Le accuse

Il lato oscuro
delle “big tech”:

Il lato oscuro <br />delle “big tech”:
Molte le accuse rivolte alle grandi compagnie

Il lato oscuro
delle “big tech”:

Molte le accuse rivolte alle grandi compagnie

Le grandi piattaforme tecnologiche che oggi forniscono i servizi più diffusi e popolari di cui tutti facciamo uso, sono da qualche tempo anche sul banco degli accusati. Sono quei giganti tecnologici che dominano l’eCommerce, la distribuzione, l’informazione digitale, i grandi media, i motori di ricerca, l’editoria e la pubblicità. Dunque, mega-aziende come Google, Facebook, Amazon, Alibaba, Tencent, ma in qualche caso anche Apple, Microsoft, Huawei, Xiaomi e altre. Sono americane, ma anche cinesi e in qualche caso anche europee, e sono nel mirino perché della loro grande dimensione tendono ad abusare, sia come posizione di mercato, sia intrufolandosi in tutti i modi nella vita privata delle persone. Particolarmente imbarazzante è poi l’aspetto fiscale. In molti casi, queste aziende riescono a eludere il fisco facendo leva sulla lor presenza in ormai quasi tutti i Paesi del mondo, e dunque rendendo incerta l’origine dei servizi che prestano e i flussi di entrate ripartiti in modi abili e creativi.

Questo è quello che si è verificato finora ma da qualche tempo a questa parte i loro comportamenti, non propriamente etici, sono sotto osservazione, e alle critiche generiche stanno ormai seguendo le prime condanne e le prime mute, anche salate, per abuso di posizione dominante, per comportamenti commercialmente scorretti o per invasione della privacy e utilizzo spregiudicato dei dati altrui.
Pensiamo per esempio ai casi di Apple e di Google, piuttosto recenti. La prima è stata presa di mira dalla ex- commissaria Ue danese Margrethe Vestager, che le ha contestato una multa di 14,3 miliardi di euro per avere sfruttato in modo assai disinvolto le “scappatoie” esistenti nella legislazione fiscale europea, cosa che le ha permesso per lungo tempo di ridurre al 2% la tassazione sugli utili realizzati al di fuori degli Stati Uniti.Diverso il caso di Google alla quale sono state comminate tre multe per un totale di 8,25 miliardi di euro: la prima per il favore riservato ai servizi di Google Shopping sul suo motore di ricerca, considerato un monopolio di fatto; la seconda per il blocco all’accesso dei concorrenti e il favore ai propri servizi su Android, il suo sistema operativo per smartphone numero uno al mondo; l’ultima per abuso di posizione dominante nell’ambito del digital advertising, per le restrizioni contrattuali imposte ai siti terzi.

L’Unione europea si sta muovendo su piani diversi, dimostrando un attivismo ben superiore a quello delle autorità americane che vedono con grande sospetto le azioni antitrust nel vecchio continente. Anzi, il presidente Trump considera queste azioni come un vero e proprio attentato alla potenza tecnologica americana, in modo non dissimile rispetto al conflitto tecnologico-commerciale che infuria con la Cina.
Insomma, il confronto è aperto e, pur essendo appena iniziato, abbraccia molti ambiti e molte questioni che interessano direttamente non solo le aziende e i mercati in tutto il mondo, ma anche ciascuno di noi come consumatore e cittadino. Per concludere, infatti, indichiamo nella tabella quelli che ormai sono noti come i “sette peccati capitali” che si imputano alle “big tech” nei principali paesi, notando che al di là delle specifiche accuse, le big tech sono sempre più sotto esame. È quindi ragionevole aspettarsi che agli “anni dell’ammirazione” per la loro innovatività facciano seguito gli “anni del fastidio” e che crescano gli sforzi per ridimensionarle o contenerne l’espansione.

I «sette peccati capitali» delle big tech
1. Elusione/evasione fiscale. Le big tech praticano la cosiddetta ottimizzazione fiscale, sfruttando legalmente le scappatoie rese possibili dalle differenze nelle tassazioni dei diversi Paesi Inoltre riescono spesso, per i servizi erogati direttamente via Internet, a sfuggire (anche legalmente) alla tassazione locale: di qui la forte richiesta, anche nel G-20, di creare nuove regole internazionalmente condivise.
2. Disprezzo delle regole/elusione della regolamentazione. Le big tech sono spesso accusate di disprezzo delle regole, che esse giustificano con la (vera o presunta) obsolescenza delle regole stesse. L’elusione, d’altra parte, è spesso resa più facile dalla diversità dei modelli di business innovativi rispetto a quelli per cui la regolamentazione è stata concepita.
3. Eccesso di concentrazione/abusi da posizione dominante. Le big tech sono oggetto di crescenti accuse di abusi di posizione dominante grazie al controllo che hanno sulle grandi piattaforme - motori di ricerca, social network, infrastrutture di eCommerce, sistemi operativi proprietari (Android, iOS, ecc.).
4. Violazione della privacy. Sono soprattutto Facebook (con Instagram e WhatsApp) e Alphabet-Google (monopolista di fatto nei motori di ricerca e proprietaria di YouTube) a essere poste sotto accusa per violazione della privacy; le accuse potrebbero estendersi nel prossimo futuro anche ad Amazon.
5. Violazione della proprietà intellettuale. Un’accusa frequente (da cui la direttiva UE), rivolta a Facebook e Alphabet-Google, è quella di violazione dei diritti di autore: non volontaria, se dovuta all’incapacità di controllare il materiale immesso in rete, o deliberata, se volta ad attirare sempre più persone.
6. Fake news. Ancora Facebook soprattutto e Alphabet-Google sono le principali accusate, per l’incapacità di controllo dei flussi e di filtraggio delle fake news o per la leggerezza nel rendere disponibili i dati personali in loro possesso per una profilazione politica (come nel caso Facebook-Cambridge Analytica).
7. Scarsa trasparenza degli algoritmi e uso improprio della intelligenza artificiale. La scarsa trasparenza degli algoritmi – sempre più presenti e con un’incidenza destinata a crescere ulteriormente con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale – sta diventando un tema di rilevanza politica, soprattutto in Usa e UK. Fra le proposte: l’obbligo di una approvazione preventiva (come per i farmaci), da parte di una authority ad hoc; l’introduzione di un responsabile etico nelle imprese, che vigili sulla correttezza degli algoritmi stessi.

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