«Quest’anno ci ricorda brutalmente una cosa: non siamo sempre la nazione immune che spesso crediamo di essere. E che effettivamente spesso siamo stati. Il coronavirus ha un forte impatto sulle nostre vite. E diffonde una grande incertezza. Forse è proprio questa insicurezza ad essere difficile da sopportare, per noi svizzeri. Perché siamo un’isola di stabilità in mezzo a un continente storicamente in tumulto. Dobbiamo restare uniti, coesi. Siamo una comunità. Solo così vinceremo la difficile sfida. La nostra solidarietà è autentica».

Da una capitale all’altra. O, meglio, ad un suo quartiere. Ma anche nel Natale della Patria l’argomento è sempre lo stesso: la pandemia. Il consigliere federale Alain Berset è stato l’oratore ufficiale dei festeggiamenti organizzati stasera dalla Città di Bellinzona. La manifestazione, tuttora in corso, non si è svolta come da tradizione in piazza del Sole nella Turrita, ma all’ex Convento delle Agostiniane a Monte Carasso. Nel rispetto delle norme sanitarie cantonali per arginare la diffusione del «nemico invisibile», l’evento era ad invito; tant’è che a parte il rinfresco nel salone (durante il quale il ministro ha firmato, per primo, il «Libro degli ospiti») è stato effettuato il servizio ai tavoli. E, come già noto, non vi sarà nessun spettacolo pirotecnico dopo la risottata preparata dai cuochi del Rabadan. Presenti, tra gli altri, i consiglieri nazionali Fabio Regazzi e Bruno Storni, nonché alcuni consiglieri comunali.

«La crisi non è superata»

Nella sua allocuzione il direttore del Dipartimento federale dell’interno ha posto ripetutamente, ça va sans dire, l’attenzione sull’emergenza sanitaria che sta caratterizzando questo travagliato 2020. «Non è un anno come gli altri. E non può essere come gli altri nemmeno il 1. agosto. Perché la crisi non è ancora superata. Dopo essere stato a lungo basso, da metà giugno il livello dei contagi ha ripreso a crescere. Negli ultimi giorni nettamente. In alcuni Cantoni sono comparsi dei focolai. La crescita non giunge inattesa. La gente si sposta di più, viaggia di più e soggiorna di più all’estero. Ora si tratta di combattere con decisione la nuova impennata. Tutti insieme. Il Consiglio federale segue da vicino l’evolversi della situazione in stretto contatto con i Cantoni, che prendono molto sul serio il loro compito», ha rilevato il 48.enne friborghese, presidente della Confederazione nel 2018.

«Potrebbe durare a lungo»

Il consigliere federale Alain Berset è stato chiarissimo. Occorre scrupolosamente rispettare le disposizioni delle autorità: «Bisogna di nuovo ridurre il numero delle infezioni, interrompere le catene di contagio. Conosciamo le regole d’igiene e di distanziamento sociale, che sono importanti ed efficaci. In vacanza, al lavoro, sui mezzi pubblici e nei ristoranti. Dappertutto. Così ci proteggiamo. Questa non è un’estate come le altre. È attesa, speranza e apprensione. È desiderio di normalità, ma è anche disillusione, perché osservando la situazione mondiale sappiamo che potrebbe durare a lungo. Desideriamo ritornare alla vita di prima, ma sentiamo che qualcosa è cambiato. Per ciascuno di noi e per la società. Ma come cambierà la nostra vita, il nostro quotidiano, la nostra situazione economica? Non lo sappiamo».

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I rapporti con l’estero

A questo proposito il ministro ha in seguito parlato dei legami che la Confederazione intrattiene con l’estero. «Rapporti che hanno molti vantaggi per il nostro Paese: si va dall’arricchimento culturale reciproco fino alla prosperità economica. Ma questa interdipendenza presenta anche dei rischi. Tuttavia siamo abbastanza pragmatici da saper ponderare i due aspetti. E a non cadere in reazioni di rifiuto. Che rischiano d’indebolire ancora di più la nostra economia, in tempi che si prospettano difficili per tutti, anche per noi. Questa crisi ci mostra quanto siano fragili le nostre società. Noi, però, dimostriamo di essere resilienti. E di sapere quando è ora di mettere da parte le differenze e di unire le forze per affrontare insieme la sfida che abbiamo davanti. C’eravamo, e ci siamo ancora, gli uni per gli altri».

