Una sigaretta dopo l’altra durante la pandemia

Fumo e coronavirus

Molti fumatori hanno aumentato il consumo di «bionde» a causa di stress e tempi più diluiti, nonostante l’allarme degli esperti: «I tabagisti rischiano forme più gravi di COVID-19»

Una sigaretta dopo l’altra durante la pandemia
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Una sigaretta dopo l’altra durante la pandemia

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«A volte penso che anch’io posso fuggire, raggiungere te, trovare ai miei perché un posto per morire. Ma è solo il tempo che ha voglia di scherzare, basta una sigaretta, la mia bugiarda fretta, e passa, l’istinto di sognare».

Le sigarette, per ingannare il tempo. Le sigarette, per ingannare la mente. La poesia del creatore di «Dylan Dog» Tiziano Sclavi, inserita nella raccolta «Nel Buio» (Camunia, 1993), in pochi versi descrive alla perfezione il rapporto tra una persona dipendente dal tabacco e le «bionde». Le sigarette come clessidre, in grado di scandire i minuti, quasi alterandoli, ma anche un diversivo per scacciare dalla testa i brutti pensieri. E la pandemia da COVID-19 sembra aver amplificato questo legame mentale e fisico con la nicotina: il tempo, tra lockdown, restrizioni e telelavoro, è come se si fosse dilatato e le nostre menti si sono riempite di preoccupazioni. La crisi sanitaria ci ha allontanato da persone care, in alcuni casi abbiamo dovuto convivere con la malattia, con il dolore e purtroppo con il lutto. In un’atmosfera quasi sospesa nel tempo. Dal rapporto «Panorama svizzero delle dipendenze 2021» (qui è possibile scaricare il documento completo in tedesco e francese) emerge un quadro preoccupante: lo stress e l’ansia legati alla pandemia hanno infatti portato ad un generale aumento del consumo di sostanze che creano dipendenza, facendo crescere i gruppi a rischio che abusano di alcol, droghe o medicinali. Anche i fumatori sembrano aver cambiato le loro abitudini. Secondo Dipendenze Svizzera, durante e dopo il lockdown, una buona percentuale di consumatori regolari di tabacco ha aumentato il numero di sigarette fumate (si parla di più del 15%). Un problema, questo, che ha toccato diverse latitudini. Secondo un recente articolo del «New York Times», ad esempio, durante i periodi di quarantena i tabagisti sarebbero più propensi ad accendersi una sigaretta dopo l’altra, mentre il mercato del tabacco nel 2020 non ha conosciuto la crisi che ha colpito molti altri settori. Benjamin A. Toll, direttore dell’Health Tobacco Treatment Program alla Medical University del South Carolina, ha fatto sapere che diversi pazienti sono ricaduti nella trappola del fumo e hanno incolpato il coronavarius per questo. Dal report di Dipendenze Svizzera emerge che durante il confinamento più del 17% dei consumatori di «bionde» ha cercato di smettere, ma solo il 4,6% ce l’ha fatta. In seguito però, circa la metà di chi è riuscito a rinunciare al fumo ha ripreso il vizio.

Il mercato delle sigarette nel 2020

Secondo Vaughan W. Rees, direttore del Center for Global Tobacco Control presso l'Università di Harvard, che cita gli studi sul fumo condotti dai Centers for Disease Control and Prevention, il calo delle vendite di tabacco è rallentato negli ultimi 10 mesi. Una conferma di questo trend arriva anche da Adam Spielman, amministratore delegato di Citigroup, che sempre al «NYT» spiega: «Il volume totale di sigarette vendute negli Stati Uniti diminuisce in genere del 3-4% ogni anno, ma nel 2020 il volume risulta piatto e questo è un cambiamento significativo, dovuto principalmente al fatto che le persone hanno meno interessi nei quali investire i loro soldi in questo periodo». In generale le compagnie del tabacco da anni stanno registrando cali di vendite, ma, secondo la Reuters, nel 2020 hanno tutte conseguito risultati migliori di quanto potessero aspettarsi. I ricavi di un colosso dell’industria del tabacco come Philip Morris International, nell’anno della pandemia, sono calati del 3,7%, ma l’utile per azione diluito è stato pari a 5,16 dollari, in aumento dell’11.9% rispetto al 2019. Per l’amministratore delegato della società André Calantzopoulos, l’anno della crisi sanitaria è stato dunque positivo: «Nel 2020, Philip Morris ha fornito una solida performance aziendale nonostante i venti contrari senza precedenti della pandemia, con una crescita organica dell’utile per azione diluito rettificato del 7%, supportata da risultati del quarto trimestre più forti del previsto», ha commentato il CEO. Secondo Dipendenze Svizzera, il numero di sigarette vendute nella Confederazione è passato dagli 8,9 miliardi del 2019 ai 9,3 miliardi del 2020. Su questo incremento possono però in parte pesare le misure restrittive ai confini e il blocco del turismo dello shopping.

