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L’intelligenza artificiale c’è ed è qui per restare e non dobbiamo temerne la presenza né oggi né in futuro

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L’intelligenza artificiale c’è ed è qui per restare e non dobbiamo temerne la presenza né oggi né in futuro

Se non avete le idee chiare sull’intelligenza artificiale non preoccupatevi, siete in buona compagnia poiché condividete questa mancanza di chiarezza con buona parte delle persone della vostra città o, se è per questo, di qualunque altra città nel mondo. Eppure, anche se non ce ne accorgiamo facilmente, l’intelligenza artificiale è ormai intorno a noi, è già nelle nostre case, nei siti che visitiamo, nei contatti che prendiamo via telefono e nei negozi dove andiamo a fare shopping. E naturalmente nelle nostre fabbriche e nei nostri uffici, o nei treni e aerei, ma anche nelle nostre auto.
Insomma, l’intelligenza artificiale c’è ed è qui per restare e non dobbiamo temerne la presenza né oggi né in futuro. Infatti, i tecnologi ci invitano addirittura a lasciar perdere l’espressione “intelligenza artificiale” e a usare invece quella di “intelligenza aumentata”. Questo perché anche le macchine più intelligenti non possono fare molto se non hanno l’ausilio dell’uomo. Il robot in fabbrica può operare solo dopo che ha ricevuto preziose istruzioni umane e, anche se il suo software può imparare con l’iterazione delle esperienze, rimane incomparabilmente indietro rispetto agli umani. La sua migliore performance la ottiene in collaborazione con le persone, motivo per cui è diventato preferibile parlare di intelligenza aumentata, che non è quella della macchina ma, appunto, quella dell’uomo che se ne avvale.

Siri, Alexa e Google Home sono entrati nella quotidianità
Siri, Alexa e Google Home sono entrati nella quotidianità

Certo, i progressi sono rapidi e quotidiani. In casa parliamo con Siri o Alexa; quando chiamiamo un call center spesso ci risponde un chatbot, una macchina istruita che ci è difficile distinguere da un essere umano; in un negozio possiamo essere accolti da un software di riconoscimento facciale che ricorda nostre visite precedenti e ci indica al volo i prodotti che ci possono interessare, che sia un’auto, un vestito o un make-up. E in banca un roboadvisor ci consiglia un investimento adatto alla nostra propensione al rischio.
Gli esempi potrebbero essere moltissimi ma avete capito. Ormai viviamo fianco a fianco con macchine sempre più intelligenti e soprattutto capaci di apprendere. Possono farlo perché eseguono milioni di iterazioni e raccolgono dati che poi analizzano e filtrano per arrivare a uno stadio superiore. O possono essere dotate di reti neurali che imitano i procedimenti cerebrali delle persone. Di fatto, usano miliardi di dati a velocità formidabile per arricchire le proprie conoscenze, condividerle con le persone e migliorare a ogni stadio successivo.

E domani? Un esempio a tutti noto è quello dell’auto autonoma che tecnicamente è già del tutto operativa ma che non può essere ancora liberamente introdotta. Un po’ perché le città non sono ancora pronte, un po’ perché le auto, o meglio i loro cervelli, non sono ancora capaci di valutare situazioni “ambigue”. Per esempio, che fare quando sono contemporaneamente in pericolo sia il passeggero sia un pedone che di colpo attraversa la strada e corre il rischio di essere investito. Sono decisioni “etiche” molto concrete che oggi gli umani sanno prendere, anche se in molti casi sbagliano. Ma che le macchine non sono ancora in grado di selezionare. Insomma, ben venga l’intelligenza artificiale, e soprattutto quella aumentata. Ma l’importante è che il controllo della tecnologia rimanga saldamente nelle nostre mani.

Enrico Sassoon, direttore responsabile di Harvard Business Review Italia

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