«Per i test fai da te è ancora presto»

Coronavirus

Nuovo incontro dalla capitale con i tecnici della Confederazione per aggiornare la popolazione sull’andamento epidemiologico nel nostro Paese - LA DIRETTA

«Per i test fai da te è ancora presto»
© KEYSTONE/Anthony Anex

«Per i test fai da te è ancora presto»

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(Aggiornato alle 14.50) - Nuova conferenza stampa da Berna con gli esperti della Confederazione per fare il punto sulla situazione nel nostro Paese e aggiornare la popolazione sull’andamento della pandemia. Relatori del punto informativo Anne Lévy, direttrice dell’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP), Virginie Masserey, responsabile della Divisione malattie infettive dell’UFSP, Fosca Gattoni, vice capo della Sezione diritto agenti terapeutici dell’UFSP, Rudolf Hauri, presidente dell’Associazione dei medici cantonali, Milo Puhan, direttore dell’Istituto di epidemiologia, biostatistica e prevenzione dell’Università di Zurigo e Amedeo Cianci, capo della Sezione giuridica 2 dell’UFSP.

LA DIRETTA

LA CONFERENZA STAMPA

La prima a prendere la parola è stata Anne Lévy: «Nonostante i miglioramenti, non dobbiamo dimenticare che la pandemia non è finita, la situazione è delicata. Basta uno sguardo all’estero per accorgerci quanto il numero dei casi sia complessivamente comunque in leggero aumento, bisogna stare attenti. Questo vale anche per la Svizzera».

L’importanza delle analisi

La campagna di test è un elemento importante, ha sottolineato ancora la direttrice dell’UFSP. «La strategia è stata ampliata e i test verranno fatti in modo sempre più mirato e in maniera da prevenire le diffusioni più problematiche, come ad esempio nelle case anziani. «Finora 17 cantoni hanno presentato un concetto per i test anche per gli asintomatici e questo è incoraggiante», ha continuato Lévy.

Autotest non ancora approvati

Lévy ha inoltre spiegato anche perché i test fai da te non sono ancora consentiti in Svizzera. «All’inizio sono state testate solo le persone sintomatiche, gli asintomatici solo in maniera mirata, cioè per proteggere le persone a rischio. L’autotest non rientra invece in questa strategia: la loro qualità è troppo bassa e non sono affidabili come i PCR, per esempio». L’UFSP ne sta ad ogni modo seguendo lo sviluppo, è stato assicurato e forse in futuro anche questo tipo di analisi potrebbero essere approvati in Svizzera. «La qualità deve essere garantita».

Utilità della App con le riaperture

Anche se i casi diminuiscono, la ricerca di contatti rimane importante, ha continuato Lévy. «Se il numero di infezioni dovesse aumentare, il tracciamento dei contatti diventerà più complesso». Per quanto riguarda l’applicazione SwissCovid, essa è usata da 2 milioni di persone ogni giorno, ha detto. Soprattutto in tempi di apertura di passi, l’app potrebbe aiutare a tracciare catene di infezioni. «Bisogna continuare a testare, effettuare un tracciamento adeguato per spezzare le catene di contagio e vaccinarsi», ha proseguito.

Il valore R sale ancora

Virginie Masserey ha poi continuato definendo la situazione epidemiologica abbastanza buona ma delicata. «C’è stata una diminuzione del numero di morti e dell’occupazione degli ospedali. Le varianti con mutazioni, tuttavia, continuano ad aumentare. Il capo dell’UFSP ipotizza che quasi il 70 per cento delle infezioni in Svizzera siano dovute alle nuove varianti. Masserey invita quindi alla prudenza in nome del fatto che «il valore R nel paese è salito di nuovo, è superiore a 1».

Vaccini in aumento: oltre un milione di dosi consegnate

Masserey si è poi soffermata sul numero di vaccinazioni eseguite. «Questi continuano ad aumentare: 1.164.075 dosi sono state consegnate finora e 260.000 persone nel Paese sono oggi vaccinate». L’UFSP presume che tutti i residenti delle case di riposo siano infatti già stati immunizzati. «Ma dobbiamo continuare ad essere vigili», ha concluso.

Permanenza degli anticorpi

Le persone con anticorpi sono nettamente aumentate rispetto alla prima ondata e sono arrivate fino al 20/25% in certi cantoni, ha spiegato Milo Puhan dell’Università di Zurigo, parlando del programma Corona Immunitas, che analizza appunto l’immunità nella popolazione in Svizzera. È la prova che la seconda ondata ha colpito più duramente. Un altro dato interessante, in particolare nell’ottica della lotta al virus, è che 6 mesi dopo l’infezione in alcuni pazienti sono ancora rilevabili gli anticorpi.

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