La situazione in Ticino: mancano dati uniformi

Jocelyne Gianini, responsabile servizio prevenzione e promozione della salute respiratoria di Lega polmonare ticinese, fa sapere che al momento non è facile reperire dati uniformi sulla situazione in Ticino nel 2020, in quanto, proprio a causa della pandemia, non è stato possibile raggruppare informazioni precise, ad esempio, sul numero di consulenze effettuate per smettere di fumare, su chi è riuscito a farlo e sull’aumento del consumo di tabacco. Il numero di consulenze in presenza sembra essere calato drasticamente, anche a causa della chiusura di questi servizi in reparto durante l’emergenza sanitaria. Ma vanno considerati altri due fattori: il timore della gente di uscire per il coronavirus e il maggior tempo «confinati» a casa per via delle restrizioni. Secondo gli addetti ai lavori, le consulenze telefoniche sarebbero invece aumentate. Per quanto riguarda il consumo di sigarette, Gianini conferma che chi opera nel settore ha avuto la percezione di un incremento di assunzione di tabacco anche nel nostro cantone.

COVID-19 e tabagismo

Dagli studi condotti finora risulta che i tabagisti sono più propensi a sviluppare forme sintomatiche, anche gravi, di COVID-19 rispetto ai non fumatori. L’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP) sottolinea che «il fumo aumenta significativamente il rischio di un decorso grave della malattia e in genere indebolisce il sistema immunitario». Per quanto riguarda i decessi invece non ci sono ancora abbastanza dati disponibili per stabilire una correlazione tra la letalità della malattia e l’uso di tabacco. Uno studio dei ricercatori del King's college di Londra, pubblicato su Thorax, evidenzia che i fumatori positivi al coronavirus hanno il 14% di probabilità in più rispetto ai non fumatori di sviluppare sintomi come febbre, tosse persistente e mancanza di respiro. Il 29% in più invece rischia di segnalare cinque sintomi e il 50% in più arriva a segnalare anche oltre dieci sintomi legati alla COVID-19 (tra cui perdita dell'olfatto, mancanza di appetito, diarrea, affaticamento, confusione e dolori muscolari). I fumatori contagiati da SARS-CoV-2 hanno inoltre più del doppio delle probabilità di finire in ospedale. L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) inoltre mette in guardia su un possibile aumento del rischio di contagio: l’azione del fumare fa sì che le dita, ed eventualmente le sigarette contaminate, vengano a contatto con le labbra, aumentando la possibilità di trasmissione del virus dalla mano alla bocca.

In Svizzera 26 morti al giorno per il fumo

Secondo l’UFSP, nel 2017 (ultimo dato disponibile) in Svizzera fumava il 27,1% della popolazione di età superiore ai 15 anni, ossia circa due milioni di persone. Nella fascia di età 15-24 anni i fumatori erano il 31,7% del totale. Ogni anno nel nostro Paese muoiono prematuramente 9.500 persone a causa del fumo, cioè 26 decessi al giorno: il consumo di tabacco rientra tra i problemi più gravi della salute pubblica in Svizzera e costituisce un grosso onere dal punto di vista economico. I costi per le cure mediche delle malattie legate al fumo si aggirano intorno ai 2 miliardi di franchi all’anno e riguardano soprattutto le prestazioni mediche, le spese per i medicamenti e le degenze ospedaliere. A questi si aggiungono i costi per perdite di guadagno, stimate intorno agli 833 milioni di franchi all’anno, nel caso in cui i fumatori si ammalino e risultino inabili al lavoro. Per quanto riguarda la lotta al fumo, la Confederazione ha ancora molti passi da percorrere: nel 2020 è scesa al penultimo posto (35 su 36) nella Tobacco Control Scale in Europe realizzata ogni tre anni dall'Associazione delle Leghe europee contro il cancro, che confronta le misure adottate dai diversi Paesi per ridurre il consumo di tabacco. I punti deboli della Confederazione segnalati dai ricercatori sono: la scarsa protezione dei minorenni, le regole vigenti in materia di pubblicità, le tasse non disincentivanti all’acquisto dei prodotti a base di tabacco e la mancanza di una regolamentazione giuridica nazionale per le sigarette elettroniche.

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