«Il pazzo sa nascondere la sua pazzia dietro una maschera»

Le parole dell’imputato

Sventato attacco alla Commercio di Bellinzona: già alcuni anni prima dell’arresto, il giovane oggi a processo aveva minacciato di far del male a delle persone - «Ma allora non volevo fare una strage, pensavo piuttosto a qualcosa di mirato: poi sì, ho deciso di colpire e di uccidermi»

«Il pazzo sa nascondere la sua pazzia dietro una maschera»
© CdT/Gabriele Putzu

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«Il pazzo sa nascondere la sua pazzia dietro una maschera»
© CdT/Chiara Zocchetti

«Il pazzo sa nascondere la sua pazzia dietro una maschera»

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«Le mie passioni sono lo sport ed il modellismo e, prima dei fatti, le armi. Ora cerco di non farmele più piacere». Si rivolge al presidente della Corte delle Assise criminali Mauro Ermani con la formula educata «sì signore». L’ex allievo della Scuola cantonale di Commercio (SCC), alla sbarra da oggi per rispondere dell’accusa di atti punibili di assassinio plurimo (subordinatamente omicidio plurimo), ha ripercorso per sommi capi la sua vita. Partendo dalle passioni. L’hockey ed il calcio, soprattutto. Ma anche le armi. Il discorso si è ovviamente incanalato su questo filone, dato che il 21.enne è prevenuto colpevole di aver tentato di compiere una strage nell’istituto cittadino nel quale nel 2018 frequentava il terzo anno.

Le armi mi davano adrenalina e senso del potere

Armi. In parte ereditate dal nonno. E in parte nuove. Condivideva questa passione con un amico. Andava pure al poligono a sparare. «Mi davano adrenalina e senso di potere, forse perché mi sentivo impotente. I miei amici lo sapevano. Insomma, non l’ho mai ostentato ma nemmeno nascosto», ha affermato l’imputato. In aula sono state proiettate le foto di Polizia delle armi sequestrate. «Questo è un arsenale», ha esclamato il presidente della Corte. Fucili, pistole, revolver, carabine. E poi munizioni, coltelli, baionette, cartucce, puntatori laser. Nessuno, tuttavia, fra gli amici, credeva che volesse fare una strage. Si pensava che volesse suicidarsi. Quando gli inquirenti sono arrivati a casa del giovane, il 9 maggio 2018, dopo la segnalazione di un’alunna che ha avvisato i vertici dell’istituto, hanno trovato tutte quelle armi. E gli scritti. A quel punto hanno capito che il caso era ben più grave. «L’intervento è stato più semplice di quello che si è voluto far credere», ha precisato il giudice Mauro Ermani.

Ho rubato e ho perso il posto di lavoro (...) tutto il mondo si è improvvisamente rabbuiato

Durante la carcerazione di 77 giorni, in isolamento, «ho avuto tempo per rimuginare. Per pensare a tutti gli avvenimenti. Ma continuare a pensare mi faceva stare male», ha sottolineato il 21.enne. Era sorvegliato 24 ore su 24. Non gli era concessa nemmeno l’ora d’aria. Poi è scattata l’esecuzione anticipata della pena ed il trasferimento in un istituto specializzato oltralpe.

Il giovane sorridente, che tutti descrivono, è cambiato forse nel 2014. Quando il ragazzo fu licenziato da un’ex regia federale: «Ho rubato e ho perso il posto di lavoro. Per me è stata l’interruzione di un sogno, che mi ha fatto molto male. Tutto il mondo si è improvvisamente rabbuiato». L’anno seguente, dunque, inizia a frequentare la SCC quale uditore «fortemente spinto da mio padre. A me non piaceva, ma al momento non vedevo alternative. Studiare non era la mia vocazione, e credevo che nessun altro mi avrebbe assunto come apprendista visto il precedente». Alla Commercio, in seguito, si è davvero iscritto, come ben sappiamo. E a scuola andava pure bene. Dopo la delusione professionale sono giunte quelle sentimentali. In particolare lo ha fatto soffrire l’amore non corrisposto per una coetanea: «Ero arrabbiato con me stesso. Credevo di essere indegno ed incapace».

Voglio concentrarmi sulla vendetta, che mi darà la pace dei sensi

Dopo il primo rapporto sessuale, con un’altra giovane, un altro motivo di scoramento. La ragazza lo lascia. E lui le manda una lettera d’addio. Siamo nel maggio 2016: «Ne ho piene le scatole di tutti, solo sanguisughe. Voglio concentrarmi sulla vendetta, che mi darà la pace dei sensi. Sono pronto a morire dopo aver fatto del male agli altri». Nella missiva illustra anche le sue idee politiche: «Sono un aspirante skinhead. Desidero tatuarmi una ragnatela sul gomito e un falco sul petto. Il pazzo sa nascondere la sua pazzia sotto la maschera della normalità. Voglio essere ricordato come una bomba ad orologeria che nessuno è riuscito a disinnescare». La delusione amorosa mette del fuoco su un incendio già acceso, ha puntualizzato il giudice Mauro Ermani. Smentito, invece, dall’imputato, che già allora tenesse un diario: «Lo hanno detto per farmi passare come una persona orribile. Il peggio del peggio. A quei tempi non volevo fare una strage, ma pensavo a qualcosa di mirato».

Mi vorresti, mamma, se uccidessi una dozzina di studenti?

Oltre ai riferimenti a Hitler spuntano così quelli a degli stragisti statunitensi. In primis gli autori del massacro alla Columbine High School del 20 aprile 1999. E l’operazione che, secondo l’accusa, il 21.enne voleva compiere alla SCC porta un nome inquietante: NBK 2.0, Natural born killers 2.0. «Gli scritti li ho consegnati io agli inquirenti. Volevo colpire e poi uccidermi. Le lettere sono figlie della mia rabbia verso me stesso», ha rilevato il giovane. Alcuni stralci sono stati letti in aula. Parlano di «un messaggio così sanguinoso da assicurarsi un posto nella storia. Mi vorresti, mamma, se uccidessi una dozzina di studenti? Sono una brava persona, buoni voti. Tuttavia sono infelice. Vengo usato dagli altri. Sono un idiota. Isolato dal mondo. Le ragazze non mi considerano». Riascoltando le sue parole il giovane ha detto di provare «immensa tristezza e vergogna. Frutto di un delirio». Aveva addirittura preparato un comunicato stampa, da inviare ai media dopo la strage alla Commercio. Anche alle agenzie di stampa americane: «Affinché tutto il mondo sapesse».

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