Dario Campione
«C’è un prima. E c’è un dopo»
Era una giornata calda, l’11 settembre 2001. Una di quelle da vivere con le finestre aperte, nella consapevolezza che anche nei suoi ultimi sprazzi l’estate può accarezzarti in modo brusco. Il ricordo è nitido. Perché, come hanno scritto in molti, l’11 settembre è il giorno del limite. C’è un prima. E c’è un dopo. In redazione, al Corriere di Como, si lavorava a un giornale non diverso dagli altri. Poi, d’improvviso, è stato silenzio. Per un tempo indefinito, probabilmente alcune ore, nessuno è riuscito a distogliere lo sguardo dagli schermi accesi sopra le nostre teste. Un sussulto, di terrore autentico, prese tutti quando il secondo aereo si schiantò in diretta contro una delle torri. Nel sottopancia della CNN scorreva una sola frase, «America under attack». Ma nessuno davvero capiva che cosa stesse accadendo. Non c’erano più giornalisti in quella stanza. Soltanto persone smarrite. Incredule. Il giornale uscì anche l’indomani. Non so davvero come fu possibile scriverlo.

Carlo Silini
«Forse è meglio che vieni a vedere anche tu»

Dove potevo essere? In redazione, naturalmente. Ero appena tornato da un convegno all’USI e cercavo di concentrarmi per scrivere un articolo decente a partire dai dotti interventi della mattinata. Ma nell’ufficio (all’epoca ci lavoravamo in quattro o cinque a seconda dei giorni) c’era un brusio insopportabile. Un collega aveva acceso la tele sulla CNN e in breve tempo davanti allo schermo si era formato un capannello di una decina di giornalisti che bofonchiava versi di incredulità. Dalla mia postazione non vedevo nulla. Del resto avevo altro da fare. Arrancavo sul mio testo e con quel rumore di fondo non riuscivo a concentrarmi. «È proprio necessario guardare la tele adesso?» ho chiesto. «Forse è meglio che vieni a vedere anche tu», mi fu risposto. Mi alzai lentamente. Qualcosa mi diceva che quella doveva essere una grossa grana. Mi avvicinai allo schermo e non mi mossi più di lì per ore. Non ricordo a che ora ho finito l’articolo sul convegno, certo in tardissima serata. Chissà se qualcuno l’ha poi mai letto.

Paolo Galli
«Era una bella divisa»

Era un pomeriggio. Un pomeriggio di un giorno da cani. Faceva caldo. Ero vestito male. Ma d’altronde eravamo reduci dai disastrosi anni Novanta. Non avevo in realtà granché da fare. Una sola missione, da compiere però con pigrizia, con un amico: andare a ritirare, in Italia, un treno di magliette per la nostra squadra di calcio. La squadra allora più sgangherata del calcio ticinese. Eravamo studenti. Soldi pochi, idee tante. Confuse. I piedi storti. Volevamo perlomeno essere eleganti, venderci come una squadra vera. «Una signora, al supermercato, parlava di un aereo che avrebbe colpito una delle Torri Gemelle». Era palesemente una cazzata. Boh, o forse no. La radio in effetti confermava la notizia. E poi, appena prima di caricare nel baule le magliette – verdi, i pantaloncini bianchi –, il secondo aereo, nella seconda torre. Il mondo non sarebbe più stato lo stesso. I piedi, ecco, quelli sono sempre rimasti storti. Il giorno dopo, Insubrica-Maroggia 1-2. Sconfitti, con eleganza.

© EPA/BETH A. KEISER
© EPA/BETH A. KEISER

Marcello Pelizzari
«Un po’ come Dustin Hoffmann»

Ah, che estate. Calda, oziosa, pasticciata anche. Ero un po’ come Dustin Hoffmann ne Il Laureato. Indeciso. Solo che a me toccava scegliere un’università e non c’era nessuna signora Robinson ad aspettarmi nella hall di un albergo. Una decisione, tuttavia, l’avevo presa. Proprio quel giorno: «Oggi cambio cellulare, mi accompagni?» dissi a mia madre. «D’accordo». Stavamo affrontando le rampe dell’Autosilo Balestra nella speranza di posteggiare quando, all’improvviso, chiamò papà. «Un aereo» spiegò, la voce rotta dall’emozione. «È entrato nella torre. A New York». Quella stessa torre che io e papà visitammo a due riprese, negli anni Novanta, facendoci prendere dalle vertigini e dalla meraviglia. Il sogno americano, direbbero alcuni. Cambiai telefono, trovai una strada a scuola e, allargando il campo, nella vita. Trovai, di nuovo, anche l’America. Ma niente sarebbe stato più come prima.

Giacomo Butti
«Un mondo diverso al posto dei cartoni animati»

Avevo otto anni e, ovviamente, nessuna idea della portata storica dell’evento. Eppure il ricordo dell’11 settembre 2001 è ancora lì, bizzarramente nitido, in un angolo della mente. Come per molti coetanei, la priorità per me era una: tornato di corsa da scuola, godermi gli ultimi “animati” scampoli pomeridiani del palinsesto televisivo italiano. La tragedia si era consumata da poco. Attento a non far preoccupare i piccoli, un docente aveva già bisbigliato ai colleghi la triste notizia? O sulla via di casa, forse meno cautamente, un passeggero dell’autobus ne aveva fatto parola con l’autista? Non saprei dire. Non li sentii, o forse le loro voci non mi toccarono come fecero poi le immagini. So solo che quel martedì davanti alla TV ci arrivai completamente ignaro, convinto di trovarci i soliti, rassicuranti, cartoni animati. Invece fumo, lacrime e un mondo che non sarebbe più stato lo stesso.

Leila Bakkers
«Conservo ancora quella cartolina»

Mi trovavo al Liceo di Mendrisio. Mancavano pochi minuti alla lezione di italiano. Come molti altri quel giorno, avevo mangiato in mensa. A darmi la notizia fu una compagna di classe che era rientrata a casa durante la pausa di mezzogiorno e in tv aveva visto ciò che stava accadendo: «Avete sentito delle Torri Gemelle?». I cellulari non avevano internet e le uniche fonti per noi furono le persone che l’avevano visto in televisione. Per vedere le immagini con i nostri occhi dovemmo attendere la fine delle lezioni, il rientro a casa e il telegiornale della sera. Eppure anche potendo vedere in prima persona le riprese degli attentati, non pareva possibile. Quelle costruzioni erano il simbolo del viaggio dei sogni per l’adolescente quindicenne che ero. «Vorrei salire sulle Torri Gemelle». L’abbiamo detto spesso, ma nulla da fare. Non le ho mai viste dal vero. Però conservo ancora la cartolina che mi inviò un’amica con la skyline di New York, dove svettano i due grattacieli più famosi al mondo.

