsi alla causa, sia per ragioni di costi sia perché riteneva inadeguato un intervento di rango costituzionale. Il tema era comunque stato rilanciato un mese dopo l’avvio della raccolta di firme dal consigliere agli Stati Andrea Caroni (AR) tramite un’interpellanza. Il «senatore» PLR aveva scritto che per quanto opportuna potesse sembrare la richiesta «i mezzi per attuarla appaiono sproporzionati».

La placca estesa

Il Consiglio federale aveva detto che l’adesivo «CH» adempiva al suo scopo: «È economico e pratico, inoltre è obbligatorio soltanto per i viaggi all’estero». C’è comunque una questione pratica da risolvere. «In tema di targhe la Svizzera si troverà ad affrontare una problematica: nei cantoni densamente popolati la scorta di sequenze numeriche a sei cifre ancora disponibili sarà presto esaurita, rendendo inevitabile un ripensamento complessivo del sistema delle targhe. Al più tardi in tale occasione, infatti, fra le altre idee di ottimizzazione al vaglio del Consiglio federale vi sarà anche la targa estesa con la sigla dello Stato incorporata in sostituzione dell’attuale adesivo». Quanto ai tempi per una revisione totale delle norme sulle targhe « non è ancora stato definito un calendario vincolante».

Un altro flop

Il fallimento ufficiale dell’iniziativa popolare fa seguito di pochi giorni al ritiro della proposta di abolire il cambio dell’ora. I suoi promotori, favorevoli a tenere tutto l’anno l’ora dell’Europa centrale, hanno gettato la spugna. Il termine sarebbe scaduto ufficialmente il 20 dicembre, ma in ottobre era stata raccolta solo la metà delle 100 mila sottoscrizioni necessarie.

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