Un caffè al bar ai due lati del confine

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Ecco come si vive l'emergenza coronavirus in due locali situati a cento metri l'uno dall'altro sulle due sponde della Tresa - IL VIDEO

Un caffè al bar ai due lati del confine
Donatella, titolare del Bar Johnny. © CdT/AC

Un caffè al bar ai due lati del confine

Donatella, titolare del Bar Johnny. © CdT/AC

Dal gommista al carrozziere, dal barista al titolare del negozio di alimentari, dal gerente del ristorante al giornalaio, dal pizzaiolo al farmacista, dal parrucchiere all'albergatore e la lista potrebbe essere ancora lunga. Nell'alto Varesotto e a Lavena Ponte Tresa in particolare, si attende con trepidazione, perfino con ansia, la riapertura della dogana. Nella cittadina di confine con i suoi cinquemila abitanti, dallo scorso 9 marzo - data del lockdown - gli affari si sono letteralmente arenati, schiacciati dall'emergenza COVID-19. In attesa di nuove decisioni delle autorità che permettano, appunto, di riattivare i passaggi degli svizzeri e degli italiani da entrambi i lati del confine dopo che senza troppi indugi, fin dall'inizio dell'emergenza, è stato trovato l'accordo sul passaggio dei frontalieri.

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Roma aveva già indicato nel prossimo 3 giugno la data di riapertura delle frontiere italiane, mentre Berna, nel frattempo, ha reso noto di riservarsi una nuova valutazione del quadro pandemico e di voler prendere una decisione in piena autonomia soltanto in un secondo tempo (forse già entro la settimana prossima). In questa situazione di impasse, tra i commercianti, si sono diffusi sempre più insicurezza e spaesamento.

Il 18 maggio scorso - come noto - il Governo Conte, con il suo ultimo decreto, aveva dato luce verde alla riapertura di buona parte delle attività commerciali, fissando una serie di regole e di misure di profilassi sanitaria che hanno sollevato un polverone e molte rimostranze tra gli addetti ai lavori dei diversi settori, i quali, nonostante le promesse, non hanno in buona parte potuto beneficiare di alcun aiuto dello Stato. C'è anche chi (e sono numerosi), pressato dai debiti e dalle precarie prospettive economiche, ha preferito - o è stato costretto - a rinunciare alla riapertura della propria attività. Sono storie di disperazione e il cui esito conclusivo è in parte ancora tutte da scrivere nelle prossime settimane.

Pochi clienti nella caffetteria

Per capire cosa comporti oggi alzare le serrande più di tre mesi dopo il lockdown decretato dal Governo italiano basta recarsi in un qualsiasi esercizio pubblico d'oltre confine. Donatella, 57 anni, insieme al marito, è titolare del Bar Johnny, apprezzata gelateria e caffetteria a due passi dalla dogana. Nello spazio aperto esterno al locale sono sedute a distanza di qualche metro l'una dall'altra due giovani coppie con le mascherine sul collo; un padre e una figlia stanno mangiando un gelato ad un altro tavolo. «I nostri clienti sono pochi, aspettiamo che la dogana riapra, se non tornano gli svizzeri qui sono dolori» spiega Donatella. La prima difficoltà, per tutta la categoria dei ristoratori che hanno deciso di riaprire, è barcamenarsi con i protocolli. Sono complessi, per usare un eufemismo, e continuano a cambiare. «I dipendenti - in base a un'ordinanza emanata dalla Regione Lombardia - hanno l'obbligo di indossare mascherina chirurgica e guanti di plastica, mentre la clientela che entra nel nostro locale si deve far misurare la temperatura anche se seduta all'esterno. Inoltre, ognuno, nel locale, deve strofinarsi il gel igienizzante sulle mani per avvicinarsi al banco, pur solo bevendo un caffè».

© CdT/AC
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Responsabilità penali

Queste sono le regole. Perché tanto scrupolo? È presto detto rimarca la titolare del bar. «L'INAIL (l'Istituto Nazionale per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, ndr.) ha equiparato il coronavirus a un infortunio. Se uno dei miei dipendenti si ammala nel suo tempo libero, la responsabilità penale ricade su di me». Inutile dirlo: si tratta di «una grande ingiustizia», si lamenta la nostra interlocutrice. «Rispettiamo tutte le regole: due metri di distanza dai tavoli, pulizie continue eccetera, uno sforzo enorme anche considerato che siamo a ranghi ridotti». E che dire degli aiuti? Qui come altrove sono arrivati con il contagocce: «I nostri tre dipendenti sono stati messi in cassa integrazione e possono rientrare soltanto a turno, altrimenti la perderebbero». E i tanto dibattuti 600 euro promessi dal Governo Conte per aiutare chi è più in difficoltà? «Ho ricevuto quelli di marzo, ma il 16 maggio scorso sono scaduti i contributi fissi e lo Stato non ce li ha certo condonati, per cui domando dove sia questo aiuto. Soprassediamo». E chiosa: «Per tutti noi non è ancora tempo di brindisi, attendiamo che la dogana riapra e che tornino gli svizzeri e i ticinesi in particolare».

© CdT/AC
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Regole meno tassative nel Malcantone

In Ticino questo periodo di pandemia viene percepito con meno rigidità. Gli scenari cambiano in modo manifesto. Un giovane addetto del Bar Centro di Ponte Tresa - che ci serve senza guanti e mascherina - spiega che queste protezioni «solitamente si usano maggiormente la sera, quando i clienti sono più numerosi». Anche se, ricorda, non c'è l'obbligo per chi viene a consumare. Le norme di profilassi sanitaria contro il coronavirus sono meno asfissianti: «La polizia ha già fatto dei controlli, tutto è risultato a norma». Poche persone sedute all'esterno del locale non indossano né guanti né mascherine. E tra i quattro tavoli all'interno del bar il separè è una semplice parete divisoria da giardino. Niente plexiglas, nessun cartello che indica articoli di questa o quella legge o norme da Grande Fratello. «La nostra clientela è comunque locale, molte persone che vengono qui abitano nel Malcantone. Gli italiani, anche quando la dogana era aperta e con il mercato in pieno svolgimento, bevevano il caffè oltre confine: lì costa un euro, qui due franchi». Ma vuoi mettere poter scegliere in piena libertà dove andare e cosa gustare?

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