Unus pro omnibus, omnes pro uno. Uno per tutti, tutti per uno, come recita il mosaico sulla volta della cupola a Palazzo federale. Il nostro Cantone ha fatto proprio questo motto durante l’emergenza sanitaria: «Il Ticino ha dimostrato in modo straordinario di essere una comunità unita e solidale. Il coronavirus è il tempo della solidarietà verso i più deboli, il tempo di rimboccarsi le maniche e della responsabilità verso il prossimo. Ma abbiamo dimostrato anche un’altra cosa: la grande coesione tra le diverse zone del Paese. Il Ticino è stato più colpito della Svizzera tedesca dalla prima ondata. Le regioni di confine - in primis appunto il Ticino, ma anche Vaud e Ginevra - hanno percepito direttamente l’estrema gravità della situazione di molti ospedali e case di riposo dei Paesi vicini».

Le lettere al ministro

Alain Berset ha infine accennato alle numerose lettere che ha ricevuto in questi faticosissimi mesi. Come quelle di una 95.enne di Basilea Campagna ospite di una casa di riposo («mi scrive che i residenti sono magnificamente assistiti dal personale sanitario e ringrazia tutti quelli che si prendono cura di lei e tutti quelli che la proteggono dal pericoloso virus») oppure quella di un ragazzo di 11 anni del Canton San Gallo, il quale ha ringraziato il Consiglio federale per aver chiuso le scuole, i negozi e «molto altro ancora». Ma in Svizzera non va tutto bene, ha ricordato al ministro un 15.enne, i cui genitori sono originari dell’India e dello Sri Lanka: «C’è anche il razzismo. Questo, come la discriminazione, vanno combattuti con fermezza, nelle parole e nei fatti».

Il difficile equilibrio

E poi le e-mail «cariche di apprensione» che molti ticinesi hanno inviato al 48.enne in marzo ed aprile. Chiedevano di «chiudere tutto». Secondo il direttore del Dipartimento federale dell’interno mentre nella Svizzera tedesca «già si invocavano allentamenti, esponenti ticinesi auspicavano provvedimenti ancora più restrittivi. Nella morsa di opposte esigenze, il Consiglio federale si è sempre sforzato di trovare soluzioni che tenessero conto della varietà delle situazioni cantonali, senza per questo vanificare la strategia nazionale. Ha insomma cercato e tenta di trovare un equilibrio tra la protezione della salute e la riapertura delle attività economiche. Il Governo è consapevole che la pandemia mette a rischio la sopravvivenza di numerose aziende e devasta le finanze di molte persone. In tutta la Svizzera abbiamo dimostrato che quando è necessario ci aiutiamo l’un l’altro. È stato necessario e lo è ancora. Ci aiutiamo l’un l’altro a superare la crisi sanitaria. Non importa quanto durerà. Ci aiutiamo l’un l’altro ad affrontare al meglio la recessione che ci attende. Non importa quanto sarà dura. E non importa se il virus ha colpito, colpisce e colpirà gli uni più degli altri. Siamo una comunità. Non importa se abbiamo idee e opinioni anche molto diverse».

«Non è come la guerra»

Stesso refrain pure per il padrone di casa, il sindaco di Bellinzona Mario Branda. Il primus inter pares della capitale ticinese ha ricordato la particolarità di questo 1. agosto. Una festa diversa dal solito perché ci siamo resi conto «di quanto il nostro destino e taluni nostri problemi possono risultare simili a quelli di tanta parte del mondo». È così accaduto, ha osservato Branda, che «ciò che a gennaio ancora ci pareva distantissimo, un problema che riguardava solo altri, si è presto rivelato un problema serio e stringente per tutti noi. E allo stesso tempo ci siamo resi conto di essere confrontati – di doverci confrontare - con le medesime sfide, le medesime incertezze, i medesimi tormenti di molti nostri simili in altri Paesi».

