Al confine sono tornati i riti tipici, in attesa che apra anche la Svizzera

Il reportage

In Italia riprendono molte attività: vediamo come è andata lungo la frontiera con il Ticino dopo settanta giorni di chiusura

Al confine sono tornati i riti tipici, in attesa che apra anche la Svizzera
Uno scorcio di Ponte Chiasso immortalato all’inizio del mese di marzo, prima della chiusura delle frontiere. ©CDT/Gabriele Putzu

Al confine sono tornati i riti tipici, in attesa che apra anche la Svizzera

Uno scorcio di Ponte Chiasso immortalato all’inizio del mese di marzo, prima della chiusura delle frontiere. ©CDT/Gabriele Putzu

Settanta giorni passati senza il rito del caffè. Dopo un’attesa che pareva infinita, gli italiani ieri hanno potuto riassaporare il gusto di (alcune) libertà. Nella vicina penisola molte attività economiche hanno riaperto. Vediamo come è andata lungo il confine con il Ticino.

Prima dell’alba si sono levati, si sono dati un’occhiata allo specchio quasi a immaginare gli sguardi dei primi clienti. Alle 5 hanno tirato su le saracinesche dei loro bar. Settanta giorni, per i lombardi, trascorsi senza il rito del caffè. Ieri con il via libera del governo sono ripartiti e, dietro i banconi, in ciascuno di loro si potevano leggere paura, preoccupazione e speranza e anche audacia, perché come scrisse Gianni Rodari «in cuore abbiamo tutti un cavaliere pieno di coraggio, pronto a rimettersi sempre in viaggio».

Foto risalente ai primi di marzo. © CdT/Gabriele Putzu
Foto risalente ai primi di marzo. © CdT/Gabriele Putzu

Numeri impressionanti

Sono tanti quelli che lavorano con un bar o un ristorante. L’Istituto italiano di statistica (ISTAT) ha censito quasi 735 mila imprese del commercio al dettaglio in Italia nel 2018, di cui 147 mila alimentari e bar per 308 mila addetti. La quota della Lombardia è circa dell’11%, quindi si possono stimare 15 mila alimentari e bar. La chiusura forzata per l’epidemia del coronavirus per molti ha rappresentato un colpo duro. Economicamente, certo. Ancor di più psicologicamente. All’improvviso il lavoro e il senso delle giornate e della vita sono svaniti. Cancellati per decreto. E quando si è varato il calendario delle riaperture sono rimasti in coda, quasi ultimi. Classificati come non importanti. Non considerati «essenziali». Ora c’è la loro rivincita. Riaperta l’industria manifatturiera, così l’edilizia e tutto il resto. Senza di loro, però, sembrava mancare qualcosa di fondamentale. Non c’era quella leggerezza che insieme dà peso all’economia di un Paese e al morale delle persone.

Baristi coraggiosi

Quanti hanno accettato la sfida di allestire i bar e i ristoranti come previsto dalle norme di sicurezza, peraltro emanate solo domenica sera? «Nella provincia di Como - risponde Giovanni Ciceri, presidente della Confcommercio - il 50% ha riaperto. Saliremo al 70% nel fine settimana. Proprio poco fa abbiamo fatto una “call” con tutti i presidenti lombardi e i dati riferiti sono del 40-50% a Varese, 30-40% in provincia di Sondrio, Bergamo al 60%, Lecco al 30%. Abbiamo anche chiesto di essere esentati dal misurare la temperatura ai clienti». Complessivamente baristi e ristoratori iscritti a Confcommercio Como, spiega Ciceri, sono circa 1.500. Quindi tra Como e Varese nella fascia di confine ce n’è almeno il doppio.

Al confine sono tornati i riti tipici, in attesa che apra anche la Svizzera

Tanti si sono rimessi in cammino. Baristi coraggiosi. È una partenza al rallentatore in queste zone perché manca una parte consistente: la clientela svizzera. E tutti sperano che dal 3 giugno con la riapertura della frontiera le cose possano migliorare, sempre che le trattative diplomatiche portino a un accordo concreto.

