«I giovani sono lo specchio della società»

BELLINZONA

Le cinque risse in meno di tre mesi hanno fatto finire la movida cittadina sotto i riflettori e con essa il fenomeno del disagio giovanile - Per monitorarlo si fa largo l’introduzione della figura dell’educatore di strada - Lombardo e Lo Russo: «Vanno ascoltati ed indirizzati»

«I giovani sono lo specchio della società»
© CdT/Zocchetti

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«I giovani sono lo specchio della società, del mondo adulto, sempre più bullo e violento. Non possiamo accanirci su di loro. Bellinzona deve finalmente decidere quale politica adottare: prevenzione o repressione? Qualcosa si è fatto per cercare di andare incontro ai problemi degli adolescenti, anche se si è accumulato un ritardo importante rispetto ai principali centri del Cantone». Francesco Lombardo, ex consigliere comunale PS della Turrita, presidente dell’Associazione Franca, nel 2008 attraverso una mozione aveva proposto l’introduzione della figura dell’operatore sociale di prossimità. Nel 2011, il Legislativo, con un solo voto di scarto, aveva bocciato l’idea, poi ripresa ad inizio di quest’anno da Vito Lo Russo (PLR) e cofirmatari nella forma dell’educatore di strada. E stavolta la via sembra spianata. Ma su questo punto torneremo più avanti.

Ora incombe la cronaca. E questa dice che nelle ultime settimane all’ombra dei castelli vi sono state delle risse che hanno avuto come protagonisti pure dei minorenni. L’ultima - più che altro una scazzottata - è avvenuta sabato notte in via Dogana. Dalla Polizia cantonale ci hanno fatto sapere di non essere stati interessati dall’episodio «né a livello di segnalazioni né di denunce. I necessari accertamenti sono in corso». I precedenti fatti erano capitati all’esterno di un bar di viale Stazione (in tre occasioni, una in giugno e due a fine agosto) e di un altro locale (conclusosi con il ferimento al volto di un richiedente l’asilo eritreo, come anticipato dal CdT martedì 8 settembre).

«Non siamo Los Angeles»

Bellinzona è improvvisamente diventata una città poco sicura? Ovviamente no. «La situazione è la stessa di quando presentai la mozione. Non siamo Los Angeles. A mio avviso, e la differenza sta tutta qui, non si è monitorata a sufficienza l’entità del disagio giovanile nel nostro tessuto urbano», precisa Francesco Lombardo. E sì che la base per farlo c’era. Perché se è vero che l’operatore di prossimità non era stato approvato dalla maggioranza del plenum è altresì vero che il Legislativo aveva dato luce verde al secondo punto, ricorda il nostro interlocutore. Ossia la costituzione di un gruppo interpartitico e interdisciplinare che avrebbe dovuto avere il compito di verificare la reale dimensione del fenomeno e, secondariamente, di individuare le misure concrete per porvi rimedio: «Chiaramente, oggi come oggi, non si può affermare con certezza che la creazione del consesso avrebbe evitato gli episodi capitati recentemente. Ma di sicuro un approccio comunitario alla questione, coinvolgendo sia la politica sia i tecnici, avrebbe potuto tornare utile».

Per l’ex consigliere comunale socialista e già docente, il quale ha maturato un’esperienza trentennale sul campo con ragazzi in difficoltà, sono dunque mancate quelle sinergie a più livelli che potevano consentire di «stringere questa rete e poter gestire il disagio nelle migliori condizioni possibili. Allo stato attuale, lo ripeto, da parte della Città manca un programma chiaro di prevenzione. I funzionari devono uscire sul territorio, parlare con i giovani».

Un approccio a più livelli

Il Municipio, ricordiamo al nostro interlocutore, dal novembre 2019 ha dato vita al progetto «Social Truck», per stare al passo coi tempi e soprattutto ai cambiamenti sul piano dei bisogni e degli interessi degli adolescenti: «È un’iniziativa lodevole, ci mancherebbe altro. Ma non basta». Il Centro giovanile, di cui si parla da anni, potrebbe essere la soluzione ideale? «Certo, ma anche in questo caso la politica cittadina dorme. È ormai un concetto superato. Bisogna puntare su quelle che in Svizzera romanda vengono chiamate le ‘maisons du quartier’. Che riguardano non solo i giovani ma pure gli anziani, i migranti, i disoccupati, le persone portatrici di andicap. Una struttura a più livelli che dovrà essere in centro città».

Chiediamo infine a Francesco Lombardo se la reclusione forzata dovuta all’emergenza sanitaria possa essere una causa degli atti di violenza: «Non è da escludere. Attenzione, comunque, a non criminalizzare i giovani. Piuttosto adoperiamoci per ascoltarli e capire i loro problemi. Come detto in precedenza, sono lo specchio della società odierna».

Il via libera è vicino

Dicevamo della mozione di Vito Lo Russo e cofirmatari sull’educatore di strada. Stavolta parrebbe essere quella buona. Il Municipio è favorevole. Lo seguirà a ruota la Commissione della Legislazione (che ha ascoltato Lo Russo in audizione ieri: l’incontro, stando a quanto ci risulta, è stato positivo) e, infine, salvo sorprese, il Consiglio comunale. «I giovani che fanno delle risse hanno dei problemi. E questo disagio solo l’educatore che scende in strada può coglierlo. Deve intercettare questo malessere prima che i ragazzi possano sfogare la loro frustrazione, indirizzandoli verso i servizi di cui hanno bisogno. Perché loro fanno fatica a chiedere aiuto», rileva Lo Russo, direttore dell’istituto Von Mentlen.

Sette arresti in totale

Cinque risse in poco più di tre mesi. La «movida» bellinzonese è finita la prima volta sotto i riflettori il 6 giugno per la rissa scoppiata all’esterno di un noto bar situato lungo il viale Stazione. Sei i giovani arrestati, fra i quali quattro minorenni. Stesse scene purtroppo, sempre davanti al medesimo locale, il 28 agosto (le manette sono scattate ai polsi di un 17.enne) ed il 29 agosto. Il 5 settembre un richiedente l’asilo eritreo è stato ferito al volto all’esterno di un ritrovo del centro storico. Mentre sabato scorso scazzottata in via Dogana.

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