Fuga da WhatsApp per non condividere i dati, «Ma sono timori infondati»

domande e risposte

Il servizio di messaggistica istantanea da febbraio obbligherà gli utenti non europei a condividere i propri dati con Facebook: in tanti stanno virando su applicazioni alternative - Alessandro Trivilini: «Grazie ai nuovi regolamenti, la nostra privacy è tutelata»

Fuga da WhatsApp per non condividere i dati, «Ma sono timori infondati»
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Fuga da WhatsApp per non condividere i dati, «Ma sono timori infondati»

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Molti utenti di WhatsApp hanno cominciato a ricevere sui loro cellulari un avviso che chiede di accettare «i nuovi termini» di utilizzo del servizio di messaggistica e l’informativa sulla privacy. Tutto questo ha creato preoccupazione e innescato un fuggi fuggi verso altre applicazioni. Con Alessandro Trivilini, responsabile del servizio informatico forense della SUPSI, cerchiamo di fare chiarezza.

1. Cosa dice l’avviso che abbiamo ricevuto? Dobbiamo preoccuparci?

«Molte persone hanno fatto confusione, prese dal panico. Questo tema deve essere infatti collocato geograficamente. Oggi la trattazione del dato digitale non è più libera come in passato. Dal 2018 l’Europa dispone della Regolamentazione sulla trattazione del dato (GDPR), che ha imposto regole precise, che i colossi sono costretti a seguire. I nuovi termini di utilizzo introdotti da WhatsApp consentono di trasferire i dati per la profilazione a scopo commerciale solo laddove le regole lo consentono», spiega Alessandro Trivilini. Tradotto: in Europa, e anche in Svizzera, questo non è possibile. Facebook quindi non può prendere i dati dei cittadini europei e trasferirli per profilarli, perché questo regolamento tutela i nostri dati personali. Inoltre, in Svizzera il 25 settembre scorso è stata approvata dalle Camere federali la legge sulla protezione dei dati che si allinea con la normativa europea. L’esperto invita però a fare attenzione: «Non preoccuparsi non significa non doversi informare: è importante invece sapere che esiste questo regolamento e che nel nostro continente i nostri dati sono tutelati da normative che i colossi non possono violare».

2. Fino a quando potremo stare tranquilli con il regolamento GDPR?

Potremo stare tranquilli fintanto che il concetto di trattazione del dato personale, nell’ottica dell’interscambio tra continenti, non verrà nuovamente messo in discussione e regolamentato. E questo «dovrà essere fatto in maniera assolutamente trasparente nei confronti dell’utente». In questo modo, secondo Trivilini, da un lato si carica di responsabilità chi si occupa di definire le regole, ma al contempo anche l’utente viene responsabilizzato: deve leggere le condizioni d’uso, informarsi.

3. Cosa succede invece negli altri Paesi?

Negli USA, dove queste applicazioni nascono e dove vigono degli accordi diversi, avviene un travaso di dati. «È come se ci fosse un impianto idraulico in cui l’acqua - i dati - può circolare in vari canali, divenuti comunicanti», evidenzia l’esperto. I dati possono essere trasferiti liberamente da WhatsApp a Facebook, quindi è possibile che se parliamo di qualcosa sulla chat di messaggistica ci troveremo una pubblicità con quel contenuto su Facebook, Instagram o Messenger. In generale, «dietro questi colossi c’è un modello di business fondato sulla profilazione dei nostri dati (gusti, emozioni e comportamento): loro ci fanno usare questo strumento gratuitamente, in cambio utilizzano le nostre informazioni».

4. Al momento che dati condividiamo con WhatsApp?

Condividiamo i dati del profilo e tutti quelli contenuti nelle chat, che tuttavia sono protetti dalla privacy. Questo significa che nessun colosso può utilizzarli in chiaro e la profilazione può avvenire solo utilizzando i dati aggregati, ossia anonimizzati.

5. Le altre app (Signal, Telegram, e anche la svizzera Threema) sono migliori in termini di privacy?

Ci sono diversi livelli. Dal punto di vista della facilità d’utilizzo, tutte queste applicazioni lavorano in modo simile: devono essere intuitive e veloci. Non solo. Tutte utilizzano la cifratura dei dati, quindi garantiscono all’utente la loro protezione. Ciò che fa la differenza è la collocazione delle diverse applicazioni nell’ecosistema digitale: «WhatsApp non è una singola applicazione, ma appartiene a un agglomerato di app, di cui la più importante, Facebook, è un continente di oltre 2 miliardi di persone. Signal e altre ancora, sono invece app singole, che per il momento non hanno fatto accordi con altre piattaforme di software per lo scambio di dati, quindi riescono ad essere molto più gestibili e puntuali», sottolinea il professore.

6. Come si inserisce in tutto questo discorso la «fuga» di molti simpatizzanti di Trump da WhatsApp?

Si incrociano diversi aspetti, non tanto e non solo tecnologici, quanto piuttosto ideologici, culturali e soprattutto politici. «Queste piattaforme già negli anni passati hanno fatto discutere perché utilizzate da personaggi noti per fini politici, ossia per persuadere le persone grazie alla profilazione». Secondo Trivilini, però, bannando Trump, Twitter e Facebook avrebbero commesso un errore: «Questi colossi hanno gestito probabilmente male e frettolosamente l’intera faccenda. Hanno perso l’occasione di dimostrarsi neutrali, comportandosi da editori e quindi facendo capire che se vogliono intervenire, possono farlo». Ma non è tutto. «Trump aveva oltre 80 milioni di follower, questi utenti dove vanno ora? Perdendoli, i colossi perdono anche la possibilità di tracciare le loro abitudini».

7. In che direzione si andrà nei prossimi anni?

Secondo Trivilini, con le nuove regole, il ciclo ventennale di raccolta libera dei dati è concluso. Ma la profilazione dei dati continua e i colossi cercano dei modi per incrementare il bottino già in loro possesso, non potendone creare uno nuovo. In futuro, avremo maggiori regolamentazioni che vanno a nostra tutela, ma anche più limitazioni per i colossi, che potrebbero indurre piattaforme come Google a introdurre un servizio a pagamento. «C’è sempre un prezzo da pagare», conclude Trivilini: «Per questo, definire delle regole precise è opportuno ma senza cadere nella trappola di restringere tutto. Non so se siamo pronti a un mondo senza Google, per lo meno per come lo conosciamo».

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