© EPA/ANJA NIEDRINGHAUS
© EPA/ANJA NIEDRINGHAUS

Michele Montanari
«Pensai a una canzone dei Soundgarden»

Quel giorno non andai a scuola per il mio solito mal di testa lancinante. C’era un solo modo per farlo passare: dormire. Rimasi a letto per non so quanto tempo e quando mi svegliai il mal di testa era ancora lì, mentre uno dei simboli degli Stati Uniti stava scomparendo per sempre. Accesi la tv, sperando di beccare una puntata dei Simpson, invece vidi un aereo schiantarsi contro la torre. La stessa scena era trasmessa da tutti i canali, non credevo ai miei occhi. In quegli anni ero fissato con la musica grunge e feci subito un’associazione mentale con la strofa di Limo Wreck dei Soundgarden: «Building the towers/Belongs to the sky/When the whole thing comes crashing down/Don’t ask me why». Iniziai ad inviare SMS ai miei compagni di liceo, regolarmente a lezione e totalmente ignari di quanto avvenuto. Credo che poi in classe non abbiano parlato d’altro. Il mio mal di testa intanto era sparito, c’era solo la tv, con quelle immagini che sembravano uscite da un disaster movie di Hollywood. Solo che non era un film. Era un terribile bagno di realtà a cui avevo incollato un’oscura colonna sonora: Limo Wreck. Non ho mai imparato a suonare quella canzone.

Alan Del Don
«La forza della parola»

Prima delle immagini è stata la forza della parola a farmi capire la drammaticità di quanto era accaduto. Scale mobili di un centro commerciale del Bellinzonese. Stavo salendo. Ero circa a metà, quando alla radio le note di Penny Lane dei Beatles lasciarono spazio all’annuncio che negli Stati Uniti era successo qualcosa di terribile. Una notizia d’agenzia, in quel momento ancora frammentaria. Credo si trattasse del primo aereo schiantatosi contro una delle torri del World Trade Center. Smarrimento. Sbigottimento. Sono corso al reparto multimedia. Alla ricerca di un televisore. Che potesse confermarmi quella devastante comunicazione. Giochi. Serie TV. Documentari. Tutto sembrava tranquillo. Non era così, purtroppo. Altre voci. Quelle dei clienti del negozio: «Hai sentito?». Anche loro non volevano crederci. Contrariamente a quanto cantano i Fab Four in quel brano bruscamente interrotto, nei miei e nei loro occhi – in quei minuti – non c’era nulla. Solo la forza della parola, che fece male come un montante sferrato da Mike Tyson in pieno volto.

Bruno Costantini
«Un autunno funesto»

Redazione cantonale del Giornale del Popolo, Massagno. Quel pomeriggio con il collega Fiorenzo Dell’Era ci stiamo occupando delle solite cose, probabilmente di qualche inutile atto parlamentare o di qualche proclama epocale di un presidente di partito. È l’11 settembre, la stessa data che, nel 1890, fece da spartiacque nella storia del Ticino con la rivoluzione dei liberali contro il Governo conservatore e quel che ne seguì per la riappacificazione politica e civile. Ma ora siamo nel 2001. A un certo punto dall’ufficio accanto la collega degli esteri ci informa di quel che sta accadendo nella mattinata di New York. Ci sintonizziamo anche noi sulla diretta della CNN, giusto in tempo per vedere il secondo aereo schiantarsi sulle Torri Gemelle. Da Manhattan giungono immagini e suoni di un caos tragico e surreale. Io e Fiorenzo ci guardiamo senza commentare: un videogame? Un film apocalittico? Una trovata alla Orson Welles con lo sbarco degli alieni? Ci vuole un po’ per capire la portata e le implicazioni dell’evento, per renderci conto di essere di fronte a uno spartiacque storico d’inizio millennio. Certo non immaginavamo che, per noi svizzeri, non sarebbe stato l’unico spartiacque a caratterizzare quell’autunno funesto: poche settimane dopo avremmo dovuto assistere alla carneficina nel Parlamento di Zugo, al grounding di Swissair, alla trappola di fuoco nella galleria autostradale del San Gottardo. E, a pochi chilometri da casa, al disastro aereo di Linate. Ancora oggi, a vent’anni di distanza, lascia impietriti la rapida successione di tutti questi avvenimenti seguita all’11 settembre.

© EPA/TANNEN MAURY
© EPA/TANNEN MAURY

Gianni Righinetti
«Nuda, cruda e dolorosa realtà»

Dov’eri e cosa stavi facendo l’11 settembre 2001? Una domanda alla quale chiunque, tranne chi allora era in fasce, poco più, o non ancora nato, sa rispondere. Quelle immagini degli aerei infilatisi nelle Twin Towers di New York poi crollate, a 20 anni di distanza sono ancora presenti. Sono indelebilmente impresse nella mia memoria. Quel giorno ero in vacanza, pronto alla partenza per una bella settimana settembrina di stop, ma la destinazione era interna, nessun aereo e nessun mezzo pubblico. Ricordo che immediatamente avevo acceso la tv e mi ero messo al telefono, con colleghi in redazione e familiari, più che altro per sentire qualcuno, per scambiare due parole in un momento di shock. Non c’era piena coscienza di ciò che stava avvenendo, men che meno di quanto tutto sarebbe cambiato da quel giorno. Quella fu una settimana di vacanza diversa dal solito, certamente meno spensierata e contraddistinta dal vedere e rivedere le immagini che sembravano riferite a un terribile film. Invece era nuda, cruda e dolorosa realtà. Non avevo mai visto dal vivo le Twin Towers, mentre un paio di anni fa sono stato a Ground Zero. Un’esperienza da brividi.

