Istruzione

Le priorità per una scuola davvero digitale

Le priorità per una scuola davvero digitale

Le priorità per una scuola davvero digitale

Uno dei fenomeni più eclatanti che abbiamo vissuto nella fase di pandemia più acuta è stata la chiusura delle scuole. Una manovra resasi necessaria per contenere la diffusione del Coronavirus, ma che ha mostrato alcune criticità. Prima fra tutte la difficoltà nel riuscire a garantire a tutti gli studenti ticinesi la possibilità di seguire le lezioni a distanza. Un divario che si è acuito soprattutto osservando come i diversi gradi scolastici hanno approcciato la materia dell’educazione sui supporti online. Anche in considerazione del fatto che i ragazzi coinvolti nei cicli dell’obbligo sono tutti nativi digitali e per loro natura perfettamente a loro agio nell’utilizzo delle tecnologie. Peraltro, se analizziamo gli investimenti nel settore educativo, secondo le ultime rilevazioni Eurostat fino al 2018, la Svizzera riserva alla scuola il 5,6% del PIL, mentre l’Islanda guida questa ideale classifica con il 7,3%, seguita dalla Svezia con 6,9% , Danimarca col 6,4%, Belgio con 6,2%. La Francia si colloca al 5,1%, la Germania al 4,2%, mentre l’Italia investe nella scuola solo il 4% del suo PIL. Al netto dei numeri, che comunque hanno un loro valore nel fotografare la situazione, abbiamo intervistato Edoardo Montenegro, esperto di formazione e alla guida di Betwyll, un’applicazione italo-finlandese che consente di condividere letture digitali fra più gruppi e persone. Lo abbiamo coinvolto per permetterci di comprendere quali possono essere le leve o le lezioni da imparare dopo questi mesi di forzata chiusura delle scuole, anche in ottica di ripresa autunnale delle lezioni.

Questo precedente che abbiamo vissuto, con la fermata totale delle scuole, come potrà aiutare il sistema scolastico in genere ad affrontare la sua transizione nel digitale? Quali sono le sfide che docenti e studenti (ma anche genitori) dovranno saper cogliere e risolvere?
Il Coronavirus non è la fonte dei nostri problemi, è un evento che ci ha mostrato quanto siamo fragili e come sono profondi i problemi educativi che abbiamo da molto tempo. Al tempo stesso, questa crisi stabilisce condizioni senza precedenti per innovare il sistema educativo in tutti i Paesi del mondo, compresa la Svizzera. Chi è alla guida delle istituzioni scolastiche ora ha l’opportunità di investire nell’educazione ad ampio spettro. Deve far leva sulle tecnologie, ma deve avere nelle famiglie, negli allievi e soprattutto negli insegnanti i suoi alleati migliori. Ogni attore disponibile sul campo deve prendersi sulle spalle un pezzo di questa sfida per aprire il sistema educativo e costruire un ecosistema di vera learning innovation (ovvero, innovazione nella formazione).

Quali sono stati a suo giudizio le migliori pratiche che ha osservato nel mondo? Quali le esperienze che avrebbe senso mutuare, perché virtuose, in ottica di un’evoluzione della scuola per i prossimi mesi e anni?
Ci sono degli elementi chiave che molti Paesi del Nord Europa — dalla Danimarca all’Estonia, dalla Germania al Regno Unito, dalla Finlandia alla Svezia — hanno coltivato in modo virtuoso. Hanno investito in un ecosistema di innovazione nell’apprendimento. Hanno abilitato scuole, università, amministrazioni locali, startup e aziende a vocazione educative, investitori e venture capital disposti a lavorare insieme per fare in modo che l’educazione tenga il passo del futuro. Mentre i grandi operatori tecnologici si muovono per offrire alle scuole infrastrutture e servizi software, le piccole imprese faticano a sviluppare un’offerta standardizzata di prodotti per le scuole, le università, i corsi professionali e l’e-learning.

Molti Paesi del Nord Europa hanno abilitato scuole, università, amministrazioni locali, startup e aziende a vocazione educative, investitori e venture capital disposti a lavorare insieme per fare in modo che l’educazione tenga il passo del futuro

Le scuole, infatti, non solo non sono spesso in grado di acquistare prodotti digitali e di formazione a distanza, ma mancano anche dei processi interni necessari per introdurli in classe. In Finlandia e in Scandinavia le startup attive nella formazione faticano a sopravvivere, ma diverse piattaforme — come Skolon e Visma — hanno iniziato a offrire alle scuole un ampio insieme di soluzioni su misura, spesso integrate con il registro scolastico o con il cloud della scuola. Al tempo stesso, questi Paesi sono molto più avanti nel garantire a ciascuno studente o la dotazione di un notebook personale o la possibilità di usare i propri smartphone o tablet per fruire di soluzioni tecnologiche adattate alla scuola.

Dopo questi mesi di forzata chiusura delle scuole, alcuni genitori in Ticino sono preoccupati sia dalla ripresa delle lezioni in queste settimane, ma ancor più per il prossimo anno. Come dobbiamo immaginarci la scuola dei prossimi mesi e anni? Certamente non sarà più quella a cui siamo stati abituati per decenni...
Credo che la preoccupazione dei genitori - così come quella degli studenti e degli insegnanti - sia condivisibile. Stante la situazione, non possiamo immaginare che la scuola a settembre riprenda come se nulla fosse: ci aspetta una ‘nuova normalità’, in cui niente sarà come prima. Come in ogni crisi, oggi soffriamo per l’incertezza del futuro. Ma ci sono alcune cose che possiamo fare per trasformare un problema in un’opportunità di innovazione. Si può innanzitutto investire nell’education technology per fare in modo che le attività didattiche si svolgano meglio sia online sia in presenza. E non penso solo a Whatsapp o Zoom: mi riferisco invece all’adozione di applicazioni e soluzioni digitali concepite in ambito pedagogico, perché la tecnologia non è un fine, ma soltanto uno strumento e noi dobbiamo usare quelli giusti. In secondo luogo, questa crisi è un’occasione per ripristinare la centralità dell’investimento pubblico nell’educazione. Farlo oggi significa costruire partnership pubblico-privato che consentano di erogare a tutti il miglior servizio pubblico possibile, a prescindere dal fatto che a erogarlo sia un ente pubblico o un ente privato. Perché l’educazione è un diritto umano fondamentale, in aula e online, cui lo Stato non può abdicare, a prescindere da carestie, guerre o pandemie.

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