Il giallo di Bellinzona arriva in aula prima di Natale

GIUDIZIARIA

Verrà celebrato a metà dicembre, il processo a carico del cittadino eritreo accusato di assassinio per aver gettato dal balcone la compagna il 3 luglio 2017 - Lui si professa innocente - Saranno decisive le due perizie

Il giallo di Bellinzona arriva in aula prima di Natale
In ricordo della 24.enne. © CdT/Archivio

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Il procuratore pubblico Moreno Capella in occasione della ricostruzione andata in scena il 4 agosto 2017. © CdT/Archivio

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Il procuratore pubblico Moreno Capella in occasione della ricostruzione andata in scena il 4 agosto 2017. © CdT/Archivio

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La palazzina dove è avvenuta la tragedia. © CdT/Archivio

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La palazzina dove è avvenuta la tragedia. © CdT/Archivio

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L’ora del giudizio sta per arrivare. Ad oltre tre anni dai fatti. Comparirà alla sbarra a metà dicembre (con ogni probabilità dal 14 al 16), come appreso dal Corriere del Ticino, il cittadino eritreo accusato di aver ucciso la compagna il 3 luglio 2017 a Bellinzona gettandola dal balcone del loro appartamento di via San Gottardo 8, a due passi dalle Officine FFS. L’uomo, oggi 38.enne, verrà processato dalla Corte delle Assise criminali presieduta dal giudice Marco Villa. È accusato di assassinio (consumato e tentato), subordinatamente omicidio intenzionale (consumato e tentato) nonché di lesioni semplici, esposizione a pericolo della vita altrui, minaccia e coazione. Sarà un dibattimento indiziario in quanto l’imputato - difeso dall’avvocatessa Manuela Fertile - ha sempre negato ogni responsabilità nell’accaduto. Toccherà dunque al procuratore pubblico Moreno Capella provare la sua colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. In caso di condanna rischia una pena di almeno 10 anni di carcere.

«Il movente è la gelosia»

Fin dall’arresto, quel tragico lunedì poco dopo le 23, il 38.enne si è professato innocente. Non ha mai cambiato di una virgola la propria versione. Nega categoricamente di aver ammazzato la 24.enne, sua connazionale e madre dei suoi due bambini, la quale l’aveva raggiunto in Svizzera nel marzo 2017. Lui, nato nel sud dell’Eritrea, ci era arrivato nel 2014 con lo status di rifugiato politico. Una vita difficile, perennemente in fuga, che nella Confederazione sperava si trasformasse in un sogno. Invece è diventata un incubo. Secondo il procuratore pubblico Moreno Capella l’uomo ha spinto la compagna dal balcone. Il movente? La gelosia. Per il magistrato inquirente l’accusato sospettava che la convivente intrattenesse una relazione con un altro uomo. E così, dopo una lite avvenuta un paio di mesi prima con tanto di intervento della polizia, l’avrebbe spinta dal terrazzo a seguito dell’ennesimo battibecco verbale avvenuto in casa. I figli, in quel momento, stando alla ricostruzione della tragedia, erano stati chiusi a chiave in una stanza.

Non ci sono testimoni

Nessuno, tuttavia, fra i numerosi inquilini interrogati dalla polizia, ha assistito alla scena. Pertanto non ci sono testimoni oculari. A meno che, durante il processo, a sorpresa, l’accusa non chiami a deporre il super teste. Fra meno di tre mesi sapremo. Di tutt’altro tenore la versione del 38.enne. Secondo il suo racconto la donna si sarebbe suicidata. Anzi. Lui avrebbe tentato di evitare che si togliesse la vita tenendola per un braccio. La perizia eseguita dall’Istituto di medicina legale dell’Università di Berna ha in ogni modo ritenuto poco verosimile l’ipotesi del gesto estremo, soprattutto considerando la posizione in cui fu rinvenuto il corpo esanime della 24.enne.

L’altro rapporto tecnico, curato dall’Istituto di scienze forensi di Milano e voluto dalla difesa, dà ragione all’imputato. Nel senso che il punto d’impatto sull’asfalto in posizione prona portano a ritenere che la giovane si sia lanciata spontaneamente dal balcone. È verosimile che in occasione del processo gli esperti possano essere chiamati a riassumere le conclusioni contenute nei documenti. Ricordiamo che il 4 agosto 2017 - ad un mese esatto dalla disgrazia - era stata fatta una ricostruzione alla presenza delle parti.

Versioni contrapposte

La Corte delle Assise criminali avrà dunque il difficilissimo compito di stabilire la verità. Cosa è davvero successo quella sera? Un suicidio o un assassinio? Quello che è certo è che, alla luce delle posizioni diametralmente opposte, il dibattimento di metà dicembre non sarà forse l’ultimo. Il ricorso (o della difesa o dell’accusa) pare praticamente scontato.

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