Osvaldo Migotto
«Cercavamo testimonianze»

L’11 settembre 2001, nel pomeriggio, mi trovavo in una delle sale multiredazionali della sede centrale del CdT a Muzzano. Intorno alle tre la televisione era accesa senza volume e sintonizzata sulla CNN. All’improvviso un collega grida: «Un aereo è finito contro una delle Torri Gemelle di New York!». Gli sguardi dei presenti si focalizzano sullo schermo con incredulità. In un primo momento c’è chi ipotizza un incidente e tra colleghi ci si chiede come sia stato possibile che il pilota non abbia visto il grattacielo. Ma l’ipotesi dell’incidente ha breve vita. Quando la CNN diffonde le immagini del secondo schianto, quello contro la seconda Torre, appare chiaro che a New York sta accendo qualcosa di tremendo, che nessuno avrebbe mai potuto immaginare. I commenti e i nuovi dettagli sull’attacco terroristico forniti dai giornalisti della rete televisiva americana si susseguono a un ritmo incredibile. E anche per noi in redazione inizia una giornata di fuoco, con la ricerca di testimonianze telefoniche sugli spaventosi attacchi a New York e Washington e di analisi da parte di esperti di terrorismo islamico.

Antonio Mariotti
«Il mio ricordo è cinematografico»

Il ricordo è cinematografico: il film a episodi 11 settembre 2001, uscito nelle sale in occasione del primo anniversario degli attentati. Undici registi del mondo intero realizzano in piena libertà altrettanti cortometraggi della durata di 11 minuti, 9 secondi e 1 fotogramma ciascuno. L’episodio che mi è rimasto in testa è il numero 10, «Luce e fiori», l’unico girato da uno statunitense: Sean Penn. Un anziano, interpretato da Ernest Borgnine, vive da solo in un piccolo e squallido appartamento di Manhattan, dalla cui unica finestra il sole non riesce mai a entrare. Le sue giornate sarebbero tutte uguali, se non fosse per le parole che rivolge alla moglie defunta e per il vaso di fiori appassiti che si ostina a coltivare nella penombra. D’improvviso, i raggi del sole entrano sfolgoranti dalla finestra. Le Torri Gemelle sono crollate ma l’uomo non ne sa nulla. I fiori sbocciano rigogliosi e la luce intensa in cui ora è immerso lo obbliga a vedere quella morte che aveva sempre negato e che lo teneva in vita. Da quel momento la sua esistenza, così come quella di tutti noi, non sarà mai più la stessa.

© AP/Suzanne Plunkett
© AP/Suzanne Plunkett

Giorgia Von Niederhäusern
«Aveva proprio ragione»

L‘11 settembre 2001 avevo poco meno di sedici anni. Quel giorno, dopo la scuola, andai a passeggiare per Lugano con il mio fidanzatino, che aveva pochi anni più di me. Passammo davanti a una vetrina con dei televisori accesi. Stavano mostrando le torri colpite. Ci avvicinammo per vedere meglio. Lui si appiccicò al vetro, palesemente scioccato dalla visione degli edifici in fumo. Io non sapevo se crederci. Aveva tutta l’aria di essere una scena di un film. Dopo vari secondi passati in silenzio, mi guardò e vide la mia faccia, che doveva essere fra il titubante e il poco stupito. «Mi sa che non ti stai rendendo conto della gravità della situazione», mi disse con aria severa. Aveva proprio ragione.

Prisca Dindo
«Ero a spasso con mia figlia, e...»
Ricordo che io ero libera, non lavoravo. Ero a Bellinzona, a Villa dei Cedri, insieme a mia figlia, Vita, che aveva un anno. La portavo nel passeggino. Una mia amica, Chica, mi disse: «Ah, ma hai visto cos’è successo a New York!?!». Le risposi che no, ero lì per portare a spasso la bimba... «È una cosa terribile! Vai a vedere!». Tanti miei colleghi avevano portato avanti una delle primissime dirette di TeleTicino seguendo tutto quel che stava succedendo. Le immagini degli attentati mi sono rimaste impresse nella mente. Uno spavento, lo sgomento e un sentimento di incredulità.

Lino Terlizzi
«Una giornata surreale, ma è la realtà»

Sono sicuro che il convegno che proprio oggi dovevo moderare a questo punto non si fa. Ma per correttezza voglio parlare con gli organizzatori. Il problema è che telefoni e computer sono sovraccarichi. Vado di persona al Palazzo dei Congressi di Lugano, dove mi confermano il rinvio. Con altri venuti per il convegno parlo dell’impensabile che abbiamo appena visto o sentito, le torri gemelle del WTC di New York colpite e poi in fumo. Ma senza accorgersi si va di fretta, si torna subito al lavoro o a casa. Si cerca di capire l’incomprensibile. E cosa potrà mai ancora accadere di qui in poi. Torno in redazione, dove l’agitazione lascia il posto lentamente alla calma irreale che subentra con il passare delle ore, quando c’è sapore di tragedia. Il lavoro da fare è tanto, si va avanti sino a tardi, la stanchezza si fa sentire, ma l’informazione deve esserci più che mai, lo sappiamo. Preoccupazione è un eufemismo. Ma nel mondo si vede già anche la reazione di quell’ampia parte che respinge con forza il terrorismo. Rientro a casa, si fa fatica a dormire. So di non essere originale mentre sottolineo in agenda questa giornata che sembra surreale e che purtroppo invece è realtà. Ogni anno c’è l’11 settembre, ma questo è l’11 settembre 2001 e ancora fatico a crederlo.

© AP/Daniel Hulshizer
© AP/Daniel Hulshizer

Andrea Bertagni
«In Egitto, volenti o nolenti dalla parte sbagliata»

L’11 settembre 2001 mi trovavo in Egitto, a Sharm El Sheikh. Per lavoro. Ho quindi visto l’attentato alle Torre Gemelle in un Paese musulmano. Ovviamente in televisione. Ma non è stato come seguirlo dall’Europa. Perché quando il primo aereo è entrato nella prima torre, ho visto le facce divertite e sorridenti dei camerieri dell’hotel dove alloggiavo. Esultavano come allo stadio. L’America era stata colpita. E se tutto il mondo occidentale era sgomento, in Egitto la gente rideva. Forse, e dico forse, in quei minuti, stavano festeggiando quella che all’inizio sembrava solo una disgrazia capitata a una super potenza straniera. Nemica. Avversaria. Festeggiamenti stupidi. Ed effimeri. Perché quando il secondo aereo è penetrato nella seconda torre – e quella disgrazia non poteva essere un caso – il clima è improvvisamente cambiato. La gioia ha lasciato il campo a un silenzio cupo. Profondo. Un silenzio pesante. Consapevole di dover fare i conti con un mondo che sarebbe cambiato per sempre. E di stare, volenti o nolenti, dalla parte sbagliata.

