Il libro, il disco, il tuffo e il cocktail dell’estate

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Consigli per ingannare il tempo nei mesi più caldi, tra letture, musica, gite e bevande

Il libro, il disco, il tuffo e il cocktail dell’estate
Foto Shutterstock

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Per vacanze selvagge di Paolo Rossi
Ancora negli anni Ottanta le reti televisive italiane, d’estate, proponevano i film con Frankie Avalon. Il surf, per noi, era quella cosa lì. Frankie surfava solo tra virgolette, roba da «green screen»; il suo surf era fissato a terra, in uno studio, e le onde non erano che un frutto del montaggio. Anche per questo il suo personaggio, cavalcando la tavola, faceva le cose più svariate, tipo giocare a golf e bullarsi. Certo, quello era un riferimento pop. Quello più colto andava cercato in John Milius, nel suo «mercoledì da leoni», tra Jack, Matt e Leroy, con il Vietnam sullo sfondo. Onde tenere e onde più selvagge. «Chiamatelo pure un inverno senza fine. L’estate rientra nell’iconografia popolare del surf. E, come molta di quella iconografia, è sbagliata. Un po’ ovunque, a nord o a sud dell’equatore, la maggior parte dei surfisti vive per l’inverno. È il periodo in cui si scatenano le burrasche più forti, di solito alle latitudini più alte, e in cui si producono le onde migliori. Ci sono delle eccezioni, ma l’estate è spesso avvilente per i surfisti». Lo scrive William Finnegan, in «Giorni selvaggi» (66thand2nd), Pulitzer per la migliore biografia nel 2016. Finnegan racconta la sua vita spesso casuale, frutto della ricerca di onde perfette e, al contempo, di una causa. Scrittore, reporter di guerra, qui ha dato vita al romanzo definitivo sul surf. Pur tra parecchie descrizioni fin troppo minuziose degli spot affrontati, ciò che resta è poesia. Poesia anche politica, perché attorno a Finnegan che fa surf il mondo prosegue il proprio cammino. Posata la tavola, anche lo scrittore torna a farne parte, pur con la testa alla prossima onda, al prossimo inverno o, se proprio, alla prossima eccezione estiva.

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Italia-Germania nei tormentoni di Mauro Rossi
I tedeschi sono da sempre una componente essenziale ed inevitabile delle nostre estati. Un’invasione che si ripete ogni anno fatta di auto strapiene nelle quali stipano mezza Germania, calzini bianchi sopra i sandali, bionde teenager che innalzano gli ormoni dei coetanei indigeni, epiche scottature che fanno star male solo a vederle, strane abitudini tipo mangiare spaghetti bevendo un cappuccino. Ma c’è stato un periodo in cui l’estiva «German invasion» è stata anche musicale con canzoni che, in alcuni casi, erano delle prese per i fondelli degli stereotipi italici. Tutto cominciò nei primi anni Ottanta con l’austriaco Falco che con Der Kommissar ci fece capire che si poteva rappare nella lingua di Goethe. Poi arrivò il «Trio» con la surreale Da da da ich lieb dich nicht du liebst mich nicht, per noi primo - ed unico - esempio di scioglilingua teutonico. Di seguito ci furono gli Spliff con la loro Carbonara; la conturbante Nena – che domani sarà a Moon&Stars – con i suoi 99 palloncini colorati; i folli Bruce & Bongo con Geil; Mo-Do con Einz, Zwei Polizei e così via fino all’incontrastato leader delle tamarrate estive: Numero Uno di Matze Knop, parodia trash di un brano altrettanto trash (Zuppa romana dei Schrott Nach 8) incentrata sul calciatore Luca Toni. Insomma, noi italofoni irridiamo i tedeschi, ma anche loro, nei nostri confronti non sono così teneri. Una curiosità: le prese in giro canore italofono-germaniche sui rispettivi stereotipi le abbiamo iniziate qui in Svizzera, con Giorgio del Lago Maggiore con cui Lys Assia fece conoscere al pubblico dell’Eurosong 1958 un’Ascona in cui si beveva chianti-chianti-chianti e si mangiava risotto-risotto-risotto. PS: se in un impeto masochistico volete riascoltare molte di queste canzoni, cercate su Spotify la playlist «truzzmuzik» realizzata dal sottoscritto. Non ve ne pentirete. O forse sì.

