Cassis: «Da Bruxelles ci aspettiamo un gesto positivo»

Rapporti con l’UE

Il capo del DFAE su equivalenza della Borsa e accordo quadro – In caso di no c’è comunque un piano B e si continuerà a trattare

Cassis: «Da Bruxelles ci aspettiamo un gesto positivo»
(Foto Ti-Press)

Cassis: «Da Bruxelles ci aspettiamo un gesto positivo»

(Foto Ti-Press)

Cassis: «Da Bruxelles ci aspettiamo un gesto positivo»

Cassis: «Da Bruxelles ci aspettiamo un gesto positivo»

Cassis: «Da Bruxelles ci aspettiamo un gesto positivo»

Cassis: «Da Bruxelles ci aspettiamo un gesto positivo»

Cassis: «Da Bruxelles ci aspettiamo un gesto positivo»

Cassis: «Da Bruxelles ci aspettiamo un gesto positivo»

LUGANO - Si avvicina la stretta finale sull’accordo quadro istituzionale. Berna ha chiesto tre chiarimenti a Bruxelles sul testo negoziato, mentre martedì 18 giugno la Commissione europea dovrà decidere se prolungare o meno il riconoscimento dell’equivalenza della Borsa svizzera. Una decisione che l’UE aveva subordinato a progressi significativi sull’accordo. «Ci aspettiamo un gesto positivo. Se ci sarà lo interpreteremo in modo favorevole. Un no non sarebbe un atto di apertura che invoglia a venirsi incontro, ma non per questo smetteremo di trattare. Indipendentemente da come andrà a finire continueremo a lavorare come sin qui deciso», ha detto il capo del DFAE Ignazio Cassis, intervenendo sabato a Lugano all’assemblea nazionale della Società svizzera degli impiegati di commercio. Il Governo insomma non vuole farsi condizionare e mettere sotto pressione da una questione che lo stesso Cassis ha definito un «sotto-problema» rispetto a quella dell’intesa istituzionale. Anche perché, se del caso, Berna ha predisposto un piano B per limitare l’impatto dell’eventuale ritorsione di Bruxelles. «Dal punto di vista giuridico l’equivalenza non ha niente a che vedere con l’accordo. Certo, la misura potrebbe creare un danno alla piazza finanziaria ma sicuramente non la metterebbe in ginocchio. La questione ben più importante è la parte materiale dell’accordo».

Il piano B, messo a punto dal Dipartimento delle finanze dopo essersi consultato con gli operatori del settore, è contenuto in un’ordinanza pronta ad entrare in vigore automaticamente il 1. luglio. «Vista l’importanza della piazza finanziaria svizzera, la misura potrebbe anche non piacere troppo a certi Stati dell’UE», ha detto Cassis.

Gli sforzi vanno incanalati nella ricerca di soluzioni sui tre punti critici del testo. E qui, ha ribadito il consigliere federale, non è prioritario il tempo ma i contenuti. «Con l’UE del resto non è mai stato definito insieme un termine. Per noi chiarire significa parlare con l’UE e vedere quale strada può essere percorsa per ottenere le rassicurazioni chieste della Svizzera», ha detto rispondendo ad una domanda del direttore dell’informazione RSI Reto Ceschi.

Ma cosa succederà in concreto nelle prossime settimane? «Abbiamo avviato un processo di chiarimento con Bruxelles. Due punti sono molto maturi sul piano interno e si potrà cominciare a discuterne molto presto con la controparte: si tratta degli aiuti di Stato e della direttiva sulla cittadinanza, per la quale abbiamo chiesto che nessuna disposizione dell’accordo potrà essere interpretata come un obbligo da parte svizzera di riprenderla. Quanto alla tutela dei salari, a causa dell’impasse dell’estate scorsa ora siamo in ritardo nella discussione interna. Prima dobbiamo essere in chiaro su cosa vogliamo insieme, Confederazioni, partner sociali e Cantoni. Lo faremo nelle prossime settimane».

Cassis ha ricordato che nella lettera inviata a Bruxelles il 7 giugno il Governo aveva detto di voler trovare un accordo ancora con l’attuale commissione europea, il cui mandate scadrà (al più presto) il 31 ottobre. Se i chiarimenti chiesti a Bruxelles fossero soddisfacenti, l’accordo verrebbe firmato. Ma ci sarebbe il consenso del popolo? «Sono già molto contento se sarà approvato dal Consiglio federale. Rispetto all’anno scorso però c’è una dinamica più positiva nel collegio. Tutti in questa fase sono allineati. Queste consultazioni hanno rafforzato la convinzione che questo testo è un buon punto di partenza e si può andare oltre, chiarendo i tre punti in sospeso. Quella sull’accordo quadro sarebbe una decisione storica». E in caso di fine prematura o di no popolare? «Se l’accordo non riuscisse a giungere al termine del suo percorso, perché fermato dal Governo, dal Parlamento o dal popolo, la Svizzera non cesserà certo di esistere. Dovremo riprendere tutto da capo. Ma prima o poi dovremo definire giuridicamente i nostri rapporti con l’Unione.

Da parte sua la SIC svizzera, presieduta dal consigliere agli Stato di Zurigo Daniel Jositsch (PS) ribadisce il so sostegno all’intesa e si dice preoccupata per «l’inutile ritardo» sull’accordo quadro «a causa delle posizioni massimaliste dei sindacati».

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

Ultime notizie: Politica
  • 1
  • 1