«È una calamità, agiamo in un contesto mai visto prima»

Pandemia

La testimonianza di Giorgia Lo Presti, dottoressa impegnata in prima linea nella lotta contro la Covid-19 alla Clinica Luganese Moncucco

«È una calamità, agiamo in un contesto mai visto prima»
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«La Covid-19, quando colpisce duro, aggredisce i polmoni molto velocemente. Gli ammalati si rendono conto di quel che sta succedendo perché nella gran parte dei casi rimangono lucidi: il respiro accelera per cercare più aria possibile ma l’aria ormai non basta più e anzi è sempre di meno. Quando si arriva a questo punto, noi medici dobbiamo decidere se proseguire le cure intubando nel reparto di cure intense il paziente – al quale spieghiamo cosa faremo con lui per cercare di salvarlo e che sarà sedato in profondità – o se accompagnarlo nel percorso di fine vita perché le chance di una prognosi positiva sono ridottissime – per non dire nulle – e procedere con le terapie invasive sarebbe quindi un accanimento». Sono parole, quelle che avete appena letto, della dottoressa Giorgia Lo Presti che è impegnata in prima linea sul fronte della lotta contro il nuovo coronavirus. Lavora infatti alla Clinica Luganese Moncucco a Lugano, diventata in queste settimane l’avamposto sud nella battaglia contro la Covid-19. Se possiamo proporvi la testimonianza di Giorgia Lo Presti – precisiamo – è perché le sue parole sono state condivise dal dottor Christian Garzoni e da Christian Camponovo, alla Moncucco l’uno direttore sanitario e l’altro direttore.

«Da un paio di settimane – prosegue la dottoressa Lo Presti – stiamo operando in regime di “medicina di calamità”. E questo, fra le altre cose, significa appunto dover prendere decisioni difficili o assistere negli ultimi giorni chi non ce la farà, perché i medici e il personale di cura devono prestare tutte le cure possibili a tutti. Ci sono infatti dei pazienti per i quali si decide un approccio palliativo ma si tratta di casi per i quali fare altro, come per esempio intubarli, significherebbe sottoporli a un accanimento terapeutico». Le parole di Giorgia Lo Presti vanno subito a segno e hanno il pregio di far capire senza giri di parole come stanno le cose. «D’altronde, alla clinica Moncucco siamo stati convocati domenica 15 marzo dal responsabile delle risorse umane per una riunione programmata per le 7 del giorno successivo, riunione durante la quale a noi medici e al personale sanitario è stato detto esplicitamente che saremmo passati subito alle pratiche tipiche di una situazione di calamità, con protocolli specifici, agendo in un contesto inedito ed eccezionale, diverso da quello conosciuto da noi medici e da tutto il personale sanitario della clinica Moncucco», precisa in effetti la dottoressa Lo Presti.

Giorgia Lo Presti ha 29 anni è si è laureata in medicina all’Università di Messina, sua città natale. È in Svizzera da quattro anni e alla Clinica Luganese Moncucco era impegnata in un periodo di formazione in ricerca clinica all’interno del Servizio di radioterapia. Salvo che adesso è stata appunto schierata quale assistente di medicina interna sul fronte della battaglia contro la Covid-19, come molti altri suoi colleghi medici e il personale sanitario, infermieri e assistenti di cura.

Come vengono curati e regolati i rapporti fra gli ammalati e i loro parenti?

«Nei casi in cui arriviamo al bivio, ossia quando decidiamo di intubare un paziente, organizziamo una visita in clinica con un famigliare, uno solo e basta, come prevedono le norme che sono state dettate per contenere i contagi. Quindi, possono parlarsi e salutarsi prima che l’ammalato, per il proseguimento delle cure, venga messo in uno stato di sonno profondo e poi intubato per settimane. Per le famiglie è una situazione pesante da gestire, perché devono appunto scegliere la sola e unica persona che potrà salutare il congiunto ricoverato in clinica».

E se il bivio porta alla triste constatazione di dover accompagnare alla morte il paziente le cui condizioni sono troppo gravi, ormai disperate?

