Di nuovo assieme, ma le regole?

Assembramenti

Allentamenti e bel tempo hanno spinto ticinesi e turisti a riprendersi lo spazio pubblico, con qualche rischio - Christian Garzoni: «Va incoraggiata l’attività all’aria aperta, senza dimenticare rischi, buonsenso e mascherine»

Di nuovo assieme, ma le regole?
©CdT/Gabriele Putzu

Di nuovo assieme, ma le regole?

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«Se le regole di distanziamento sociale non vengono rispettate, saremo costretti a chiudere nuovamente tutto». Ci eravamo lasciati così, giovedì sera, con questo post del sindaco di Lugano, Marco Borradori, che stigmatizzava l’atteggiamento di qualcuno nel vivere lo spazio pubblico. Ieri poi, registrata l’interpellanza del PS luganese, che chiede di «aggiungere se possibile spazi accessibili lungo il lago per diluire le persone, ma nel contempo far rispettare le misure di distanza sociale», anche da oltre Gottardo è stato un susseguirsi di notizie di assembramenti al limite o al di fuori delle regole. Basti pensare a Zurigo, che ha riportato di quaranta interventi della polizia cittadina per disperdere la folla e chiudere diversi parchi. Mentre a Losanna, attorno a una partitella di calcio, si erano radunate centinaia di persone, illegalmente. Insomma, c’è chi minaccia di chiudere e chi chiude - compreso il bagno pubblico ad Ascona - In tutti i casi il tema fa riflettere, perché chiama in causa regole e buonsenso, rischi sanitari e discutibili eredità di pianificazione cittadina.

«Selettivi tra i rapporti»
Christian Garzoni, direttore sanitario della clinica Moncucco e specialista di malattie infettive, legge così la situazione: «Ho visto in prima persona diversi assembramenti, in questi giorni, e la mia impressione è che ci sia poca consapevolezza, in particolare tra i turisti. Il che mi ha molto spaventato. Il ticinese d’altronde ha visto la morte in faccia, nelle scorse settimane, ed è quindi maggiormente consapevole del pericolo che si può correre quando si inizia a stare tra gli altri. Anche perché inconsciamente, stando tra gli altri, chiacchierando, ci si tende ad avvicinare, è inevitabile. E spesso le persone non osano purtroppo neppure dire al proprio interlocutore di mantenere la distanza. Invece bisogna farlo. E se ci si rende conto che è impossibile mantenere le distanze, bisogna ricorrere alle mascherine, anche con conoscenti e amici, senza dimenticare l’igiene delle mani. Oltre a ciò, benissimo ricominciare a frequentarci, ma dobbiamo essere selettivi riguardo le persone con cui decidiamo di avere rapporti più ravvicinati. Lo stesso vale tra famiglie. Frequentando una o due persone, piuttosto che venti, si corrono meno rischi. Il ticinese di base è un essere socievole, illusorio quindi pensare non torni a interagire con gli altri: bisogna abituarsi a gruppi ristretti e distanze sociali comunque da mantenere».

«Seguire la coscienza sociale»
A volte non è neppure una questione di regole infrante. A volte, senza scomodare Kant, la questione è morale. Rispettare le regole è abbastanza? Negli scorsi giorni avevamo girato la domanda al presidente del Governo, Norman Gobbi: «Rispettare le regole è la base per affrontare assieme questa situazione e sperare di poterla risolvere in modo positivo. I ticinesi hanno dimostrato di seguire le regole. Il comportamento consapevole e disciplinato di ognuno di noi è un contributo alla nostra comunità», ci aveva risposto. Garzoni dal canto suo aggiunge: «Deve valere la regola del buonsenso. Se oggi agissimo usando il buonsenso avremmo molte risposte su ciò che possiamo o non dovremmo fare. Gli assembramenti di dieci persone? Non è il caso. Di due o tre? Concesso e ragionevole. Poi è vero che dobbiamo chiederci: per quanto tempo dovremo dire alle persone che non possono interagire? Ecco, mi affiderei alla coscienza sociale e al buonsenso di ognuno - oltre che a un uso più regolare delle mascherine -, altrimenti il passo successivo sarebbero nuove imposizioni, e saranno eventuali aumenti dei contagi a farne imporre dalle autorità. Il futuro è nelle mani della popolazione e del singolo».

«La percezione oltre Gottardo»
Alcuni operatori del settore alberghiero o della ristorazione evidenziano come per i turisti svizzero-tedeschi i mezzi di protezione non siano del tutto scontati. Si fa largo insomma la preoccupazione nei confronti di chi ha vissuto un’altra crisi, ben più lieve, rispetto alla nostra, invece severa. Garzoni: «Sì, è una diversa consapevolezza, perché la Svizzera tedesca è stata colpita in maniera diversa dal virus e in misura molto minore. Non ha quindi avuto neppure la percezione di un pericolo imminente. Ciò si traduce in una non comprensione delle misure emanate dal Consiglio federale. Ho diversi contatti stretti con la Svizzera interna, ed è comune il parere che in vari cantoni si sia esagerato con chiusure e divieti. Ecco, forse il Consiglio federale ha peccato nel fare una politica nazionale uniforme, senza tenere conto fino in fondo delle chiare differenze regionali del problema, con l’unica eccezione del Canton Ticino. Lo ha fatto a mio avviso sia nel chiudere che nel riaprire, e questo ha generato una percezione alterata della situazione. In tutti i casi giusto sottolineare che i nostri bassissimi numeri attuali sono conseguenza artificiale della chiusura totale; se torniamo a essere quelli del febbraio 2020, il virus potrà tornare quello di poche settimane fa».

«Il “5” non è più giustificato»
Va ricordato come, al momento, e almeno sino al 7 giugno, siano vietati gli assembramenti di più di cinque persone nello spazio pubblico. Un’apertura ad assembramenti con più di cinque persone potrebbe essere comunicata la prossima settimana, mercoledì, dal Consiglio federale. È anzi prevista. Christian Garzoni sottolinea: «Il “5” penso fosse un numero pratico dettato dal buonsenso ma oggi non è più giustificato. Non so cosa decideranno, ma immagino detteranno un numero a due cifre. Resteranno vietati i grossi assembramenti, le manifestazioni di massa, il che mi sembra giustificato. Non capisco invece il divieto per esempio ai campeggi, o la chiusura di lidi e sentieri di montagna: oggi dobbiamo incoraggiare il più possibile la popolazione, turisti compresi, a stare all’aria aperta. Distanti e all’aria aperta. Ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di stare fuori, di fare movimento. Tra le cose positive che mi auguro lascerà l’epidemia, al di là delle riflessioni sull’ambiente, c’è proprio l’idea di voler stare di più all’aria aperta e di dover praticare più attività fisica. Ricordo che uno dei fattori di rischio più chiari, nell’ambito della COVID-19, è l’obesità. E allora questo è il momento di passeggiare, fare sport e stare fuori di casa, e perdere i chili di troppo. I contatti all’aria aperta inoltre sono meno pericolosi di quelli al chiuso, anche se vale sempre la regola dei due metri di distanza. Si parla della stagionalità dei virus, ma quella dipende proprio dal fatto che la gente, con la bella stagione, sta all’aria aperta».

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