Amianto alle Officine FFS, 80 chiamate in tre mesi

Bellinzona

Le parti sociali tracciano un bilancio positivo della hotline lanciata a marzo - Le informazioni raccolte serviranno a proseguire l’indagine sui possibili casi di malattia emersi in relazione all’attività nello stabilimento nei decenni scorsi - Pronzini (UNIA): «150 persone circa da monitorare»

Amianto alle Officine FFS, 80 chiamate in tre mesi
©CdT/Archivio

Amianto alle Officine FFS, 80 chiamate in tre mesi

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«Buono il riscontro, importanti i dati e le informazioni raccolte». Questo il bilancio tracciato dalle parti sociali in merito alla hotline dedicata al problema dell’amianto alle Officine FFS di Bellinzona, una delle misure intraprese dopo che lo scorso anno erano emersi casi di ex operai deceduti in seguito a malattie causate verosimilmente dall’uso che nei decenni passati si faceva della sostanza pericolosa in ambito (anche) ferroviario. La hotline è stata chiusa come previsto a metà giugno dopo tre mesi di attività. Era stata promossa dal gruppo di lavoro composto da rappresentanti della Suva, delle FFS, dei sindacati SEV, UNIA e Transfair, della Commissione del personale e della Lega polmonare, ricorda un comunicato odierno diramato dalle FFS. La hotline è stata attiva dal 16 marzo al 15 giugno. In questo periodo è stata a disposizione di ex collaboratori delle Officine FFS di Bellinzona, parenti e collaboratori esterni (dipendenti di ditte terze operanti alle Officine) che negli anni potrebbero essere venuti a contatto con l’amianto. Oltre 80 le chiamate in tre mesi. «Questa importante iniziativa è frutto del gruppo di lavoro tripartito voluto dai sindacati e dalla Commissione del personale» si evidenzia ancora.

«La verifica continua»
Il gruppo di lavoro si è recentemente incontrato per una prima valutazione e si dice soddisfatto dell’esito dell’iniziativa e della proficua collaborazione instauratasi. «Il gruppo di lavoro prosegue la sua attività, con l’obiettivo di analizzare ed elaborare i casi emersi nel corso dei tre mesi, in forma scrupolosamente anonima per garantire la necessaria riservatezza e la protezione dei dati». I dati analizzati hanno una valenza importante: grazie ad essi sarà infatti possibile - precisa ancora la nota stampa - «contribuire in maniera significativa agli studi legati alla principale malattia causata dalle fibre di amianto, il mesotelioma pleurico e il carcinoma polmonare». Contribuirà inoltre a migliorare le presa a carico, i cui criteri saranno definiti da un gruppo di lavoro scientifico interdisciplinare coordinato dalla Lega polmonare. Questo lavoro di verifica e di confronto si inserisce in un contesto più ampio di protezione della salute. Il prossimo incontro tra le parti è previsto a inizio settembre 2020.

«Rispondenza significativa»
Ottanta chiamate in tre mesi, dunque. «È un numero significativo» commenta contattato dal CdT Matteo Pronzini, sindacalista di Unia che è una delle parti che si sta occupando del problema. Se ottanta chiamate non corrispondono esattamente ad altrettanti ulteriori casi possibili, poco ci manca. Sommando queste persone alla cinquantina di dipendenti o ex dipendenti che sono già sotto controllo medico da anni per lo stesso problema, e aggiungendo l’altra cinquantina che si è annunciata lo scorso autunno quando è emersa pubblicamente l’ampiezza della delicata questione, secondo il sindacalista potremmo arrivare a circa 150 casi da monitorare. «Se pensiamo agli ultimi 20 anni, siamo sul 20% del personale», aggiunge fornendo cifre indicative. E ora? «Con la fine dell’estate dovremo concretamente procedere a suddividere queste persone in base alla tipologia di contatto con la sostanza cancerogena e anche a seconda del vissuto personale», spiega. Dopo aver definito dei sottogruppi verranno di conseguenza decise le misure mediche individuali.

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