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Una calma antica di Giona Carcano
D’accordo, i Faraglioni di Capri sono un’altra cosa. Un altro mondo. Eppure, anche nel nostro piccolo (molto piccolo) Ceresio, ci sono dei posti unici, incantati. In questa puntata parliamo di uno dei punti più scenici dell’intero lago. Ma attenzione: prima di arrivarci, dovete per forza prendere una barca. La zona si trova esattamente di fronte al golfo di Lugano. Dal lungolago cittadino, sbirciando verso Campione d’Italia, si nota subito qualcosa di differente rispetto al resto del contesto. Rocce nude che piombano direttamente in acqua. È la famosa «scogliera» di Campione, sì. Un luogo inaccessibile a piedi, e forse proprio per questo ancora più affascinante. Lì, la natura è rimasta intatta. Non ci sono manufatti, il porto dell’Enclave rimane piuttosto distante e non dà fastidio ai puristi del silenzio e della tranquillità. Perché certo, quel punto a nord di Campione è davvero un’oasi di pace. La zona sottostante le rocce non è molto frequentata, c’è margine per un tuffo in solitaria che vi rimarrà certamente impresso nella mente. Il modo migliore per gustarvi fino all’ultimo il momento? Sdraiatevi «a morto», prendete un bel respiro profondo e buttate un’occhiata in alto, verso la cima delle rocce. Vi sembrerà di essere lontani, chissà dove, in un posto tutto vostro e che solo voi avete scoperto. Bello, bellissimo. Una volta risaliti sulla barca, poi, il viaggio può proseguire. Perché non è finita: percorrendo con calma, senza forzare troppo, la riva che dalla scogliera di Campione si estende fino a Porlezza si scoprono altri luoghi magici. Una volta oltrepassati Caprino e la zona dei grotti, il lago ritorna di colpo nella sua forma più selvaggia. Le cantine di Gandria offrono tanti modi diversi di vivere il lago: si può scendere dalla barca e imboccare il facile sentiero fino al Museo doganale svizzero. Oppure, molto semplicemente, si può restare a bordo e ammirare uno dei rami più incontaminati del Ceresio. E poi giù, fino al confine di Stato e oltre ancora. Un angolo di paradiso, dove tuffarsi nell’anima più antica del lago.

Il libro, il disco, il tuffo e il cocktail dell’estate

Champagne per chi resta di Arturo Riva
Luglio: com’era facile e bello, in Europa, a inizio Novecento. Le giovani donne della nobiltà baltica indossavano deliziosi cappellini legati con un nastro di seta azzurra e nel tardo pomeriggio scendevano tra le bianche dune a guardar alla Russia, e la sera nei bicchieri, dopo cena, venivano versati maliosi porto, tostati madeira ed evocative acquaviti, e a tutti pareva d’essere – e lo erano, di fatto – in un romanzo di Eduard von Keyserling. Oggi la musica è cambiata. Il temprante Baltico s’è allontanato all’orizzonte e la risacca ha lasciato sul terreno una certa leggerezza di vedute, di vestiario e di bicchieri. Il caro Ticino non fa eccezione: si ciabatta in infradito al Ciani, sotto i castelli della Capitale, sul Monte Verità, a Corcapolo, villaggio che ormai è diventato un’astrazione alla Gogol, a Brusino Arsizio, a Serpiano; e dalle canotte unisex fuoriescono strane allucinazioni d’inchiostro. E fa troppo caldo. Il cuore s’allerta, financo si disgusta (Cechov: «Un uomo sotto la neve ha ancora una sua dignità, sotto il sole è già putrefazione»); si va di borotalco, mocassini leggeri, panama portati con ironia, pur sempre roba da gondolieri; le ragazze vestono fresche tuniche di lino blu e sandali che par d’essere, per un istante, nella libera Capri di Malaparte e Savinio, e l’istante dopo in monastero; e la sera, al primo soffio di vento – titolo di un gran film di Franco Piavoli – una domanda arde in gola: cosa bere di miscelato e fascinoso, senza trasudare? Perfetto sarebbe un Daiquiri ghiacciato e senza zucchero: 3/10 di succo di limone, 7/10 di rum bianco, shakerare. Un classico aspro, secco, virile; un’isola nella corrente; ma è bicchiere adatto a chi vive a Bimini e indossa solo bermuda di cotone e uno spago come cintura (Hemingway, non negare: ci sono le foto). Chi invece «resta in città», nel gelo dell’aria condizionata, valuti un’ombrosa e decadente raffinatezza: lo Champagne cocktail. Un cubetto di zucchero di canna sul fondo di una coppa ben fredda – ottocentesca, panciuta; l’anoressica flûte è per i wedding planner – e qualche goccia di angostura e tre centilitri di cognac. Colmate all’orlo con champagne freddissimo: ed è già autunno.

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