Dal passo del San Gottardo un messaggio di solidarietà

Primo Agosto

Sulla Via delle Genti tremila persone hanno assistito all’omelia del Vescovo Lazzeri: «Non possiamo vivere in maniera autenticamente umana solo proteggendo noi stessi»

 Dal passo del San Gottardo un messaggio di solidarietà
(Foto Keystone)

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 Dal passo del San Gottardo un messaggio di solidarietà

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 Dal passo del San Gottardo un messaggio di solidarietà

Dal passo del San Gottardo un messaggio di solidarietà

AIROLO - Salendo dalla strada del passo, a metà mattina, lo scenario toglie il fiato. Ricordi dello scorso inverno si intravedono ancora sotto le cime del massiccio del San Gottardo e poi più in là, verso la Valle Bedretto. Chiazze di neve e ghiaccio incastonati fra rocce e prati verdi. Immaginiamo di metterci nei panni di chi vede questi posti per la prima volta e veniamo investiti da una pace intensa. Com’è bella, la Svizzera. Ed è il suo giorno, la sua festa, la sua celebrazione più autentica. Stiamo salendo comodi, su su fino all’Ospizio, al laghetto. La strada cantonale è trafficata per via di alcuni torpedoni che stanno trasportando centinaia di persone. Lassù, in cima, c’è la santa messa. E poi il pranzo, i bratwurst e le passeggiate. Sono moltissimi (tremila persone) ad aver scelto di passare qualche ora diversa dal solito, in una giornata dall’atmosfera brillante ma – a dispetto dell’altitudine – calda. Superati i due tunnel finali, si arriva finalmente al passo. Tantissime le auto, posteggiate con ordine grazie agli addetti alla sicurezza. La fila di persone s’incammina verso l’Ospizio. «Vengo quasi tutti gli anni, eppure non ricordo così tanta gente come questa volta» commenta una donna. Quasi tutti sono ticinesi, come vuole la tradizione. Le griglie (evitiamo di dire «fornitissime», che sa troppo di cliché da festa campestre) dei baracchini sono già roventi. Ma nonostante il richia

mo della gola passiamo oltre, verso il Forte Ospizio. Mezz’ora prima dell’inizio della messa la piazza è già gremita. I più attrezzati arrivano muniti di sedia pieghevole, gli altri stanno in piedi oppure si siedono sulla cima dei bunker messi a ferro di cavallo per non perdersi nemmeno un momento. E poi, fra il suono antico e malinconico dei corni delle Alpi, fra canti religiosi e il levarsi dei telefonini che immortalano l’evento, il pubblico si zittisce. Arriva il corteo, la processione. C’è il Vescovo Valerio Lazzeri, circondato da quattro guardie svizzere pontificie munite di alabarda. E c’è pure Monsignor Pier Giacomo Grampa, Vescovo emerito. Dalla stradina che conduce alla piazza la scena si sposta sul palco, migliaia di occhi e orecchie sono lì solo per vedere e ascoltare, nel mezzo dell’evocativa «Via delle Genti». Improvvisamente il Primo d’agosto si trasforma: da fatto oramai laico e conviviale diventa un evento alto, vengono toccate radici profonde, di sentimento e spiritualità. Monsignor Lazzeri, nella sua intensa omelia, utilizza toni decisi, forti, che arrivano direttamente a interrogare tutti coloro che ascoltano. Sono parole chiarissime, che si legano alla precedente lettura (in tedesco, ma i fedeli sono stati muniti di traduzione) di un passaggio del Libro dei Giudici. Il protagonista è Gedeone, i tempi descritti sono duri, pieni di paure, minacce. Soprusi agli Israeliti da parte dei Medianiti. Riportando queste tematiche all’oggi, il Vescovo Lazzeri conduce fedeli e cittadini verso le sfide odierne. «Noi abbiamo davanti minacce più difficili da identificare, timori nascosti, elementi inquietanti, interni ed esterni, che, pur dentro una situazione di generale e diffuso benessere, rispetto a quella di molti altri Paesi, riescono a non farci vivere bene, a irrigidirci, a renderci diffidenti verso gli altri, incerti sul domani, preoccupati spesso ossessivamente di tutto. Pur stando bene, anche in Svizzera tendiamo a guardare al futuro come a una minaccia più che a una promessa». E ancora: «Oggi come allora, la reazione della gente, in simili circostanze, è quella di sempre: ciascuno cerca il suo personale modo di sopravvivere, di adeguarsi alla situazione. Spinti da timori più o meno ragionevoli, si va a cercare rifugio anche nei luoghi più angusti. La ricerca unilaterale di sicurezza fisica, economica e materiale spinge ad accontentarsi di spazi mentali esigui, senza prospettive e senza orizzonti. Pur di mettersi al riparo, si finisce per soffocare e morire per mancanza di respiro, per carenza di motivazioni vitali. È quello che accade quando si sceglie di far prevalere i fantasmi più oscuri: si finisce per ridurre la propria dimora a quattro mura fortificate, la propria patria alla tana, desiderata da ogni animale spaventato». Mura fortificate, sì. Proprio lì, in cima al Gottardo, fra bunker di un tempo che non c’è più. Dove l’idea comune era quella di ritirarsi in caso di invasione nemica. Il Vescovo Lazzeri capovolge il mito dell’isolazionismo per arrivare a chiedere di non avere paura, di aiutare il prossimo, di aprirsi. «Non possiamo vivere in maniera autenticamente umana solo proteggendo noi stessi, i nostri cari e i nostri beni. Li ameremo veramente, e con essi la nostra patria, vincendo l’isolamento del nostro cuore, trovando nel profondo di noi stessi ciò che non può esistere quando abbiamo paura dell’altro, ciò che è perduto per sempre, quando non viene ogni volta incondizionatamente donato». Un messaggio di patria, amore e solidarietà in un momento storico complesso, fatto di migrazioni, di popoli in movimento, di difficoltà nell’accoglienza. Poi la messa va verso la conclusione, ci si emoziona e si mette la mano sul cuore al momento del Salmo svizzero, così forte e attuale lassù sul Passo. Suonano ancora i corni delle Alpi, il Vescovo Lazzeri lascia il palco e saluta le due ali di folla che lo stringono. E si ridiscende verso valle, ammirando ancora una volta quella parte di Svizzera a sud delle Alpi. Un canale che scende verso chi, oggi come allora, ha bisogno della nostra solidarietà e fratellanza, elementi «che devono caratterizzare la famiglia umana più ampia a cui, come svizzeri, apparteniamo».

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