Sì all’iniziativa anti-burqa, Marco Chiesa: «Segnale contro l’Islam radicale»

le reazioni

I Giovani Verdi sono indignati dal risultato e intendono portare il caso di fronte alla Corte europea dei diritti dell’uomo, mentre il presidente dell’UDC ha ricordato che Strasburgo ha già ritenuto accettabile la proibizione del velo integrale – Per il collettivo Les Foulards Violets in questo modo si banalizzano xenofobia e razzismo Federazioni islamiche deluse

Sì all’iniziativa anti-burqa, Marco Chiesa: «Segnale contro l’Islam radicale»
©KEYSTONE/Peter Klaunzer

Sì all’iniziativa anti-burqa, Marco Chiesa: «Segnale contro l’Islam radicale»

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(Aggiornato alle 17.31) Alla luce dei risultati delle votazioni iniziano ad arrivare le reazioni di politica e associazioni.

I Giovani Verdi si dicono indignati per il sì che si sta profilando all’iniziativa contro la dissimulazione del volto: si tratta di un attacco frontale ai diritti fondamentali e alla protezione delle minoranze, si legge in un comunicato.

Gli ecologisti promettono che aiuteranno le donne toccate dal divieto a impugnare in tribunale le decisioni prese dalle autorità nei loro confronti: se necessario fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo.

È assai problematico quando una maggioranza si impone attraverso una votazione sui diritti fondamentali di una minoranza, afferma Julia Küng, co-presidente della sezione giovanile dei Verdi.

Amnesty International: «Il divieto viola la libertà di espressione e di religione»

L’accettazione dell’iniziativa anti-burqa rappresenta una nuova discriminazione di una determinata comunità religiosa: lo sostiene Amnesty International (AI), secondo cui il mandato costituzionale alimenta inutilmente le divisioni e le paure. Il divieto del velo integrale non è una misura volta alla liberazione delle donne: al contrario, viola la libertà di espressione e di religione, afferma Cyrielle Huguenot, responsabile dei diritti delle donne di AI Svizzera, citata in un comunicato. L’ong chiede al mondo politico e al Consiglio federale di «sostenere inequivocabilmente i diritti fondamentali delle minoranze religiose del paese e di impegnarsi per una coesistenza pacifica». In particolare auspica misure per garantire che il divieto del velo integrale non emargini le donne interessate o le escluda dalla sfera pubblica.

Comitato Egerkingen: saggia decisione

Il sì all’iniziativa contro il burqa è il secondo successo per il comitato di Egerkingen, già all’origine del testo sui minareti, che non manca quindi di esprimere soddisfazione. «Si è trattato di una saggia decisione del popolo svizzero», ha detto il presidente Walter Wobmann. Ora la Svizzera potrà stabilire regole chiare su come le persone sono tenute a mostrarsi in pubblico, ha indicato il consigliere nazionale (UDC/SO) a Keystone-ATS. A suo avviso il testo costituzionale non impone un codice di abbigliamento obbligatorio, come hanno sostenuto gli oppositori: nessuno si rende volontariamente irriconoscibile. Wobmann ha aggiunto di non poter e di non voler dire quali siano i prossimi piani del suo comitato. Con il minareto e il velo integrale sono stati affossati due simboli tipici dell’Islam politico: non è il momento, adesso, di guardare al futuro, ha concluso.

Federazione turismo deplora l’accettazione e fa l’esempio del Ticino

La Federazione svizzera del turismo (FST) deplora l’accettazione dell’iniziativa anti-burqa. Il settore, che sta già soffrendo molto per la crisi del coronavirus, non può permettersi ulteriori complicazioni, ha affermato la direttrice Barbara Gisi. La Svizzera, paese aperto, era lieta di accogliere turisti con il velo integrale, ha indicato Gisi all’agenzia Keystone-ATS. I ricchi ospiti dei paesi del Golfo sono ormai persi, ha aggiunto. La FST cercherà ora, attraverso attività di sensibilizzazione, di accogliere il maggior numero possibile di viaggiatori socialmente più progressisti provenienti dalle stesse nazioni. Secondo Gisi l’esempio del Ticino dimostra che il divieto del burqa ha un impatto sul turismo. Il cantone sudalpino ha perso il 30% dei visitatori provenienti dagli stati del Golfo: la direttrice della FST ritiene che il divieto del velo sia stato il fattore decisivo.