Irene Solari
«Voi ridete, ma stanno tirando giù le Torri»

Nel settembre 2001 avevo dodici anni e frequentavo la seconda media. L’anno scolastico era appena cominciato e quel pomeriggio avevamo lezione di geografia. Ricordo ancora i dettagli di quell’aula. Di quello che era il «prima» dell’annuncio della tragedia ho in mente solo qualche vago tratto... Un normale pomeriggio sonnacchioso, la lezione da seguire dall’ultima fila di banchi, forse qualche raggio di sole che filtrava nell’aula. Ricordo perfettamente, invece, il momento in cui il direttore della sede era entrato in quell’aula. Sul viso un’espressione indescrivibile, ancora oggi. Del tutto comprensibile: lui stesso era un cittadino americano. Noi, ancora ignari mentre il direttore parlava fitto fitto con la professoressa, come una qualsiasi classe di seconda media abbiamo cominciato a creare una discreta confusione generale. Finché lui spazientito e visibilmente scosso, ci ha urlato: «Mentre voi siete qui a ridere a New York stanno tirando giù le Torri Gemelle». Così ho avuto la notizia di quello che era avvenuto. Vedo la scena come se fosse successo ieri. E ricordo il sentimento di tristezza, paura e confusione che è calato in quel momento sulla nostra classe.

Massimo Solari
«Forse la fine di un’innocente giovinezza»

L’11 settembre è un ricordo di giovinezza. Persino un bel ricordo, se mi è concesso scriverlo. Alla domanda a cui tendono queste poche righe – «tu dov’eri quel giorno?» – la risposta del sottoscritto ha infatti suscitato puntualmente esclamazioni di stupore. Portando il discorso a prendere altre, vacue accezioni. Sì, perché le prime avvisaglie circa l’attentato del 2001 mi raggiunsero sul bus che dalle scuole medie mi riportava a casa. «Alle medie?! Ma allora eri un ragazzino». Appunto. Come per molti altri, tornando al cuore della vicenda, l’evento si lega altresì allo schermo di un televisore. Rimasto acceso per ore e ore. Così, quantomeno, lo trovai io di rientro quel pomeriggio. La figura esile di mia madre, in piedi a due passi dalle immagini trasmesse da New York. Silente. L’11 settembre è anche un ricordo di silenzio. Di incredulità. Forse la fine di un’innocente giovinezza.

© AP/David Karp
© AP/David Karp

Nicola Martinetti
«Momenti indelebili, che mai dimenticherò»

Quando si diventa «grandi», i ricordi più lontani si fanno meno precisi. O meglio, si tende a rammentare vividamente alcuni episodi singoli, sfocando il resto. Per me l’11 settembre 2001 rientra proprio sotto la categoria di quei momenti indelebili, che mai dimenticherò. Avevo appena iniziato la terza elementare e quel martedì, di rientro dopo le lezioni, trovai la porta dell’appartamento dei miei nonni – che all’epoca abitavano sotto di noi – aperta. Un fatto insolito. Mi recai all’interno e trovai mia madre, mia nonna e mio nonno incollati al televisore, che passava in diretta le immagini dell’attacco alle Torri Gemelle. Chiesi cosa stesse succedendo, vennero usati termini come «attentato» e «aerei dirottati». Che ad un ragazzino di otto anni come me bastarono – a malapena - per comprendere le dinamiche dell’evento, ma nulla più. Salvo poi trasformare il sottoscritto e i compagni di classe in improvvisati esperti sul tema, alimentando così accesi dibattiti durante le ricreazioni dei giorni successivi.

Luca Pelloni
Uno squarcio di monosillabi

Un mio amico risponde al cellulare. E dopo qualche secondo di silenzio assoluto: «Eh? Uh? Oh? No!». E io di tutta risposta, schernendolo e denotando la maturità tipica di uno studente di una ventina d’anni (anche se a mia parziale discolpa, mai avrei potuto immaginare la gravità di quanto accaduto): «Se riesci a emettere anche un bisillabo, ti pago da bere». Lui, dopo un po’ appende: «Hanno abbattuto le Torri Gemelle!». Tragicomici, insomma, gli istanti in cui sono stato informato dell’attacco dell’11 settembre 2001. Eravamo a Losone. E, durante un pomeriggio dal clima piacevole, ci stavamo allenando in vista di un torneo di minigolf. Un pomeriggio spensierato, insomma, brutalmente sconvolto da quanto stava accadendo negli Stati Uniti. Era già l’epoca dei cellulari, ma non degli smartphone. Quindi, inutile dirlo, l’allenamento non si è protratto a lungo. La sete di notizie (non a caso ho poi intrapreso la strada del giornalismo) era troppa. Insomma, di lì a poco siamo rientrati a casa. TV accesa per ore, fino a tarda notte, mentre si cercavano altre notizie e immagini su internet. E, parallelamente, scattavano le telefonate agli amici. Scoprendo, accidenti, che un compagno di Università si trovava proprio a New York. Momenti di panico, che fortunatamente sono ben presto rientrati. Qualcuno aveva avuto conferma che stesse bene.

Spartaco De Bernardi
«Guardate: è iniziata la fine del mondo»

«Accendete la TV. La fine del mondo è iniziata». Così l’11 settembre 2001 un collega ci fece sobbalzare sulle sedie. Il tranquillo tran-tran in redazione di quel martedì mattina venne interrotto bruscamente dalle terribili immagini dei due aerei che andarono a schiantarsi contro le Torri Gemelle del World Trade Center di New York. Subito il mio pensiero andò, oltre ovviamente alle vittime innocenti di quel vile attentato, ad un paio d’anni prima quando, in compagnia di mia moglie e di alcuni amici, avevamo avuto l’occasione di visitare uno di quei due grattacieli che erano uno dei simboli della Grande Mela. Una lunga attesa prima di pendere l’ascensore che in un battibaleno ci portò in cima al mondo, così in inglese si chiamava la piattaforma di osservazione aperta al pubblico nella torre sud. Per potervi accedere, già al pian terreno i controlli erano rigidi. Ma nessuno poteva neanche lontanamente immaginarsi che gli attacchi che le distrussero provocando oltre 2.700 morti provenissero dal cielo.

