Non sarà espulsa dalla Svizzera: «In Italia non ci sono garanzie»

Il caso

Il TAF ritiene che con il Decreto sicurezza voluto da Salvini per i migranti «vulnerabili» o con problemi di salute non vi siano misure di assistenza adeguate - Il giudice: «Centri di accoglienza sovraffollati e bassa qualità del servizio»

Non sarà espulsa dalla Svizzera: «In Italia non ci sono garanzie»
©CdT/Archivio

Non sarà espulsa dalla Svizzera: «In Italia non ci sono garanzie»

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Il Decreto sicurezza bis, voluto fortemente dall’ex ministro Matteo Salvini, si sta facendo sentire anche in Svizzera. Il Tribunale amministrativo federale (TAF) ha recentemente accolto il ricorso di una donna nigeriana che, in base all’accordo di Dublino, avrebbe dovuto essere rinviata nella vicina Penisola insieme ai due figli. Secondo il TAF infatti le famiglie di richiedenti l’asilo, in particolare quelle bisognose di cure mediche immediate, non possono essere rinviate in Italia, in quanto la situazione nei centri accoglienza oltre confine è peggiorata drasticamente e non vi sarebbero più garanzie sulla presa a carico di migranti bisognosi di cure. Lo riporta Swissinfo, sottolineando che dopo l’entrata in vigore del Decreto Salvini, il TAF aveva già emesso un altro paio di sentenze che andavano nella stessa direzione. La corte ritiene infatti che in Italia le condizioni d’accoglienza per le famiglie non siano più ottimali, specialmente quando i richiedenti l’asilo hanno problemi di salute (come la nigeriana del caso in questione). L’espulsione della donna è stata bloccata ed ora spetta alla Segreteria di Stato della migrazione (SEM) effettuare una valutazione precisa delle «condizioni effettive e concrete della presa a carico delle famiglie in Italia nei centri di prima accoglienza» prima di prendere una nuova decisione. Il TAF sottolinea come, dopo il decreto Sicurezza bis, i richiedenti che non beneficiano della protezione internazionale non hanno più accesso ai centri Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), pensati per persone particolarmente vulnerabili, ma unicamente ai Centri di prima accoglienza (Cda), che «sono sovraffollati e la qualità dei servizi d’accoglienza non corrisponde a quella offerta nei centri più piccoli», come appunto gli ex Sprar. Inoltre, nei Cda si riscontrano lacune per quanto concerne «le misure d’assistenza, la vita sociale, l’assistenza giuridica e capita regolarmente che delle famiglie vengano separate». Il giudice rileva inoltre che le sovvenzioni statali sono state drasticamente tagliate, ed ha così emesso il verdetto muovendosi sulla base di una precedente sentenza del 2014, (il caso della famiglia Tarakhel, che aveva fatto ricorso alla CEDU), in cui si raccomandava di «espellere migranti solo nel caso venisse loro garantita dal Paese di destinazione una adeguata assistenza umanitaria, sanitaria e giuridica». Il TAF è del parere che «la giurisprudenza Tarakhel deve essere estesa alle persone che soffrono di malattie gravi o croniche, che necessitano una presa a carico immediata al loro arrivo in Italia».

La donna subiva violenze dal marito

Protagonista della vicenda è una donna che dalla Nigeria si era stabilita in Italia, dove si era anche sposata. Dopo aver subito una serie di violenze dal marito, la donna era fuggita in Svizzera, chiedendo asilo politico. Avendo però vissuto diversi anni in Italia, la SEM ha ritenuto che la richiesta d’asilo fosse di competenza delle autorità della Penisola, sulla base dell’Accordo di Dublino, che prevede che sia lo Stato di arrivo il responsabile per l’esame della richiesta di asilo. La SEM ha quindi chiesto a Roma di accogliere la donna e i suoi due figli. La domanda della migrante è stata accolta positivamente dal Governo italiano, ma la nigeriana ha presentato ricorso presso le autorità elvetiche. Secondo il TAF, le garanzie generali fornite dalle autorità italiane per quanto concerne la presa a carico delle famiglie di richiedenti, ad esempio per quanto concerne la non separazione delle famiglie o l’accesso alle cure, non sono sufficienti.

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