L’opinionista

Quando l’innovazione
passa dal RISICO

Quando l’innovazione <br />passa dal RISICO
Una nuova puntata de «L’Opinionista» dedicata alla digitalizzazione delle PMI.

Quando l’innovazione
passa dal RISICO

Una nuova puntata de «L’Opinionista» dedicata alla digitalizzazione delle PMI.

La rubrica «l’Opinionista», in collaborazione con MAG del Corriere del Ticino, incontra Andrea Barni, Ricercatore Senior presso il Dipartimento tecnologie innovative della SUPSI, intervistato da Davide Proverbio.

Nell’intervista il ricercatore racconta in che modo le PMI possono evolvere da un punto di vista delle competenze necessarie in ambito innovazione e digitalizzazione. Il punto di partenza è un progetto, intitolato RISICO, che all’interno del programma INTERREG Italia-Svizzera, si è posto proprio l’obiettivo di capire come le imprese adottino processi innovativi. E, quindi, attraverso servizi e moduli formativi (disponibili anche online a questo link) i ricercatori hanno sostenuto in modo pratico i professionisti coinvolti a progredire nell’integrazione digitale tra Ticino e aree del Varesotto.

Guarda la puntata de «L’Opinionista» con Andrea Barni, Ricercatore Senior presso il Dipartimento tecnologie innovative della SUPSI, intervistato da Davide Proverbio.

Avete intervistato in modo approfondito una quarantina di aziende e professionisti nel corso del progetto Risico. Quali sono i tratti comuni che avete individuato tra le imprese monitorate in questa specifica area geografica?
«Abbiamo identificato alcune caratteristiche che non è detto accomunino tutte le imprese osservate, ma che di fatto sono dei tratti distintivi interessanti. In primo luogo, segnalo il tema della cultura dell’innovazione, perché è questo elemento che solitamente instillato da chi guida l’impresa fa scattare la tensione verso i processi di digitalizzazione e innovazione, anche in realtà di 8-10 persone. In organizzazioni più grandi questi processi avvengono in modo più strutturato, ma è sempre una questione di cultura aziendale. Il secondo tratto riguarda l’apertura verso l’esterno, cioè le imprese devono essere disposte a condividere e contaminarsi con altre aziende e con i centri di ricerca. Questo elemento dà una spinta importante in termini di adattamento e di evoluzione digitale, che avviene attraverso il contributo di terzi. Molte piccole realtà non hanno la capacità di svolgere una ricerca puntuale e verticale, ma possono beneficiare tantissimo della spinta di enti, società di consulenza e istituti che sviluppano e fanno ricerca su ambiti non così specifici e core per l’azienda».

Ma secondo la vostra analisi, la cultura dell’innovazione è legata a una preparazione particolare o magari è connaturata ad altri aspetti, tipo l’età anagrafica dei responsabili dell’azienda?
«È un mix di fattori. Non esiste un modo univoco, perché molte variabili possono andare a impattare nel tratto di cultura aziendale fortemente orientata all’innovazione. Direi che non è un elemento solo squisitamente anagrafico, che in parte facilita, è proprio connaturato alla mentalità imprenditoriale vera e propria. Ovvero, alla volontà di progredire e cercare anche esternamente soluzioni per competere al meglio e cogliere le migliori opportunità. È chiaro che se l’azienda diventa più grossa la formazione aiuta a innescare e gestire un processo virtuoso, soprattutto nel tempo. Quindi, dei leader che spronano e portano all’interno strumenti e approcci innovativi, aiutano tutta l’organizzazione a evolvere costantemente. Abbiamo notato che nelle realtà più grandi non è il solo imprenditore visionario che trascina, ma è tutta la struttura che si muove in modo coordinato, come tessere di un unico puzzle».

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