© AP/ William Kratzke
© AP/ William Kratzke

Giona Carcano
«Un silenzio carico di realtà»

«Hanno bombardato New York». Poi la corsa verso casa, le stranezze di una giornata qualunque diventata indelebile, le emozioni. Il ricordo di quel giorno non se ne andrà mai. Ma non tanto per le immagini delle Torri Gemelle in fiamme, le dirette angosciate, l’America sotto attacco. No. Quelli, per me, per un ragazzo di scuola media, erano ancora concetti astratti, lontanissimi e fin lì irraggiungibili. Il ricordo che non se ne andrà mai è invece legato a tutto ciò che stava fuori dalla televisione in quelle ore. A una quotidianità improvvisamente spezzata, al mondo vero che irrompe in casa. E a una certa paura, un certo senso di insicurezza. Tutto è cominciato con quella frase pronunciata da qualcuno sull’autobus, poco dopo l’inizio del tragitto scuola-casa. «Hanno bombardato New York». Una notizia confusa, ingenua, di uno che l’ha sparata grossa. Ma qualcosa c’era, sì, eccome se c’era. È quello il primo momento indelebile, la prima stranezza: perché fino a quel giorno nessuno s’era mai sognato di commentare notizie di cronaca. Non lì, non sull’autobus, non fra compagni di scuola. Al massimo si discuteva di calcio, si scherzava, ci si offendeva. Il secondo momento indelebile, invece, è arrivato subito dopo. Appena sono entrato in casa ho infatti notato due stranezze: televisione accesa al pomeriggio (sacrilegio!) e mia mamma che - anziché stirare rivolta verso il giardino, com’era solita fare - era stata rapita dalle immagini della TV. Ricordo anche il silenzio, mio e dei miei fratelli. Un silenzio carico di realtà. Improvvisamente avevamo capito cos’era il mondo, come funzionava. E il potere che aveva di cambiare la nostra normalissima quotidianità.

Mattia Sacchi
«L’estate che cambiò il nostro modo di approcciarci al mondo»

La macaia di paolocontiana memoria inebria i ritmi della quotidianità di quel pomeriggio genovese, che ancora portava i segni delle ferite del G8. Dopo essermi lasciato con una ragazza salgo in autobus e finalmente prendo il telefono, rigorosamente in modalità silenziosa. Otto chiamate da mia madre. Quando la richiamo penso al peggio. Invece lei mi spiega: «Mattia, i terroristi hanno buttato giù le Torri Gemelle a New York». «Ah, pensavo fosse successo qualcosa di grave», le rispondo. In fondo i problemi del mio personale microcosmo non andavano oltre il due di picche ricevuto mezz’ora prima e il correre a casa a prendere il borsone per il primo allenamento di rugby della stagione. Da pochi giorni ero diventato maggiorenne e ancora non avevo intuito la portata dell’avvenimento. Ancora non avevo capito che quel giorno, quell’estate, avrebbe cambiato non solo il mio occhio critico ma, soprattutto, il nostro modo di vivere e di approcciarci al mondo.

Raffaele Soldati
«Tante ore trascorse davanti a uno schermo»
Conservo i calepini di ogni anno, dove segno il tempo (meteorologico) e il fatto del (mio) giorno. Compleanni, tornei golfistici o tennistici e quant’altro. Ricerco la data dell’11 settembre. Leggo un cambiamento nel turno di lavoro, un cinema serale e “La strage a New York!”, con il punto esclamativo. Immagini sbiadite di quella giornata mi tornano vagamente in mente. La televisione accesa in redazione e un sentimento di incredulità. Tante ore passate davanti allo schermo per vedere se era davvero tutto vero. Purtroppo lo era. E poi, i giorni successivi con la lettura dei quotidiani, anche delle pagine non sportive. Comprai – e conservo ancora – il “Corriere della sera”. Mi è rimasta impressa nella mente una prima pagina fuori dagli schemi, impreziosita dagli articoli di Oriana Fallaci e di Tiziano Terzani. Due punti di vista diversi, entrambi legittimi. Idealmente mi schierai con Terzani. Nel 2002, un anno dopo la caduta delle torri gemelle, comprai un libro del fiorentino: Lettere contro la guerra (Longanesi). Oggi rileggo la prima pagina: «Ci sono giorni nella vita in cui non succede niente, giorni che passano senza nulla da ricordare, senza lasciare una traccia , quasi non si fossero vissuti (...). Il 10 settembre 2001, per me, e sono certo non solo per me, fu un giorno di questo tipo: un giorno di cui non ricordo assolutamente nulla». Era un giorno normale prima di un altro che sarebbe entrato nella storia. Terzani era ad Orsigna e l’estate stava per finire. Di quel giorno e di quelli successivi ricordo tante ore trascorse davanti ad uno schermo.

© AP/Richard Drew
© AP/Richard Drew

Paride Pelli
«Una tragedia vissuta tramite i media tradizionali»

Mi trovavo su una spiaggia assolata in Sardegna quando il cellulare squillò. Dall’altra parte l’amico e collega Gabriele Putzu, che in tono concitato mi disse: «Hai visto cosa è successo? Aerei si sono schiantati contro le Torri Gemelle». Non capiva bene nemmeno lui, davanti allo schermo, cosa stesse accadendo esattamente, figuriamoci io dall’altro capo del filo. Esistevano solo una manciata di siti d’informazione, i social erano qualcosa di ancora sconosciuto, gli unici canali attraverso i quali informarsi erano quelli tradizionali, radio e TV, tanto che quella fu una tragedia che si sviluppò praticamente in diretta. Io, su un’isola, oltretutto in un luogo molto discosto, ci misi davvero parecchio a capire la portata di quell’evento, se non attraverso le telefonate di parenti, amici e colleghi. Anche nel piccolo albergo dove alloggiavo non c’era la televisione, e infatti ricordo che, una volta rientrato, nessuno sapeva nulla. Questo, all’epoca, mi impressionò: anche diverse ore dopo l’accaduto, in molti erano ancora all’oscuro di tutto. Non sapevano che a New York si era consumato il più grave atto terroristico dell’età contemporanea. Lo scoprirono presumibilmente il giorno dopo, leggendo i giornali.

