«Io, l’ultimo cavista del porfido rosa»

LA STORIA

Il giovane imprenditore di Lumino Simone Bonomi sta portando avanti l’attività di famiglia che si tramanda da tre generazioni: «È una pietra che ha fatto la storia del Ticino»

«Io, l’ultimo cavista del porfido rosa»
Il 36.enne ritratto fra il suo amato materiale. (Foto CdT)

«Io, l’ultimo cavista del porfido rosa»

Il 36.enne ritratto fra il suo amato materiale. (Foto CdT)

«Io, l’ultimo cavista del porfido rosa»
La cava di famiglia a Cuasso al Monte, nel Varesotto. (Foto CdT)

«Io, l’ultimo cavista del porfido rosa»

La cava di famiglia a Cuasso al Monte, nel Varesotto. (Foto CdT)

«È un lavoro affascinante, ma duro. Lo fai solamente se hai una grande passione. E per me è un onore proseguire quello che è stato iniziato da mio nonno e poi portato avanti da mio padre». Gli occhi di Simone Bonomi, 36.enne di Lumino, si illuminano quando parla del suo mestiere. Lui, ingegnere civile di formazione, è titolare assieme al papà delle Cave Bonomi che dal 1950 estraggono, lavorano e posano una pietra naturale sempre più rara: il porfido rosa. Da tre generazioni l’impresa di Cuasso al Monte nel Varesotto (dal 2012 assieme alla ditta consorella con sede a Rivera) si prende cura di un materiale da costruzione profondamente legato alla tradizione architettonica ticinese e in particolare alla regione del Ceresio. Basti pensare, ad esempio, che fu utilizzato nel Medioevo per realizzare la chiesa di Santa Maria Assunta di Torello a Carona e, nel Rinascimento, per il campanile della chiesa parrocchiale di quello che all’epoca non era ancora diventato un quartiere di Lugano. In tempi decisamente più recenti il rosa ha impreziosito la pavimentazione del nucleo di Bellinzona e delle piazze Collegiata, Governo ed Indipendenza. Ma non solo.

Attivo di qua e di là del confine

I 12 operai attivi in Ticino nel settore specialistico della posa di pietra e i 15 in Italia hanno tra le mani un materiale naturale di pregio, che è parte del patrimonio culturale, storico ed economico della nostra regione. Simone Bonomi ne è perfettamente cosciente. «A partire dal secondo dopoguerra l’attività di estrazione e lavorazione del porfido rosa si è via via concentrata in un numero sempre minore di cave. Ciò a causa prevalentemente, da un lato, dell’esaurimento di materiale buono idoneo alla lavorazione e, dall’altro, della sua crescente scarsità fino a livelli tali da non giustificare o da rendere insostenibile il proseguimento dei lavori», spiega.

Quella «strana» piattaforma

Fino a metà del Novecento, infatti, erano attive decine di cave situate sia sulla sponda ticinese del Ceresio, a Carona, sia sulla sponda italiana. In seguito la tradizione dell’estrazione e della lavorazione del porfido rosa è proseguita a Cuasso al Monte, Comune lombardo di poco più di 3.500 abitanti situato quasi al centro della cosiddetta piattaforma porfirica del Luganese (inizia a est della base del Monte Generoso, riemerge dal lago in corrispondenza di Morcote e riaffiora ad ovest fino al confine con Varese), ossia dove la qualità della pietra è più elevata. Dal 2012 il «ritorno» in Ticino con l’avviamento della ditta consorella di Rivera, che presto aprirà la propria sede operativa a Lumino. «Vivo in questo Cantone da oltre 10 anni. Qui ho trovato l’amore e da poco sono anche diventato padre. La mia filosofia è semplice: preservare la storia e tramandare le competenze e l’utilizzo della pietra lavorando perlopiù a livello locale. L’età media della nostra ditta è di circa 40 anni. La manodopera più specializzata nel settore della posa, e mi riferisco ai selciatori e ai posatori di muri in pietra, è impegnata in Svizzera; gli operai più specializzati nell’estrazione e nella lavorazione del sasso sono invece attivi in Italia. A sud delle Alpi impiego sia frontalieri sia residenti. L’obiettivo è quello di aumentare il numero di questi ultimi. Non nego che in generale non è facile trovare i profili giusti nel nostro settore, né qui né in Italia».

Da Bellinzona a Lugano

Il porfido rosa caratterizza in modo netto i luoghi: il piazzale della stazione FFS con la scalinata della funicolare, piazza Cioccaro e piazza Luini (davanti al LAC, per intenderci) a Lugano; il viale Stazione e viale Jauch a Bellinzona; l’arredo urbano ad Ascona; piazza Mondaa a Carona; il nucleo di Paradiso; e l’imbarcadero di Morcote. Solo per citare alcuni interventi in Ticino. Ma l’orizzonte si è esteso pure alla vicina Penisola (il quartiere di Porta Garibaldi a Milano), alla Svizzera interna, alla Germania e alla Francia: «I principali settori di applicazione sono quelli delle pavimentazioni esterne pubbliche e private, i progetti stradali, la costruzione di giardini, le murature e l’arte sacra».

Lo dicevamo all’inizio; è un materiale che va trattato con i guanti: «Va rispettato, così come ogni elemento naturale e l’ambiente in generale. Noi abbiamo rinunciato a fare una produzione intensiva. Ci limitiamo a coltivare circa metà dei volumi che potenzialmente potremmo estrarre. C’è margine ancora per 200 anni». Per almeno altre sei generazioni, insomma. Il rosa continuerà a colorare il Ticino. Aguzzate la vista.

«Io, l’ultimo cavista del porfido rosa»
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