«È sufficiente un imprevisto e gli aiuti sociali non bastano più»

Il colloquio

Fra’ Martino Dotta s’interroga sulle trasformazioni che hanno fragilizzato la nostra società - In aumento il numero delle persone che hanno chiesto aiuto

«È sufficiente un imprevisto e gli aiuti sociali non bastano più»
Fra Martino Dotta. ©CdT/Archivio

«È sufficiente un imprevisto e gli aiuti sociali non bastano più»

Fra Martino Dotta. ©CdT/Archivio

«Quando parliamo di povertà in Ticino dobbiamo abbandonare per un attimo lo stereotipo della persona sola che vive ai margini. Precario può essere anche il vicino di casa che ha perso il lavoro e che fino a quel momento provvedeva al suo fabbisogno». Parte da questa considerazione la riflessione di fra’ Martino Dotta sulla povertà in Ticino. Un fenomeno in aumento, come indicano anche gli ultimi dati dell’Ufficio federale di statistica: nel 2019 una persona su cinque non era in grado di provvedere sull’arco di un mese a una spesa imprevista di 2.500 franchi. Proprio in quest’ottica, secondo fra Martino, «la crisi economica generata dalla pandemia ha portato alla luce alcune profonde fragilità strutturali presenti nel mondo del lavoro, in particolare tra i lavoratori interinali e gli indipendenti che già prima della pandemia manifestavano una certa fragilità finanziaria».

«È sufficiente un imprevisto e gli aiuti sociali non bastano più»

Tante facce nuove

Gli effetti tangibili di questo impoverimento si presentano ogni settimana nelle centinaia di persone che chiedono un pasto alla mensa sociale del centro Bethlehm di Lugano o in Casa Martini a Locarno, le due strutture d’accoglienza che fanno capo alla Fondazione Francesco di cui fra’ Martino è direttore: «In questi mesi abbiamo visto tante facce nuove, persone che si sono rivolte per la prima volta alla mensa sociale per ritirare un pasto. La chiusura prolungata delle attività indubbiamente ha influito su quella parte di popolazione che svolgeva in precedenza delle mansioni precarie ma che riusciva a vivere senza far capo ad aiuti esterni». La consegna dei pasti - che durante il primo lockdown ha toccato punte giornaliere di 60 porzioni – si è normalizzata durante il resto dell’anno rimanendo tuttavia su livelli superiori al periodo pre-COVID, osserva fra’ Martino, che aggiunge: «Oggi a Lugano sono una trentina i pasti che vengono consegnati ogni giorno nell’ora di pranzo. Una quarantina invece a Locarno, dove il servizio mensa è aperto anche la sera».

«È sufficiente un imprevisto e gli aiuti sociali non bastano più»

Chi sono i beneficiari?

Spesso si tratta di nuclei familiari monoparentali, in cui l’attività lavorativa risulta insufficiente oppure viene persa o ridotta. In altri casi si tratta di persone in assistenza che faticano a rientrare nel mondo del lavoro. «Un altro aspetto significativo è l’aumento delle richieste di aiuto finanziario che proponiamo come Fondazione. L’importo del 2020 rispetto agli anni precedenti è raddoppiato. Considerando anche il valore dei pasti, oltre agli aiuti diretti per il pagamento di bollette, affitti e spese eccezionali, quest’anno abbiamo erogato aiuti per 525 mila franchi. Solamente di buoni spesa abbiamo superato 50 mila franchi». Un aumento di richieste e aiuti che si riflette solo parzialmente negli indicatori tradizionali come l’assistenza e la disoccupazione. Grazie agli aiuti messi in campo dalla Confederazione e dal Cantone, sia le richieste di assistenza che la disoccupazione al momento non hanno subito grandi scossoni, addirittura le prime sono rimaste pressoché stabili.

La critica

Ciò nonostante, osserva fra’ Martino, per quella parte di popolazione che viaggia sul filo della precarietà, basta un imprevisto - una spesa eccezionale come un’ospedalizzazione prolungata - per ritrovarsi in difficoltà. In questo caso la rete sociale non basta più e la persona si trova a dover chiedere aiuto agli enti privati». Il sostegno pubblico, conclude il religioso, spesso e volentieri non garantisce la sopravvivenza di questi individui.

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