Barbara Gianetti Lorenzetti
«Ma è un film?»

Sulla scrivania c’era un bel mazzo di pagine de Il Caffè da rivedere quel martedì pomeriggio. Un lavoro consueto per avviare l’edizione successiva del settimanale. Ma dopo che la porta si spalancò improvvisamente, tutto finì sottosopra. Ad irrompere nel mio ufficio fu uno dei poligrafi del giornale, che accese la tv, sul cui schermo si profilò una delle Torri Gemelle con la colonna di fumo che si alzava verso il cielo. L’immediato commento rispecchiò la domanda che venne naturale farsi in quei momenti concitati, in cui le notizie erano ancora poche e frammentarie: «Ma è un film?». Con il passare delle ore l’incredulità divenne un’angosciosa certezza, che ci incollò a casa, davanti alla televisione, per tutta la notte (facendoci, fra l’altro, rinunciare allo spettacolo di Beppe Grillo al Castelgrande di Bellinzona, per il quale avevamo acquistato i biglietti mesi prima). La stessa frenesia irruppe anche sul lavoro, coinvolgendo tutti: dal direttore Lillo Alaimo al più giovane dei poligrafi. Da quel momento – e per le settimane a venire – restammo in redazione quasi 24 ore su 24, allestendo numerose edizioni dedicate a un (prima) inimmaginabile evento del quale non è stato facile cogliere portata e conseguenze.

Francesco Pellegrinelli
«I puntini che cadevano nel vuoto»

Mi trovavo al parco dei Bastioni a Ginevra, seduto di fronte al Muro dei Riformatori, un monumento imponente che raffigura i padri della riforma protestante con quattro statue alte cinque metri. Le coordinate del mio 11 settembre mi collocano lì, probabilmente dopo aver visto le immagini dell’attacco altrove. Ero lì, con alcuni amici dell’Università, nel tentativo comune di mettere insieme pezzi di un discorso troppo grande. Ricordo l’ilarità stupida e assurda che provai nel vedere quei corpi minuscoli lanciarsi nel vuoto delle Torri Gemelle. Non lontano, seduta su una panchina, c’era una ragazza che leggeva quello che sembrava un libro in Braille, muoveva le dita su una pagina bianca in cerca dei puntini che cadevano nel vuoto. Dietro di noi il sole illuminava, di una luce ancora calda, il marmo rosa dei Riformatori. Difficile dire che non fosse bello.

© Reuters
© Reuters

Nadia Lischer
«Smarrimento, dolore e paura»

Quando a scuola i professori annunciavano che durante la loro lezione avremmo visto un film (o un documentario, poco importa), gli animi si rallegravano e la prospettiva di una giornata noiosa chiusi in un’aula si trasformava nell’opportunità di riposare un poco (senza farsi beccare, ovvio), sapendo che le ore sarebbero trascorse velocemente. L’11 settembre 2001, però, il tempo si è fermato: io e i miei compagni di scuola media avevamo, mi sembra, appena iniziato a guardare il film selezionato dal professore quando, improvvisamente, un docente si è precipitato nella classe per avvisare il collega di quanto stava accadendo negli Stati Uniti. Inutile dire che il film ha immediatamente lasciato spazio al Telegiornale. Che cosa stava succedendo? Qui i miei ricordi diventano frammentari come le informazioni che giungevano da oltre oceano. Ma quel che non dimenticherò mai sono le sensazioni di smarrimento, dolore e paura.

Jenny Covelli
«Non me lo ricordo»

L’11 settembre del 2001 avevo undici anni e frequentavo la prima media. Ma di quel giorno non ho nessun ricordo, o perlomeno non ne ho coscienza. Alla domanda «dove ti trovavi?» non ho una risposta e mi sorprendo quando sento che alle persone della mia età è invece rimasto impresso il ricordo del cartone animato interrotto dalle edizioni speciali dei telegiornali. L’11 settembre è però entrato successivamente anche nella mia memoria, come in quella collettiva, insieme alle tristi immagini di quell’evento, protagoniste di un ricordo condiviso costruito sull’arco di vent’anni.

Luca Bernasconi
«Il misterioso Osama Bin Laden»

Era un pomeriggio di fine estate. Pensavo come molti altri. Chi mai avrebbe pensato che il giorno 11 settembre 2001 sarebbe passato alla storia! Per me era però un giorno già un po’ speciale perché non lavoravo. Ero libero. Libero di trascorrere qualche giorno con la mia famiglia a Luino. L’annuncio alla radio in automobile mi ha fatto trasalire. Essendo un giornalista ho capito subito l’importanza del momento. Non così il barista dove ci siamo fermati per un caffè. E nemmeno i miei famigliari che non comprendevano la mia fretta di voler rientrare per poi andare in redazione a dare una mano ai colleghi. Poi tutti hanno capito. Una volta in ufficio il capo mi disse: «Fammi un articolo con la biografia di Osama Bin Laden. Arrangiati come puoi ma preparalo». La mia risposta fu sicura: «Sarà fatto». Ma poi, da povero cronista di provincia, mi sono chiesto: «Ma chi è questo Bin Laden?» L’avrei scoperto poco dopo. Così come l’avrebbe scoperto il resto del mondo. Tanto che quasi tutti ancora oggi si ricordano di che cosa stavano facendo quel giorno di 20 anni fa. Magari non sanno dov’erano l’altro ieri ma chi se li scorda quegli aerei assassini?

