Anticorpi, e se non ci sono?

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La storia di una trentenne ticinese, che dopo aver contratto il virus ha scoperto di non averne sviluppati - Il professore Andreas Cerny però assicura: «Può succedere, ma ciò non significa che la donna si ammalerà di nuovo»

Anticorpi, e se non ci sono?
© Keystone/Christian Beutler

Anticorpi, e se non ci sono?

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«Ho contratto il virus a inizio dicembre, a gennaio mi sono sottoposta al test sierologico ed ecco la sorpresa: zero anticorpi». A parlare è Simona (il nome reale è noto alla redazione, ndr), una trentenne che due mesi fa è risultata positiva al SARS-CoV-2. «Avevo sintomi leggeri di COVID-19. Un solo giorno di febbre e poi mal di testa, dolori muscolari». I classici indizi che da un anno ormai abbiamo imparato a conoscere bene. «Ho fatto il test dopo che mio marito era entrato in contatto con un soggetto positivo. Ci siamo messi in quarantena e poi, avvertendo un po’ di stanchezza, abbiamo deciso di fare il tampone».

Il risultato? Lui, che aveva visto a pranzo l’amico infetto, era negativo, mentre lei è risultata positiva. Isolatasi in camera, Simona ha passato i successivi dieci giorni tra serie televisive e libri. «Quando ho ricevuto la conferma di essere positiva mi è salita un po’ di ansia. Malgrado io sia giovane avevo paura di potermi aggravare, vista l’imprevedibilità del virus», racconta. Poi, al timore si è sostituito un senso di sollievo. «“Adesso che l’ho fatto, per tre mesi posso stare tranquilla”, ho pensato. In fondo, mi sono detta, i casi di reinfezione sono piuttosto rari e gli anticorpi dovrebbero proteggermi per qualche mese». La convinzione di essere «immune», almeno per un po’, ha spintoallora Simona a riprendere la sua vita sociale: «Ho visto qualche amico e i miei famigliari. Sempre però nel rispetto delle misure di protezione».

Una doccia fredda

Poi, un mese fa, la doccia fredda. «Ho deciso di fare il test sierologico in laboratorio e quando ho ricevuto l’esito sono rimasta basita. Nel mio corpo non c’era traccia degli anticorpi». Davanti all’esito dell’esame, si sgretolano le convinzioni di Simona: «Mentalmente è stata una batosta. Ero convinta di poter voltare pagina, lasciandomi alle spalle il virus. Invece così mi sembra di essere tornata ai piedi della scala». «Com’è possibile che io non abbia prodotto anticorpi? E ancora: così rischio di ammalarmi di nuovo?», si è chiesta la nostra interlocutrice. Interrogativi che abbiamo girato al professor Andreas Cerny, direttore dell’Epatocentro Ticino.

Non è una rarità

«Non è affatto rara la possibilità di avere il test anticorpale IgG negativo, anche se si ha contratto il virus», ci dice il professore. «Esistono infatti dei casi in cui i pazienti, pur avendo avuto dei sintomi, non ne hanno prodotti. Generalmente, più grave è la sintomatologia e più facilmente il nostro corpo reagirà formando degli anticorpi. Dunque, chi ha sviluppato una polmonite, o addirittura è stato ricoverato in ospedale, di regola ne produce di più rispetto a una persona che ha avuto una forma più leggera della malattia». Tutto dipende, spiega Cerny, dal grado di penetrazione del virus nell’organismo. «Se il virus entra in profondità nel corpo del paziente, nei linfonodi, il sistema immunitario riconosce le strutture virali ed è in grado di produrre gli anticorpi e gli linfociti antivirali T. Al contrario, se il virus rimane a un livello superficiale, questo processo non scatta». Non avere gli anticorpi IgG, non significa però necessariamente potersi infettare di nuovo. «Ci sono infatti altri elementi protettivi come i linfociti T e gli anticorpi IgA, che vengono prodotti a livello delle nostre mucose respiratorie, che sono in grado di proteggerci da una futura infezione». Se quanto capitato a Simona non è raro, resta difficile stabilire una percentuale precisa di casi simili. Per avere dati certi, molto dipende anche dal tipo di test utilizzato: «Con il test sierologico misuriamo gli anticorpi IgG, che vengono prodotti quando il virus entra nel nostro corpo. I test utilizzati si differenziano in base al grado di sensibilità nel depistare gli anticorpi. I test rapidi, in questo senso, non sono molto affidabili, mentre quelli effettuati in laboratorio si dimostrano più efficaci». «Questa parziale inaffidabilità del test sierologico - evidenzia ancora Cerny - è anche uno dei motivi per i quali non viene raccomandato per la gestione della malattia. Ci basiamo piuttosto sul tampone e sui sintomi clinici. E per la stessa ragione il test sierologico non viene rimborsato dalle casse malati». Non solo. Secondo il professore, molti pazienti arrivano anche a chiedersi se sia opportuno fare il vaccino contro il coronavirus quando si hanno già gli anticorpi. «Ebbene, va chiarito che l’esito del test sierologico non deve essere letto come un fattore determinate. Anzi, noi raccomandiamo di non sottoporsi affatto al test sierologico prima di fare il vaccino».

La protezione resta

Aver contratto il coronavirus e averlo sconfitto può creare un maggior senso di sicurezza, come ricordava Simona. E permette di recuperare un po’ di serenità. «Capisco cosa prova un paziente guarito e fondamentalmente questo ragionamento è corretto. Di regola, infatti, chi si è infettato e ha avuto dei sintomi per i successivi 3-5 mesi può considerarsi protetto. Anche se non ha sviluppato anticorpi. Tuttavia, la certezza non c’è, poiché sul tema mancano ancora dei dati chiari e precisi». Attenzione però, perché aver passato indenni l’ostacolo rappresentato dal coronavirus, non vuol dire potersi dimenticare di tutte le regole di protezione: «Anche ai pazienti guariti raccomandiamo sempre di mantenere il medesimo grado di cautela. Anche perché non sappiamo ancora se una persona che ha già avuto la malattia non rappresenti un pericolo per gli altri. Detto in altri termini, chi è guarito dalla COVID-19 potrebbe non ammalarsi più, ma essere comunque in grado di trasmettere il virus a chi gli è vicino».

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