Non si può tuttavia paragonare l’emergenza sanitaria con la guerra, ha ammonito il sindaco della Turrita. È altrettanto vero, ha comunque aggiunto, che «insieme, durante gli ultimi mesi, abbiamo conosciuto un’avversità come non ne avevamo più fatto l’esperienza da decenni e che ha messo – e ancora mette - a dura prova la nostra resistenza e la nostra coesione, ma pure il nostro stile di vita. Strade e piazza deserte, uffici e negozi chiusi, aule scolastiche vuote di bambini, anziani confinati a casa». Le famiglie che hanno conosciuto il lutto sentono ora il vuoto per l’assenza, «purtroppo irreparabile, della persona amata ma anche, non di rado, il dolore per un congedo inaspettato, troppo repentino. E senza, magari, aver avuto la possibilità né il diritto di un commiato lenitivo e al contempo rispettoso della profondità degli affetti e dei sentimenti di una vita. Non è facile».

«Noi tutti siamo pronti»

Valori come l’unità nazionale in questo momento storico sono viepiù essenziali per superare le difficoltà che stiamo vivendo «E trovo molto positivo e ringrazio il consigliere federale Alain Berset per aver scelto il Ticino per la sua visita in questa significativa occasione. È un segnale davvero molto importante e molto apprezzato da tutti noi. La crisi non è finita, lo abbiamo capito. Oltre alla possibilità molto concreta della cosiddetta ‘seconda ondata’, vi è il forte rischio di una recessione economica nazionale e forse mondiale: occorreranno molte energie e pazienza e, naturalmente, senso di solidarietà: tra ricchi e meno abbienti, tra sani e malati, tra giovani e anziani. Credo che il nostro Paese, il nostro Cantone ma anche la nostra Città, siano attrezzati per questo, ma non bisognerà farsi trovare impreparati».

Il futuro, è palese, è per forza incerto. Ecco perché ognuno di noi, ha puntualizzato Mario Branda, sarà chiamato a fare la sua parte. In questo senso il sindaco di Bellinzona ha ringraziato in conclusione tutti coloro che (come i collaboratori della Città), pur fra mille peripezie, negli ultimi mesi si sono adoperati alacremente per far funzionare la «macchina» amministrativa (e non solo) della capitale ticinese e del Cantone intero: «Tutti hanno contribuito a darci l’impressione che non si era abbandonati, che la comunità continuava ad avere a cuore la vita e la propria qualità di vita. E poi naturalmente il personale sanitario, soccorritori, cuochi, donne e uomini di pulizia, assistenti che si sono prodigati negli ospedali e negli istituti per offrire a malati e persone vulnerabili l’assistenza e le cure di cui vi era bisogno, con una menzione particolare a chi ha lavorato e ancora lavora nelle nostre case anziani».

Quella volta a Palazzo

Il consigliere federale, a Bellinzona, ci era stato il 19 marzo scorso. Allora la pandemia era nella sua fase acuta, e quella giornata di festa era stata la peggiore di tutta l’emergenza sanitaria con ben 127 nuovi contagi. «Non perdete la speranza. Il Canton Ticino è stato pioniere nella battaglia contro il coronavirus», disse incontrando la stampa Alain Berset, dopo aver discusso con il Governo, lo Stato maggiore cantonale di condotta ed il medico cantonale Giorgio Merlani. Il direttore del Dipartimento federale dell’interno in quell’occasione parlò, di transenna, proprio del Primo agosto, sottolineando che «la solidarietà non dev’essere un valore fondamentale per la Svizzera da ricordare soltanto durante la festa nazionale, ma lo dobbiamo applicare pure in questa situazione di crisi».

Il Ticino è riuscito a contenere la diffusione della COVID-19. Mentre nel resto della Confederazione i casi sono in costante aumento. Allora la visita all’ombra dei castelli di Berset, in un certo senso, era stata di buon auspicio. Speriamo che sia così anche per i nostri «cugini» confederati. La Svizzera è una e unica. E l’amiamo per questo.

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