«Oltralpe non si fanno sconti a Cassis»

Il caso

Oscar Mazzoleni commenta il polverone sulla sponsorizzazione di Philip Morris al padiglione svizzero di Dubai - «Manca diplomazia nel comunicare il lavoro della diplomazia stessa»

«Oltralpe non si fanno sconti a Cassis»
Foto Fiorenzo Maffi

«Oltralpe non si fanno sconti a Cassis»

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BELLINZONA - Sulla sponsorizzazione di Philip Morris al padiglione svizzero di Dubai si è sollevato un polverone. La Commissione della politica estera del Nazionale ne discuterà in occasione di un incontro a metà agosto e in attesa della politica abbiamo intervistato Oscar Mazzoleni, direttore dell’Osservatorio della vita politica all’Università di Losanna, per capire com’è visto il ministro ticinese Ignazio Cassis oltralpe.

Il finanziamento del colosso delle sigarette Philip Morris al padiglione svizzero dell’Esposizione universale di Dubai 2020 sta facendo discutere. Dal suo punto di vista come commenta?

«Mi sembra che questa vicenda rinvii a molti altri casi. Il rapporto tra Amministrazione federale, Governo e mondo dell’economia è diventato più stretto. Sotto la pressione dei processi di globalizzazione, le relazioni internazionali sono sempre più influenzate da ragioni economiche. Oggi la diplomazia, più che in passato, è diventata un canale di promozione economica. Ciò è dovuto anche e soprattutto alla percezione che le grandi aziende possano spostarsi più liberamente e che occorra perciò mobilitare ogni risorsa dello Stato per trattenerle. E questo non vale ovviamente solo per la Svizzera, dove primeggia la volontà di difendere la piazza finanziaria e le esportazioni elvetiche. Tuttavia, un legame più stretto tra economia e diplomazia comporta anche alti rischi politici. Il tutto può facilmente sfuggire di mano - dal punto di vista della comunicazione – e diventare oggetto di scontro politico. Anche perché non tutte le aziende sono viste dall’opinione pubblica come un beneficio per l’insieme del Paese. L’impressione che emerge è che alle volte manchi diplomazia nel comunicare l’operato della diplomazia stessa. Soprattutto su questo tipo di temi che sono ipersensibili per l’opinione pubblica».

Detto della vicenda Philip Morris dalla sua elezione in Consiglio federale Ignazio Cassis ha fatto parlare di sé anche per altri dossier quali l’export di armi o l’apertura dell’ambasciata a Mosca. Ma qual è l’immagine del consigliere federale ticinese oltralpe? E quale attenzione viene data a queste vicende?

«Per l’accresciuto peso dell’economia nella diplomazia, il ruolo di direttore del Dipartimento federale degli affari esteri è più delicato di quello che si crede. Inoltre, fin dalla sua elezione, Ignazio Cassis è stato accusato da più parti sul piano nazionale, in primis dal Partito socialista, di non svolgere adeguatamente il compito che gli è stato affidato. Al Sud delle Alpi, e ciò è comprensibile, c’è un atteggiamento più benevolo nei confronti del consigliere federale ticinese. Invece, Oltralpe non gli si sconta nulla. Ogni mossa è messa sotto i riflettori. Ogni scivolone comunicativo è pronto a trasformarsi in scandalo. Scettici e oppositori sanno inoltre bene che le difficoltà di Cassis possono tornare utili soprattutto in vista delle elezioni di autunno».

Oltralpe ci sono quindi più giudizi negativi che positivi?

«Difficile dare una risposta univoca. Diciamo che negli ultimi mesi alcune controversie hanno polarizzato l’opinione di chi sostiene il direttore degli Esteri rispetto a contro coloro che, invece, ne sottolineano le debolezze, vere o presunte tali. Non è un mistero che quando è stato eletto, Cassis ha dimostrato un’inclinazione maggiore a destra piuttosto che a sinistra. Il giudizio che viene mosso nei suoi confronti è quindi anche e soprattutto legato alla sua collocazione politica. Non sorprende che a sinistra siano più sensibili e critici sul modo in cui agisce il Dipartimento degli affari esteri, e ciò soprattutto quando ci sono in gioco esportazioni di armi o multinazionali del tabacco».

In tal senso emerge una chiara differenza rispetto al suo predecessore, Didier Burkhalter.

«A parte qualche sfumatura di carattere politico, ci sono soprattutto differenze di stile tra i due. Cassis appare più popolare rispetto a Burkhalter. Allo stesso modo, sulle relazioni con l’Unione europea, Cassis si è dimostrato assai più proattivo del suo predecessore, spesso accusato di immobilismo».

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