«Alle Officine di Bellinzona si rischia l’effetto-domino»

Ferrovia

La Commissione del personale dello stabilimento torna a contestare la prevista dismissione anticipata della manutenzione dei carri merci temendo una grossa perdita di lavoro nonostante i nuovi incarichi - Intanto si chiede ancora che la direzione aziendale fornisca il piano industriale concernente la futura sede di Castione - D’accordo con il Consiglio di Stato si programma un incontro tre le parti

«Alle Officine di Bellinzona si rischia l’effetto-domino»
©CdT/Chiara Zocchetti

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«Qui si rischia di far cadere la prima pedina del domino, dopodiché tutte altre seguiranno». Potrebbe essere riassunta con questa metafora, affermata oggi in conferenza stampa dal presidente Ivan Cozzaglio, la posizione della Commissione allargata del personale (Cope) in merito alle nuove strategie delle FFS per le Officine di Bellinzona, a pochi giorni dal 13.esimo anniversario dell’inizio dello sciopero. Lo scorso 21 gennaio, ricordiamo, l’azienda ha in sostanza comunicato che il futuro stabilimento ferroviario di Castione, che dal 2026 sostituirà appunto le «OBe», si occuperà anche della revisione della flotta Astoro composta da 19 treni, e che per prepararsi al nuovo compito questi progetti di manutenzione verranno concentrati nell’attuale sede già dall’ottobre del 2022. Contestualmente, e qui son sorti i problemi, le FFS hanno pure annunciato che «per poter concentrare le risorse in maniera efficace sulla preparazione e l’accompagnamento di questi importanti progetti e per mettere a disposizione abbastanza spazio in Officina per queste nuove attività (...) è stato deciso di rinunciare alla revisione dei carri merci e di farlo con quattro anni di anticipo rispetto a quanto pianificato in precedenza». In sostanza, tra un anno e mezzo le Officine dovrebbero rinunciare a quello che è stato per molto tempo la loro principale missione, insorgono i rappresentanti dei collaboratori. Ma ciò che più conta è che, secondo la Cope, la rinuncia a quella mansione genererà un’importante perdita di ore di lavoro anche in relazione ad altri tasselli dello stabilimento attuale: il settore della componentistica, il centro per la saldatura e i relativi know-how. È in questo senso, ha spiegato Ivan Cozzaglio, che si teme un effetto-domino. Per altro ne risentiranno anche i settori dell’ingegneristica e della tecnica, ha aggiunto Gianni Frizzo, leader della protesta del 2008, di quelle che sono precedute e di quelle che sono seguite. Frizzo ha pure lamentato una mancanza di coinvolgimento in questa decisione da parte delle FFS. «Ci saremmo aspettati un altro approccio», ha evidenziato. Il sindacalista di Unia Matteo Pronzini lo ha sostenuto sottolineando che i patti non erano questi: gli accordi presi negli scorsi anni «prevedono il coinvolgimento delle parti nelle decisioni strategiche». A maggior ragione, è stato detto in relazione al futuro stabilimento, quando ci sono in ballo importanti investimenti di denaro pubblico.

Le richieste
La stampa è quindi stata informata del fatto che lunedì scorso la Cope ha incontrato i consiglieri di Stato Christian Vitta e Claudio Zali: «Ci sostengono nell’organizzazione di un incontro anche alla presenza del mediatore Franz Steinegger», ha detto Pronzini. Tra l’altro il Governo aveva già dimostrato sensibilità sul tema nelle scorse settimane in un articolo del CdT, sollecitando alternative. La data della riunione non è ancora stata stabilita. La sede potrebbe essere la sala del Gran Consiglio così da garantire il distanziamento sociale. Le richieste della Cope alle FFS saranno le seguenti: ridiscutere la dismissione dei carri merci; e presentare finalmente un piano industriale concernente il futuro stabilimento, altrimenti si viaggia al buio e non si sa che fine faranno i posti di lavoro.

«I conti non tornano»
Da parte sua il nuovo segretario sindacale del SEV Thomas Giedemann ha sottolineato che in questa strategia delle FFS «i conti non tornano». Perché, ha chiesto, rinunciare alla manutenzione dei carri allorquando il Consiglio federale rispondendo a un’interpellanza di Bruno Storni lo scorso novembre ha affermato che le merci su rotaia (oltre che i viaggiatori) sono destinate a crescere abbondantemente entro il 2030?

©CdT/Archivio
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