Nordmann (PS): «Non è stato risolto nessun problema»

«Non è stato risolto nessun problema, nulla cambia e nemmeno i diritti delle donne sono progrediti»: lo dice il presidente del gruppo PS alla Camere federali Roger Nordmann, commentando il voto sull’iniziativa contro la dissimulazione del volto. «Cosa può succedere? Non credo che i cantoni creeranno brigate anti-burqa», puntualizza il consigliere nazionale vodese in dichiarazioni rilasciate all’agenzia Keystone-ATS. A suo avviso si sono sommati due sì: quello discriminatorio dell’UDC contro gli stranieri e quello laico contro i simboli religiosi nello spazio pubblico. Rispetto ad altre votazioni come quella sui minareti, che è stata accettata dal 57,5% nel 2009, si può dire che «il voto di oggi segna una chiara ritirata dalla linea xenofoba stigmatizzante», ha proseguito Nordmann. «L’UDC non è in gran forma», si è rallegrato. Il 47enne stima che circa un quarto dell’elettorato di sinistra abbia sostenuto l’iniziativa per ragioni laiche e femministe.

Glättli (Verdi): «Risultato scioccante, che fa male»

Un risultato scioccante, che fa terribilmente male: così descrive l’esito del voto sull’iniziativa anti burqa il presidente dei Verdi svizzeri, Balthasar Glättli. Il fatto che il verdetto delle urne sia stato comunque molto più serrato che nel caso dell’iniziativa sui minareti del 2009 è rassicurante, ha commentato il consigliere nazionale zurighese a Blick Tv. Si può sperare che i prossimi attacchi alle minoranze religiose non trovino più una maggioranza di fronte al popolo, ha aggiunto.

Chiesa: «I Verdi possono risparmiare soldi»

Un chiaro segnale contro l’Islam radicale e i teppisti, nonché a favore di una convivenza pacifica: è la lettura del presidente dell’UDC Marco Chiesa del voto odierno favorevole all’iniziativa anti burqa. Intervistato da Blick Tv il consigliere agli Stati ticinese ha ricordato che la Corte europea dei diritti umani ha già ritenuto accettabile la proibizione del velo integrale. «I Giovani Verdi possono risparmiare soldi, se evitano di prendere la via di Strasburgo», ha aggiunto, facendo riferimento a quanto affermato dagli ecologisti nel pomeriggio.

Tamara Funiciello: «Smettiamola di dire alla donne come si devono vestire»

Smettiamola di dire alla donne come si devono vestire: lo afferma la copresidente della sezione femminile del partito socialista (PS) svizzero Tamara Funiciello, che deplora l’esito dell’iniziativa anti burqa. «La nostra lotta per una società con parità di diritti e libera non finisce qui», ha detto la consigliera nazionale bernese all’agenzia Keystone-ATS. A suo avviso il sì all’iniziativa non risolve i veri problemi come il sessismo, il razzismo e la violenza: è inoltre un cattivo segnale nei confronti della comunità islamica. «Bisogna sostenere la comunità musulmana: il PS lo farà, perché essa è parte della nostra società», ha concluso la nota femminista ed ex presidente dei giovani socialisti svizzeri.

CCIS, islamofobia ora ancorata nella Costituzione

Il divieto del velo integrale è «una grande delusione per i musulmani che sono nati e cresciuti in Svizzera»: lo afferma il Consiglio centrale islamico della Svizzera (CCIS), secondo cui gli iniziativisti sono riusciti ad ancorare l’islamofobia nella Costituzione federale. Spetta al Consiglio federale prendere ore le misure necessarie affinché i musulmani siano protetti dalla discriminazione, ha indicato a Keystone-ATS Ferah Ulucay, segretaria centrale della CCIS (IZRS nella sua sigla tedesca). A suo avviso l’iniziativa non servirà a nulla. Nessuna multa è stata finora inflitta nel canton San Gallo, otto anni dopo la votazione sul divieto del burqa. I promotori hanno giocato sulle paure della popolazione, ha proseguito. Hanno dipinto scenari «come se fossimo a Kabul o in Iran», critica Ulucay. La CCIS promette che sarà al fianco delle donne che portano il niqab. «Le sosterremo e pagheremo le multe finché avremo le risorse per farlo: se necessario, andremo fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo», ha concluso.

