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Clubhouse: due
opinioni a confronto

Clubhouse: due <br />opinioni a confronto
La piattaforma digitale, arrivata in Europa ad inizio 2021 solleva pareri discordanti

Clubhouse: due
opinioni a confronto

La piattaforma digitale, arrivata in Europa ad inizio 2021 solleva pareri discordanti

A inizio anno si è molto parlato di un nuovo social network. Si tratta di Clubhouse, una piattaforma digitale lanciata per la verità nel marzo 2020 in USA, ma che è planata in Europa solo a inizio 2021. Parliamo di un’applicazione che è attualmente disponibile solo per chi possiede un iPhone e che per alcuni inizierebbe già a mostrare qualche segno di stanchezza da parte degli utenti. Ma ci sono sul tema opinioni anche di segno diametralmente opposto. Ovvero, di analisti che osservano il fenomeno Clubhouse e ne identificano evoluzioni interessanti, da un punto di vista dell’utilizzo che i marchi potrebbero fare di questo social molto particolare.

Fra le varie voci di esperti che vedono Clubhouse imboccare una parabola discendente abbiamo sentito Pierluca Santoro, alla guida del think tank italiano su editoria e digitale DataMediaHub: «Il fatto che Clubhouse abbia deciso di essere disponibile solo per chi ha un iPhone ha da subito precluso la possibilità di registrare grandi numeri di afflusso, ovvero tutti i possessori di cellulari android. Una sorta di club, per l’appunto, un po’ troppo esclusivo ed elitario, dove si può interagire in stanze a cui possono accedere (per ascoltare o parlare) un massimo di 5000 persone. Una netta differenza rispetto a piattaforme da milioni di utenti attivi e che ora sono pronte a competere sullo stesso terreno. É il caso di Twitter che, infatti, ha in animo di lanciare la sua nuova funzione Spaces – ovvero delle stanze solo audio – nelle prossime settimane. Inoltre, Clubhouse richiede una quantità di tempo impossibile perché se non sono connesso nell’orario in cui c’è un evento che mi interessa me lo perdo. Questo accade perché le stanze non possono essere registrate. O si rimane sull’app tutto il giorno o risulta inevitabile non poter fruire di certi dialoghi, che svaniscono e non lasciano tracce. Un altro limite è segnato dall’assenza di controllo dei contenuti, ovvero delle voci degli utenti che interagiscono. C’è il rischio che possano crearsi situazioni sgradevoli o che non vengano verificate minimamente le cose affermate dagli utenti. Si tratta di un problema concreto e di grande attualità. Infine, resta il nodo della privacy. Se entro su Clubhouse non mi pare sia chiaro dove vadano a finire i dati. Inoltre, c’è il problema della rubrica telefonica. I nostri contatti non vengono affatto tutelati. Ci sono altri social molto più attenti a questi aspetti e che permettono di operare una serie di opzioni che consentono maggiori accortezze».

Ma, si diceva, ci sono anche voci di segno opposto sul valore e sulle possibili nuove forme di comunicazione che si aprono per i marchi su Clubhouse. È il punto di vista di Raffaella Pierpaoli, Head of social di intarget, per cui: «Clubhouse è il social network del momento, figlio di una stagione in cui la voce è la grande protagonista: dalle note audio su Whatsapp alle ricerche vocali su Google, dalle conversazioni con Alexa, alla radio e ai podcast. Mi piace paragonarlo ad un istante ben preciso: gli esordi di Twitter. Sono molto curiosa sul futuro di questo nuovo social: spero che la sua freschezza non venga minata dal pericolo di vedere replicate le dinamiche di altri social, in un luogo, che ad oggi, si presenta felicemente diverso. Il tono delle conversazioni è pacato, il dissenso si esprime con educazione e gli haters sono ancora in panchina. Potrebbe diventare il luogo ideale per commentare gli eventi che accadono live, dove gestire il racconto dell’attesa, il dietro le quinte, o prolungare le emozioni e la durata con i commenti post-evento. Interessante l’esperimento dell’Inter che ha commentato il pre-derby. I brand della moda potrebbero fare lo stesso con le sfilate, commentando le passerelle che sempre più si stanno digitalizzando e democratizzando. Su Clubhouse, per la caratteristica di rendere intima la conversazione, un brand può aggregare la propria famiglia di seguaci e dare loro contenuti esclusivi. Potrebbe trattarsi di appuntamenti a sorpresa, introducendo un elemento che è gioco ma anche intimità e stupore. Chi ha qualche anno in più si ricorda gli U2 o Bruce Springsteen che spiazzavano i passanti suonando in metropolitana. I brand possono coinvolgere a sorpresa personaggi noti o influencer, generando per un gruppo di fortunatissimi l’effetto “wow” che permette di parlare più ad azione conclusa che durante».

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