«Prima di tutto, in questi casi estremi facciamo comunque in modo che la persona la cui vita sta per concludersi soffra il meno possibile, motivo per cui usiamo spesso dei sedativi. Se la famiglia lo desidera, viene organizzata la visita da parte di un solo familiare prima di intraprendere le cure di fine vita. Una volta avvenuto il decesso, informiamo telefonicamente i parenti che non possono venire in clinica, perché la salma, eventualmente, può essere mostrata loro in un secondo momento dagli addetti delle pompe funebri, sempre che questi ultimi siano d’accordo. Di conseguenza, è molto più problematico riuscire a elaborare il lutto o perlomeno iniziare a farlo. Per quanto riguarda il personale medico e sanitario, le misure di protezione ci impongono di mettere le persone decedute in sacche per cadaveri al fine di proteggere sia noi sia gli addetti delle pompe funebri, sacche che rendono ancora più drammatico il momento della morte da Covid-19».

Come riuscite a reggere psicologicamente di fronte a tutte queste situazioni che si sono venute a creare con l’epidemia di Covid-19?

«Non esito ad ammettere che è molto, molto difficile. Non siamo stati formati per seguire i dettami di una “medicina di calamità” e dunque ogni nostra scelta o decisione pesa sul nostro animo, quando le cose per i pazienti si complicano. C’è inoltre da dire che pure all’interno della clinica ognuno di noi è tenuto a tenere le distanze fra persona e persona, così che sono ridotte le possibilità di confrontarci o magari semplicemente parlare fra noi nei momenti di pausa per cercare di stemperare almeno in parte la tensione. Per noi medici assistenti, però, c’è la possibilità di confrontarci con uno-due capi con cui lavoriamo a stretto contatto. In ogni caso è un periodo di crescita formativa estremamente accelerato: tutto è nuovo sia per noi che per i medici specialisti. E poi, una volta conclusa la lunga giornata lavorativa, in casi come il mio – che non è certo un’eccezione fra il personale medico e sanitario del canton Ticino – c’è la preoccupazione per i parenti a casa all’estero, per me anche i quattro nonni che ancora vivono in Sicilia».

Dopo di che la dottoressa Giorgia Lo Presti torna a parlare dei pazienti: «Soprattutto con quelli che più soffrono, per noi è anche molto difficile riuscire a far capire loro quanto gli siamo vicini e quanto soffriamo anche noi con loro. Con tutte le protezioni che indossiamo – fra camici, mascherine, guanti e altri dispositivi per il viso – possiamo cercare di interagire con gli ammalati solo con gli occhi. Sappiamo che può non essere abbastanza per mostrare il nostro sostegno, così importante durante i giorni della malattia, che tutti noi ci auguriamo possano concludersi con la guarigione. Un periodo nel quale, non potendo vedere le loro famiglie, rimaniamo l’unico contatto umano che hanno. La Covid-19 ha complicato moltissimo le cose e per questo speriamo che la gente abbia capito quanto sia fondamentale la prevenzione, quanto possano essere decisivi – per evitare il contagio con questo coronavirus – i consigli dispensati ormai da più settimane attraverso ogni canale possibile e immaginabile».

Lavarsi frequentemente le mani, mantenere le distanze fra persone, non frequentare luoghi pubblici e affollati, stare in casa il più possibile ed evitare uscite non strettissimamente necessarie: è il mantra che ognuno deve tenere bene in mente, agendo poi di conseguenza. «Purtroppo, però, lungo il tragitto dalla clinica a casa mia e viceversa ancora in questi giorni vedo persone che non rispettano queste consegne. Sono persone che non hanno capito che siamo in una situazione mai vista prima. Una vera e propria battaglia contro questo nuovo coronavirus – per il quale non esiste una cura miracolosa – in cui a noi medici e a tutto il personale sanitario tocca prima di tutto l’importante compito di infondere quella forza in più ai pazienti per superare la malattia o quello ancora più difficile e duro di dare la serenità di spirito a chi deve affrontare la morte», conclude la dottoressa Lo Presti con parole la cui chiarezza, a questo punto, non può che portare a una seria presa di coscienza da parte di ognuno di noi. Di tutti noi senza nessuna eccezione.

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