L’intervista

Le opportunità
per il dopo Covid-19

Le opportunità <br />per il dopo Covid-19

Le opportunità
per il dopo Covid-19

Bruno Giussani, oltre a essere cofondatore è vice-presidente di Tinext Group. Ma da quindici anni è uno dei dirigenti dell’organizzazione no profit TED, che ha creato le conferenze più famose del globo e una piattaforma digitale globale per l’identificazione e la disseminazione di idee innovative. Un format seguitissimo in tutto il mondo che raggiunge oggi centinaia di milioni di persone (TED.com) e organizza, attraverso la rete TEDx, oltre tremila conferenze locali all’anno in 170 paesi. Giussani ne è il “Global Curator”, ma questa è solo una delle esperienze che lo ha reso conosciuto e apprezzato – nel 2016 è anche stato nominato Svizzero dell’anno per la categoria economia. Come un grande maestro ha il dono di saper curare le idee, le raccoglie, le approfondisce e le condivide con chi ha l’interesse di coglierle nella loro essenza tecnologica e imprenditoriale.
Noi lo abbiamo raggiunto per un’intervista a distanza, che potrete vedere e ascoltare per intero a questo link. Un nuovo format, che nasce come digitale, attraverso cui intendiamo dialogare con personaggi ed esperti in grado di darci una visione o chiave di lettura per affrontare il nostro presente, mai come oggi così complesso e sfidante.

Bruno, il momento che stiamo vivendo è molto particolare. Secondo te è possibile guardare a questo periodo anche con un occhio positivo?
Esiste il vecchio motto per cui ogni crisi è anche un’opportunità, anche se quella odierna è una situazione che non ha precedenti. Nessuno che vive oggi ha mai vissuto un periodo del genere. Ci son oltre due miliardi di persone che sono state confinate a casa, mentre l’economia globale è stata frenata nel giro di pochi giorni. Soprattutto c’è una grande incertezza su come sarà l’uscita da questa fase. Nel frattempo, osserviamo con interesse le reazioni individuali e di gruppo: da chi canta sui balconi, alle raccolte di fondi, al ripensamento di certi approcci. Vale senz’altro la pena capire come possiamo collettivamente trasformare tutto questo in un’opportunità. Il mondo era molto danneggiato e molto teso già prima del COVID-19, con grandi livelli di disuguaglianza e pressione forte sui sistemi democratici, incrinati da fake news, invasione della privacy e polarizzazione. Oltre a questo, non bisogna dimenticare la crisi climatica. La frenata di oggi impone di pensare a come uscire da un mondo imperfetto e usare questa opportunità per creare un mondo migliore. Abbiamo tutti la sensazione che non potremo tornare al mondo di prima, ma sul tavolo ci sono anche risorse economiche immense, che potrebbero indirizzarsi verso investimenti sull’economia del futuro (energie rinnovabili, sostenibilità) invece che tenere in vita il passato, basato sulle energie fossili. Potremmo in realtà proprio approfittare di questa occasione per cambiare il verso, concentrandoci tutti verso questa direzione più sostenibile, tanto ambientalmente che socialmente.

Oggi io spero che, risolta l’emergenza COVID, ci sia il modo di ripensare e risolvere la fragilità del nostro sistema

Ma sul motto #saraunmondomigliore davvero possiamo pensare che non torneremo al mondo pre-COVID, dove l’individuo è al centro? Tu come la vedi?
Storicamente dopo ogni grande pandemia siamo tendenzialmente tornati verso la vita di prima. Nella storia recente però, abbiamo reagito alle grandi crisi andando verso il peggio. L’11 settembre ha portato a un aumento della sorveglianza e uno sbriciolamento dei diritti civili e umani. La crisi del 2008 ha accelerato l’ineguaglianza e la finanziarizzazione del sistema economico, e la limitazione dei servizi pubblici. Oggi io spero che, risolta l’emergenza COVID, ci sia il modo di ripensare e risolvere la fragilità del nostro sistema. Ci sono purtroppo già molti segnali negativi, investitori che stanno già osservando le aziende in difficoltà come avvoltoi, governi che stanno allentando i controlli ambientali per “rilanciare l’economia”. Spero che collettivamente sapremo resistere a queste trappole.

Bruno come pensi sia stata gestita la crisi in Svizzera e soprattutto in Ticino, rispetto ad altri Paesi che come la Cina e l’Italia a noi vicina, che hanno iniziato prima di noi a confrontarsi con questo virus?
Premesso che si può sempre fare meglio, vanno prima di tutto ringraziati tutti coloro i quali sono in prima linea nel curare le persone e mi riferisco sia al personale del sistema sanitario sia a quanti tengono aperti e funzionanti i servizi essenziali, ad esempio per la produzione e vendita di beni alimentari e farmaceutici. Peraltro, ogni decisione politica si inserisce in un contesto. Quello cinese per esempio è tale per cui si può chiedere a 60 milioni di individui di stare bloccati in casa da un giorno all’altro, con un presidio di forze militari e paramilitari a controllare le persone. Questo genere di approccio non è possibile in stati democratici, dove il processo di decisione è più diffuso. Noi ci siamo fatti prendere in contropiede dalla velocità del virus, ma ci siamo rimessi in linea ora e la curva svizzera del contagio sta assumendo un connotato migliore di altri Paesi come Spagna e Stati Uniti. Ma c’è anche il tema della responsabilità individuale che si sta rivelando molto importante, ovviamente. Ciò non significa che un sistema autoritario risponde meglio all’emergenza, come molti hanno affermato. Diciamo che può essere più veloce nella risposta immediata perché le persone sono obbligate a certi comportamenti, ma in realtà i sistemi democratici, seppur più lenti all’accensione, quando poi si muovono possono mobilitare e coordinare grandi risorse individuali e collettive per rispondere in modo altrettanto efficace. Ci sono due condizioni fondamentali però: la prima è che ci sia una leadership politica e scientifica capace di comprendere la complessità del problema e la seconda è che ci sia fiducia verso questa leadership. Se mancano questi due elementi, evidentemente è molto difficile gestire la situazione.