Federazioni islamiche deluse: «In Francia è aumentata la violenza»

Dopo il sì all’iniziativa anti burqa la Federazione delle organizzazioni islamiche della Svizzera teme per la sicurezza dei musulmani. «In Francia dopo il divieto del velo si è vista aumentare la violenza», afferma il portavoce Pascal Gemperli.

«Siamo delusi», ha detto Gemperli a Keystone-ATS. «Il voto ha preso di mira una specifica comunità, come successo con i minareti, e non si sa cosa verrà dopo», ha aggiunto.

«Posso capire che molte persone abbiano votato per convinzione, per proteggere certe donne, e non sotto la spinta di intenzioni negative verso la comunità musulmana: ma comunque si creerà un’atmosfera piuttosto malsana», ha proseguito l’addetto stampa.

Il collettivo Les Foulards Violets: «Così si banalizzano xenofobia e razzismo»

Il sì all’iniziativa rischia di banalizzare la xenofobia e il razzismo nei confronti dei musulmani: lo sostiene Myriam Mastour, membro del collettivo Les Foulards Violets ed esponente dello sciopero nazionale delle donne.

Le donne che indossano il velo integrale subiscono già discriminazioni, sputi e insulti, ha affermato l’attivista ai microfoni di RTS. A suo avviso il voto odierno è anche frutto di un malinteso: gli studi dimostrano che le donne che indossano il burqa sono convertite, non straniere, e nessuno le costringe a farlo. Non vogliono essere liberate: dicono al contrario, «a forza di salvarmi finirai per opprimermi».

«È una presa di coscienza»

Il voto odierno sull’iniziativa contro la dissimulazione del volto burqa è rivelatore di una presa di coscienza sulla violenza sportiva e sull’Islam: ne è convinto Mohamed Hamdaoui, esponente del Centro nel canton Berna e membro di un comitato a favore della modifica costituzionale.

Interpellato da Keystone-ATS, Hamdaoui ha detto di aver accolto «con enorme sollievo» i primi risultati. Temeva infatti uno scenario simile a quello dell’iniziativa sulle multinazionali responsabili del novembre scorso, dove il popolo ha detto sì, ma la maggioranza dei cantoni si è opposta.

Secondo Hamdaoui occorreva stabilire in modo chiaro che la lotta contro l’hooliganismo non può essere lasciata ai cantoni e nel contempo era necessario lanciare un segnale forte contro l’islamismo: e non contro i musulmani, che hanno evidentemente il loro spazio nella Confederazione.

L’elezione ha rivelato divisioni nei partiti di sinistra e tra le femministe che non sorprendono il politico ed ex giornalista: «La sinistra in Francia, in Belgio e anche nel Regno Unito sta vivendo le stesse tensioni: all’interno dei partiti di sinistra dovrà avvenire un vero dibattito».

Fra le femministe invece vi è stato uno scontro generazionale, ha argomentato Hamdaoui. «Le più anziane, quelle che hanno lottato per il diritto di voto, hanno detto sì a questa iniziativa, mentre le più giovani si sono opposte». Anche in questo ambito sarà necessario un chiarimento.

Islam progressista: «Un sì contro il totalitarismo»

Il sì trasversale al divieto di burqa e niqab è da interpretare come un no a un’ideologia totalitaria che non ha diritto di esistere in una democrazia: è la lettura di Saïda Keller-Messahli, fondatrice del Forum per un islam progressista. A suo avviso il segnale sarà molto ben compreso sia in Svizzera che all’estero.

Nella Confederazione il disagio nei confronti dell’Islam organizzato è grande, ha indicato l’esperta a Keystone-ATS. «Ci sono molte cose di cui non si parla. C’è anche una forma di censura. Non si ha il diritto di criticare l’Islam politico ad alta voce. La gente ha paura di essere tacciata di razzismo o islamofobia».

Secondo Keller-Messahli occorre al contrario parlare apertamente di argomenti tabù quali il jihadismo, la radicalizzazione e l’aggressività degli islamisti.

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