Cos’è cambiato per i medici di famiglia

Coronavirus

Dopo la diffusione in Ticino della COVID-19, il lavoro dei nostri dottori generici si è dovuto adeguare e molti pazienti hanno riscoperto che il loro consulto può talvolta essere più soddisfacente di quello di uno specialista - Ne abbiamo parlato con il direttore medico del centro LuganoCare Vincenzo Liguori

Cos’è cambiato per i medici di famiglia
© CdT/ Chiara Zocchetti

Cos’è cambiato per i medici di famiglia

© CdT/ Chiara Zocchetti

La prima ondata di coronavirus è ormai alle spalle e, anche se un secondo picco non viene escluso dagli esperti, il sistema sanitario sta comunque pian piano tornando alla normalità. Le strutture ospedaliere, a partire dal mese di febbraio, hanno in alcuni casi subìto vere e proprie rivoluzioni, adattandosi alle esigenze di questo particolare periodo. Ma, insieme ai nosocomi, ad essere stati protagonisti della pandemia, sono stati anche gli studi dei medici di famiglia. Oltre che a rispondere ai dubbi e alle preoccupazioni dei cittadini legate proprio al virus, sono infatti stati chiamati a fare fronte anche alle esigenze mediche che con il virus non c’entravano, ma che hanno continuato a colpire la popolazione.

Il ritorno dei pazienti

«I pazienti che avevano rimandato i controlli sono ora meno timorosi e stanno tornando gradatamente a farsi visitare. Tuttavia, anche se c’è meno paura del contagio, molti preferiscono aspettare ancora prima di tornare ai controlli abituali per le loro patologie croniche», ci spiega Vincenzo Liguori, specialista FMH in medicina interna generale e direttore medico del centro LuganoCare. «I nostri pazienti hanno tuttavia capito che gli studi sono ben attrezzati, con percorsi separati per i pazienti a rischio. Se è necessario effettuare tamponi per la COVID-19, ci sono i “check-point”, utili per chi non è equipaggiato ad effettuarli. Le assistenti di studio medico sono state istruite ad attuare le misure di igiene e di protezione, che vanno dall’uso di mascherine, guanti, camici monouso, disinfettanti, alla sanificazione degli ambienti».

Malgrado la mobilitazione per fornire un servizio specifico a chiunque avesse timore di essere entrato in contatto con il contagio con numeri di telefono e personale appositi, i medici di famiglia sono comunque stati tempestati di telefonate, ci conferma ancora Vincenzo Liguori. «Mi risulta che anche i numeri per fornire informazioni sul coronavirus, così come la guardia medica e Ticino soccorso si siano trovati al limite del collasso per le molte chiamate ricevute: è stato un periodo in cui la gente aveva assoluto bisogno di chiarimenti e rassicurazioni», continua il nostro interlocutore.

Strascichi sull’operato

Il lavoro del medico di famiglia in questo periodo è cambiato in maniera importante spiega Liguori: «Da una parte abbiamo avuto meno consultazioni per patologie banali. Anche i pazienti, conosciuti come ipocondriaci, hanno limitato le visite, sgravando l’impegno dei medici. Magari aspettavano un giorno o due prima di recarsi nello studio per sintomi e disturbi minori che si risolvono da soli o con una semplice automedicazione. Questa scrematura è positiva, anche perché ha limitato il “sovraconsumo” di cure mediche». «D’altra parte – continua – abbiamo riscontrato casi in cui malati cronici (come diabetici, cardiopatici, ipertesi o pazienti affetti da patologie serie), che avrebbero richiesto un monitoraggio continuo, hanno trascurato i controlli, mettendo a rischio la propria salute».

Quando lo specialista non serve

Per tornare agli aspetti positivi, c’è da aggiungere, continua Liguori, che c’è stata una maggiore presa di coscienza della centralità del medico di famiglia rispetto allo specialista. «In situazioni come questa, le persone si sono rese conto che i medici di famiglia sono in grado di risolvere il 90% delle patologie e rispondere alla maggior parte dei dubbi, delle paure e delle domande dei pazienti, dedicando loro tempo ed energie e mettendo a frutto la conoscenza della storia clinica del paziente e della sua situazione familiare e sociale».

La corsa al vaccino contro l’influenza stagionale

La pandemia non è però ancora terminata e un po’ il timore per una seconda ondata, un po’ l’avvicinarsi dell’inverno e dell’influenza stagionale ci fanno comunque stare in allerta. «Chi si vaccina contro l’influenza aiuterà chi dovrà fare le diagnosi: se mi sono vaccinato, più facilmente – pur senza certezze – i miei sintomi saranno riconducibili al coronavirus», aveva riferito due settimane fa il farmacista cantonale Giovan Maria Zanini proprio al CdT, invitando la popolazione a ricorrere al vaccino e gli studi medici a procurarne. «In effetti noi abbiamo ordinato il 50% di dosi in più rispetto agli anni precedenti, prevedendo che ci saranno maggiore sensibilità e maggiore domanda di vaccinazioni per l’influenza stagionale. Le dosi vanno richieste già in primavera ma in verità scopriremo solo quest’autunno se la necessità di vaccinarsi contro l’influenza sarà stata recepita dalla popolazione». «Per quanto concerne il vaccino contro il coronavirus diverse sperimentazioni sono in corso – conclude Liguori –, ma le notizie sulla disponibilità in tempi brevi, che girano attualmente sui media, non hanno fondamento scientifico. Anche nel caso le sperimentazioni in corso diano esito positivo, a mio parere è altamente improbabile che un vaccino contro la COVID possa essere disponibile entro fine anno».

©CdT.ch - Riproduzione riservata

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