A proposito di diverse soluzioni per gestire il problema. L’Olanda ad esempio si trova un po’ nella nostra stessa situazione, ma anziché aumentare il numero di posti nelle terapie intensive, chiede agli anziani di scegliere tra essere ospedalizzati o rimanere a casa. In pratica si invitano gli anziani a rinunciare alle cure in ospedale in favore di chi è più giovane. È una modalità di gestione poco mediterranea, ma più razionale. Qual è il tuo pensiero al riguardo?
Anche in Svezia c’è questo tipo di approccio e infatti le città sono ancora aperte anche se c’è un invito alla distanziazione sociale (NDR: dopo la realizzazione di questa intervista, la Svezia sembra riconsiderare il suo approccio). Ogni Paese ha una scala di valori e livelli di coesione sociale diversa e quindi ogni Paese mette in atto strategie almeno in parte diverse. Può anche essere che alla fine abbiano ragione loro. Oppure che abbiano un costo di perdite umane cinque volte maggiore del nostro e che accettino così tante perdite come il costo necessario per attraversare l’epidemia. Siamo sulla falsariga di quel che aveva in mente di fare Boris Johnson in Inghilterra qualche settimana fa, con fare churchilliano: Johnson è un biografo di Churchill, che aveva avvertito gli inglesi d’aspettarsi “lacrime e sangue” durante la seconda guerra mondiale. Johnson li ha avvertiti di “aspettarsi molti morti”, adottando una strategia di “immunità di gruppo” pur di non bloccare l’economia. È poi ritornato sui suoi passi, quando ha visto le proiezioni del numero di morti che ciò avrebbe provocato (NDR Attualmente Boris Johnson è in terapia intensiva a Londra). Diciamo solo che se le basi scientifiche sono comuni, le scelte politiche hanno a che fare con le particolarità di ogni paese.

Le opportunità <br />per il dopo Covid-19

Come vedi la ripartenza post COVID-19? Che genere di scenario ci dobbiamo immaginare rispetto ad eventi e attività molto frequentate?
Oggi tutto quel che è evento è bloccato e non è chiaro se si potrà presto ricominciare con questo genere di riunioni di pubblico. L’uscita potrà cominciare solo a certe condizioni, dopo aver appiattito la curva ed esserci assicurati che il sistema medico sia ancora funzionante. A quel punto la riapertura sarà graduale e penso che ci ritroveremo a ricominciare con una certa prudenza e con attività che riprenderanno a ondate. Magari si inizierà con il lavoro, per passare poi ai negozi, facendo sempre in modo che si verifichi la non ricomparsa dell’infezione. Ci saranno cose che potranno aiutarci: una miglior conoscenza del virus, più test, compresi quelli degli anticorpi, eccetera. La “normalità” ritrovata, fra molti mesi, sarà comunque diversa dal pre-COVID. Penso che l’ultima cosa che riprenderà saranno i grandi festival, i grandi concerti e gli eventi da migliaia di persone per quest’anno non si terranno. Perché oltre all’uscita dall’emergenza medica, poi c’è l’aspetto psicologico: bisogna ancora che poi la gente ritrovi la fiducia di ritrovarsi in gruppo, o in grandi numeri, con degli estranei, come a un concerto. Ci vorrà del tempo.

Cosa sta preparando TED per ovviare all’impossibilità di organizzare eventi fisici?
A TED organizziamo delle conferenze e altri formati pubblici, quindi siamo colpiti in pieno dai limiti imposti dal contenimento della pandemia. La nostra conferenza annuale TED2020 a Vancouver in Canada, a cui solitamente partecipa tutta la nostra comunità per oltre 4 giorni, è per ora rinviata a fine luglio. Probabilmente con troppo ottimismo: ogni giorno che passa l’orizzonte temporale si sposta e stiamo prevedendo un piano B, ovvero di realizzarla in modalità virtuale, con una varietà di formati. In parallelo abbiamo cominciato a creare contenuti e interviste speciali per il nostro pubblico per meglio analizzare e capire la crisi attuale in tutti i suoi aspetti, con intervistati come Bill Gates. E poi stiamo lavorando ad una grande iniziativa per evitare che la crisi climatica finisca dimenticata per anni, e prepariamo programmi per il 2021.

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