Al bar di Ponte Chiasso che praticamente fa dogana Paolo Grigioni racconta che si è alzato presto, per aprire alle 5, anche se per pochi clienti. «Da noi - dice - circa il 50% dei clienti sono svizzeri, tanti vengono qui a far colazione. Aspettiamo il 3 giugno sperando che possano tornare. Quello che ho fatto alle 10 come incasso, prima lo facevo solo in un’ora. Non mi aspettavo così poco. Comunque qui siamo tutti nelle stesse condizioni: il macellaio qua vicino senza gli svizzeri in una settimana fa quello che prima faceva in un solo giorno». Conferma Tommaso Giudice del negozio di scarpe di via Bellinzona: «Per noi la clientela svizzera rappresenta quasi l’80%. Speriamo che ritornino da giugno». Quanto pesa la voce «Ticino» nei bilanci dei commercianti dipende dalla tipologia delle merci vendute e, ovviamente, dalla posizione. «Per noi - afferma Stefano Bizzanelli, oreficeria al Bennet di Lucino - gli svizzeri sono circa il 30%. Non vediamo l’ora che ritorni la normalità per noi e per loro».

La vita ricomincia

«Rispetto a prima - dice il giovane proprietario di un bar pasticceria di Lurate Caccivio - è cambiato tutto. C’è meno gente. Forse perché è il primo giorno. La voglia di ricominciare c’è.Il bar è bello perché ci vai con gli amici, per fare quattro chiacchiere, si perde tempo. È un momento di svago. Ora si è persa un po’ questa filosofia del bar. Si è un po’ meno liberi».

In un supermercato di Bizzarone - la stessa cosa grosso modo avviene a Ponte Tresa e a Porlezza - confidano che i clienti svizzeri possano ritornare dal 3 giugno: «Sono una quota significativa per noi. Speriamo che riaprano verso l’Italia». Al bar a fianco aggiungono: «Prima venivano a far la spesa, poi passavano qua per un caffè. Ora niente. E anche i frontalieri non si fermano perché fanno la fila in dogana».

C’è chi non ha riaperto e ha messo fuori il cartello con la data del 25 maggio o addirittura del 3 giugno. Lo spiega Nicola Sternativo, titolare di un noto ristorante albergo di Uggiate Trevano: «Non riapriamo subito. Per sanificare e mettersi in regola ci vuole tempo. Riapriremo nel fine settimana anche se con staff ridotto, perché il 70% dei nostri clienti sono svizzeri e quindi aspettiamo la riapertura della frontiera. Per noi è stato pesante: in questi mesi tra comunioni, matrimoni e banchetti avevamo 4.200 coperti prenotati, tutti cancellati. Purtroppo del ristorante uno può fare a meno. L’ho capito e ho accettato la decisione del governo. Comunque ho fiducia».

Lo specchio

La stessa speranza aleggia in un bar di Colverde, dove Roberto e Jessica hanno riaperto portando vivacità nella piazza della chiesa. All’interno due scritte ricordano il senso di ogni bar: «Il Bar non ti regala ricordi ma i ricordi ti portano sempre al Bar».

Al confine sono tornati i riti tipici, in attesa che apra anche la Svizzera

Per un imprenditore illuminato come Brunello Cucinelli il bar ha rappresentato «l’università della vita», per scrittori come Piero Chiara la fonte dell’ispirazione di un’autentica umanità. Che sia un bar sport alla Benni con la mitica Luisona (la brioche) o che ricordi vagamente un caffè letterario per tipi come Magris o un dipinto alla Guttuso, il bar di confine non è solo spazio fisico. La lunga carrellata tra bar e ristoranti rivela che è come uno specchio dove vedersi e rivedersi per sentirsi più vivi, più leggeri.

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