© AP/Gulnara Samoilova
© AP/Gulnara Samoilova

Erica Lanzi
«Mio padre riesumò la tv dall’armadio»

Per me è stato uno di quei momenti nella vita da adolescente in cui improvvisamente ti rendi conto che del mondo dei grandi hai capito poco o nulla, e soprattutto che ne sai poco o nulla. Che il tuo mondo può scoppiare all’improvviso. E che l’uomo moderno, con tutte le sue pretese di grande civiltà, è in realtà ancora profondamente incivile e vile nell’ammazzare gente che nulla può. Avevo tredici anni, ero in macchina, i miei mi stavano portando in piscina per l’allenamento (facevo agonismo, ogni giorno due ore di vasche). Faceva caldo, un sacco di traffico, alla radio una scaletta annoiata con la hit estiva di Manu Chao. E all’improvviso l’incredulità dello speaker che interrompe tutto per annunciare l’attacco della prima torre. Pochi momenti dopo l’esclamazione in diretta: «Non ci posso credere, NON ci posso credere, credo che sia stata colpita l’altra torre!». Andammo tutti direttamente a casa. Mio padre riesumò la tv dall’armadio (a casa nostra compariva solo per guardare i film) e per un paio d’ore restammo incollati a guardare le prime immagini che arrivavano dagli Stati Uniti. La gente che si buttava nel vuoto per non essere arsa viva, quelli che scappavano sotto cumuli di cenere, i pompieri-eroi, l’immenso grido di dolore dell’America. Poi i commenti concitati e rabbiosi dei nostri giornalisti. L’esaltazione di quelli arabi. L’aria sembrava sospesa: guardavo le facce degli adulti, le sovrapponevo a quelle della tv e cercavo di immaginarmi cosa fosse stata la guerra per chi è arrivato prima di me. A scuola ricordo pochissime discussioni, spiegazioni o commenti da parte dei professori. A casa ogni giorno era un correre a leggere il giornale, a «bere» i ragionamenti dei grandi per cercare di riordinare i sentimenti di pancia. Tipo quell’odio improvviso sentito per un popolo, una religione, uno Stato assolutamente sconosciuti, ma che avevano osato ferire in maniera tanto brutale l’Occidente.

Martina Salvini
«Non può essere già l’ora del TG»

Un pomeriggio come tanti, scandito dalle solite abitudini. «Nonna, posso guardare i cartoni animati?». «No, prima aspetti che finisca Beautiful». Così, anche quell’11 settembre, la scena si ripete identica. Dopo aver assistito all’ennesimo tira e molla tra Brooke e Ridge, finalmente arriva il mio turno. Mi fiondo sul telecomando, giro su Italia 1. Appena in tempo per Dragon Ball. Un attimo dopo, però, ecco la sigla del telegiornale. «Impossibile», penso. «Non può essere già l’ora del TG». Sbuffo, cambio canale. Stessa storia, un altro telegiornale. Ci impiego qualche minuto prima di concentrarmi davvero sulle immagini in onda. Un aereo, anzi due, contro le Torri Gemelle a New York. Sono confusa e anche un po’ irritata. Non capisco bene cosa stia accadendo, vorrei che la smettessero e che tornassero a trasmettere i cartoni animati. Eppure, non riesco a staccare gli occhi dalla TV. Chiamo mia nonna per chiedere spiegazioni e mi basta guardare la sua espressione sconvolta per capire che i cartoni non torneranno. Qualcosa di troppo grosso ha appena fatto irruzione nel nostro pomeriggio. E nelle nostre vite.

Paolo Gianinazzi
«L’armonia che si è persa»
Pochi, pochissimi ricordi. Frammenti, però, bene impressi nella mente: da poco finito l’allenamento di atletica mia madre venne a prendermi, cercando poi di spiegarmi quanto accaduto nel breve tragitto verso casa. La radio in sottofondo non parlava d’altro. È inutile dire che, a quell’età (nove anni da poco compiuti), non fui in grado di comprendere fino in fondo la gravità dell’evento. Il giorno dopo, la maestra ci invitò a condividere i nostri pensieri con la classe. Timido, non dissi nulla. Quelle immagini mi colpiscono più oggi, a vent’anni di distanza, che allora, quando ero poco più di un bambino. Negli anni a venire, un anniversario dopo l’altro, la mia consapevolezza della portata di quanto accaduto quel martedì di settembre è però man mano divenuta sempre più solida. E oggi è soprattutto l’immagine (The falling man) scattata da Richard Drew, fotografo dell’Associated Press, a colpirmi ogni volta di più: l’armonia di quello scatto, che cozza in maniera violenta con la tragedia che si è consumata quel giorno. Armonia che da allora, l’Occidente ha in parte perso.

EPA/ANJA NIEDRINGHAUS
EPA/ANJA NIEDRINGHAUS

Nico Nonella
Uno schiaffo, crudo e brutale

Numeri, formule matematiche comprensibili solo allo sparuto gruppo dei ‘secchioni’ in prima fila. Quell’11 settembre 2001 mi trovavo in classe, al Liceo. Lezione di fisica, quasi tutti non vedevamo l’ora che terminasse. La notizia dello schianto arrivò quasi in sordina, via SMS sul telefonino di qualche compagno. Frammentaria , certo. Si parlava di un «incidente aereo a New York». Nessuno inizialmente ne colse subito la portata. I social ancora non c’erano e per realizzare quanto successo dovetti aspettare di essere tornato a casa. Mia madre che stirava, la tv accesa sul telegiornale e le prime immagini degli schianto. Uno schiaffo, crudo. Brutale. «Benvenuto nella vita reale, ragazzo», sembravano volessero dire. Poi l’immagine che non si cancellerà mai. Un uomo che si getta dalla torre per sfuggire alle fiamme e abbracciare una morte rapida. Come lui, altri. Due, tre, dieci. L’orrore è reale, e viene trasmesso in diretta.

Alessandro Colombi
«Senza quel giorno forse oggi non sarei qui...»

