Accordo sui frontalieri, i sindacati puntano più in alto

fiscalità

Individuati alcuni punti critici della bozza di intesa tra Berna e Roma: «Deve essere un’occasione per ridefinire il concetto di frontaliere, non solo per fare cassetta»

Accordo sui frontalieri, i sindacati puntano più in alto
© CdT/Gabriele Putzu

Accordo sui frontalieri, i sindacati puntano più in alto

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I sindacati di Ticino e Italia prendono posizione sul nuovo accordo fiscale dei frontalieri e chiedono a Berna e Roma di fare di più. In una nota firmata da CGIL, CISL, UIL, SAVT, UNIA, OCST e SYNA si legge infatti che «le preoccupazioni espresse nei mesi scorsi circa una discussione così complessa sviluppata all’interno di un quadro sanitario che, lungi dal dare segnali incoraggianti, da un lato limita la possibilità di condividere le posizioni con le lavoratrici ed i lavoratori direttamente interessati e dall’altro, alla luce delle pessimistiche previsioni dell’onda lunga del lockdown della primavera scorsa sul sistema delle imprese, ci pone di fronte ad un quadro economico e sociale non facilmente prevedibile, ci inducono ora come allora, a richiedere maggiore cautela ai Governi per tempi e modi attuazione dell’intesa, invitandoli a non porre limiti temporali stringenti in un quadro di grandissima incertezza».

Nel dettaglio, i sindacati ribadiscono l’importanza di «salvaguardare la situazione degli attuali frontalieri», ma esprimono qualche perplessità sull’adozione del cosiddetto «doppio binario» (che punta a far valere il nuovo accordo solo per i nuovi frontalieri). Questo sistema può introdurre «alcune potenziali criticità»: ulteriori elementi di dumping in un mercato del lavoro elvetico che ne è già fortemente caratterizzato, anche in virtù di una relazione stretta tra crescita dei salari e riduzione delle tutele e delle protezioni sociali. Una condizione che, «per evitare di porre in concorrenza vecchi e nuovi lavoratori, può essere mitigata da strumenti di accompagnamento sindacali e fiscali (individuabili anche nell’ambito della riforma fiscale di prossima discussione, attraverso interventi quali: aliquote di vantaggio, rimodulazione della franchigia, misure di accompagnamento e tempi di transizione), che riducano la forbice del reddito che inevitabilmente l’adozione del nuovo sistema determinerà».

I sindacati ritengono anche necessario «superare ogni ambiguità sul concetto di “vecchi” frontalieri che, lungi da una definizione puramente anagrafica, rispondono a coloro che sono già in possesso di una propria posizione AVS, anche se pregressa rispetto all’attuale condizione lavorativa». Inoltre, anche la fascia dei 20 km dal confine dovrebbe essere rivista, poiché «con l’evoluzione dei trasporti e delle infrastrutture non è più attuale»: «Mantenere una distinzione tra frontalieri cosiddetti fiscali e non fiscali rappresenta un’articolazione obsoleta e di diseguaglianze ingiustificate tra i lavoratori di una medesima impresa. Il suo superamento unito ad un principio di reciprocità dei movimenti contribuirebbe a nostro avviso anche ad aumentare quel livello di coesione sociale necessario, soprattutto dopo l’importante esito referendario del 27 settembre sulla libera circolazione», si legge nella nota. Anche il capitolo relativo ai ristorni a Comuni e Province è problematico. «La tassazione indiretta di cui i Comuni hanno beneficiato ha contribuito tanto a sostenere la spesa per investimenti quanto quella corrente, nonché in misura minore, iniziative rivolte direttamente al lavoro frontaliero».

In generale, osservano i sindacati, «il superamento di un trattato “storico” non può essere risolto con provvedimento il cui obiettivo sembra rivolto solo a “fare cassa”. Può rappresentare un’occasione per definire il complesso degli aspetti legati al fenomeno del lavoro transfrontaliero».

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