Ricordo la paura addosso, un vestito che non riuscivo a togliermi di dosso. Ricordo le occhiate che davo alle persone che mi passavano vicino. Ricordo minuto per minuto quel giorno, era il 16 settembre 2001 e la mia vita stava cambiando per sempre. Si, ho proprio scritto il 16 settembre 2001 perché nella mia vista il giorno 11 settembre 2001 non può essere disgiunto dal 16 settembre 2001. Non più tardi di due settimane prima, il primo di settembre, ero stato assunto da Alstom Power Milano come giovane ingegnere con buone prospettive per essere destinato a quello che era il cantiere più grande del proprio portafoglio: Shoaiba, un posto sperduto a 160 km dalla città più vicina, Jeddah, a soli 50 km dalla Mecca, la città santa nella religione Musulmana. Ero stato assunto per crescere in fretta, a diretto contatto con le grandezze reali che finalmente potevano essere apprezzate dal vero e non sui libri di scuola; obiettivo costruire, avviare e trasferire 5 unità produttive alla compagnia nazionale Saudita dedicata alla generazione e distribuzione di energia elettrica. Era martedì e mentre cercavo ancora di capire cosa mi stesse aspettando in quel di Shoaiba (ai tempi non c’era Google Earth), in ufficio arrivarono le prime notizie di un attentato a New York ma non ci si rendeva conto; non vi era la connessione alle news e multimedialità di oggi nè tanto meno i punti di contatto (touch point ma non voglio cadere negli inglesismi) che permettono di restare costantemente aggiornati con quello che succede al di là del mondo. Trascorsero 5 giorni, fino alla mia partenza, nei quali fino all’ultimo non si sapeva se fossi partito; è stato un continuo rincorrersi di telefonate e incontri con l’ufficio del personale per cercare la voce rassicurante di chi mi stava aspettando nel deserto dell’Arabia Saudita. Ricordo le telefonate, tantissime, dei parenti, degli amici, delle persone che conoscevano i miei genitori che chiedevano «ma parte ancora?», «ma lo lasciate partire?». Avevo 26 anni e una vita davanti a me, sentivo che tutto doveva comunque andare avanti e che non potevamo farci travolgere dal terrore chiudendoci agli altri e alle opportunità che la vita ci presenta. E quindi venne sabato 16 settembre 2001 e mi trovai ad abbracciare i miei genitori e le mie sorelle: fu un abbraccio forte, intenso, pieno di gratitudine da parte mia per come i miei genitori mi avevano cresciuto permettendomi di studiare, e pieno di amore da parte loro, non lo scorderò mai. Volai da Milano a Zurigo per poi prendere il volo delle 16.30 per Jeddah; l’aeroporto era deserto, le uniche persone che vedevo e che inquadravo mi ricordavano i visi di coloro che avevano portato il terrore 5 giorni prima a New York. L’aereo, un Airbus da 200 passeggeri, era popolato da tanti membri di equipaggio quanti erano i passeggeri ed io ero l’unico occidentale a bordo, l’unico. Da quel giorno trascorsi 2 anni in Arabia Saudita, rimpatriando per vacanza ogni 100 giorni per 10 giorni; vissi dall’Arabia Saudita la prima guerra in Afghanistan, la guerra in Iraq, la deposizione di Saddam Hussein, gli attacchi terroristici a Riad. Imparai l’arte dell’arrangiarsi, il rispetto e l’apprezzamento per le diversità culturali, la resilienza (che forse avevo già ma che comunque è stata allenata pesantemente), il saper relativizzare le diversità. Ancora oggi, nella tragedia che fu l’undici settembre 2001, io vedo il vero inizio dell’uomo che sono oggi. E poi, se non ci fosse stata l’Arabia Saudita, forse non sarei qui...

Martina Ravioli
«È la terza guerra mondiale»

È una giornata nuvolosa e i primi venticelli autunnali iniziano ad entrare tra le vecchie balaustre di cemento che sostengono il tetto. È un pomeriggio di confidenze tra amiche nel rifugio improvvisato in solaio, dove – a 13 anni appena compiuti – sembra di essere in un nido discreto e sicuro. L’ora di cena arriva troppo presto e la discesa verso il caldo cuore della casa per salutare le amiche e rientrare nella quotidianità famigliare ha qualcosa di strano. Nessun profumo solletica le narici, nessun canto di madre incuriosisce le orecchie. Uno strano silenzio, interrotto dal gracchiare della vecchia TV avvolge ogni cosa. Le facce smarrite e incredule degli adulti, che contemplano immagini troppo assurde per essere vere, costellano il salotto. L’incapacità di comprendere che si tratta del telegiornale e non di un qualche violento film distopico rende ancora più grande la paura. Dal divano si alza la voce del padre: «Questo è l’inizio della terza guerra mondiale». Con il senno di poi, non si può purtroppo dargli torto.

Cristina Casari

«Ho fatto fatica a realizzare, non riuscivo a crederci»

Sono passati vent’anni ma i ricordi sono ancora nitidi, come se fosse passato solo un giorno, solo qualche ora. Con i figli a scuola e le faccende domestiche già espletate, in attesa del loro rientro ho acceso il televisore, erano da poco passate le 15. Dalla finestra aperta, poiché faceva ancora assai caldo, entrava un filo d’aria. Zapping. Sulla RAI iniziano a scorrere le immagini della diretta, non ho capito immediatamente ciò che stava accadendo, pensavo fosse la scena di un film. Poi, ho realizzato – tra l’incredulità e il dolore. Le immagini erano crude, si vedevano i corpi delle persone che si gettavano dalle finestre. Ho chiamato mio marito al telefono, non riusciva a crederci. Il loro televisore di fortuna in ufficio, poco più grande di una scatola di fiammifero, ha confermato ciò che stavo dicendo. L’impatto del secondo aereo nella seconda torre è arrivato durante la diretta. Sotto shock, ho iniziato a piangere. Non potevo crederci, mi dicevo che non sarebbero crollate, che i soccorsi avrebbero salvato quasi tutti. Ero ipnotizzata dalle immagini, non riuscivo a staccare lo sguardo dallo schermo del televisore e da tutto quel dramma.

I ricordi sono riaffiorati prepotenti. L’anno prima, durante le festività dei morti, io e mia figlia Simona eravamo in una Manhattan tappezzata dal volto di Hillary Clinton sui cartelloni. Si era candidata quale senatrice dello Stato di New York, e c’erano molti volontari che alle fermate della metro distribuivano i volantini a sostegno della sua candidatura. Ovviamente, il World Trade Center e le Twin Towers erano una delle nostre mete turistiche. Siamo salite dapprima al Top of the World, al 107. piano della torre sud, e successivamente al ristorante Windows on the World, al 106. piano della torre nord. Nel 2017, nello stesso periodo delle festività dei defunti, ma questa volta con mia figlia Michelle, il doveroso omaggio alle vittime a Ground Zero. I nomi delle persone decedute gravati sul perimetro dove una volta c’erano le torri, il vento e l’incredibile silenzio che permea l’area, nonostante la moltitudine di gente che la visita, sono sensazioni che non dimenticherò mai. Ho preso il telefonino ed ho filmato, ma mi sembrava di compiere un sacrilegio. In fondo, chi va in un cimitero con una telecamera? Oggi omaggio chi lì ha perso la vita, le vittime degli aeroplani, i famigliari e le persone care sopravvissute a chi non c’è più. Con un macigno sul cuore, come ogni 11 settembre dal 2001 in poi.

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