Opinioni elettorali

Gola e lussuria nella politica cantonale

Gianpiero Bernasconi, candidato della lista MPS-POP-Indipendenti al Gran Consiglio

Gola e lussuria nella politica cantonale

Gola e lussuria nella politica cantonale

Mi inoltro in una «selva oscura» molto insidiosa, lo so, specialmente per quel che riguarda gli accostamenti con la politica cantonale, ma oso dire che le due passioni sopra menzionate mi sono particolarmente simpatiche, nel senso etimologico del termine, e sono le meno gravi anche per Dante, pertanto mi sento autorizzato a esaminarle con serena compostezza. La «gola» tende a sostituire alla pienezza della realtà, della nostra multiforme esperienza sensoriale, i soli piaceri alimentari, il cibo come sostituzione di quella pienezza. Sono profondamente convinto, anche per dolorosa esperienza personale, che la passione dell’ingordigia appartiene più alla sfera patologica che a quella etica. Al posto della variopinta molteplicità del reale, si sostituisce l’unicità di un solo impulso, di una sola gioia esclusiva, di chiaro senso compensatorio. E qui comincia a giocare il potere subdolo della classe dominante. Ribadisco le premesse fondamentali del testo precedente: non mi interessano l’atteggiamento individuale dei singoli politici, e nemmeno la loro buona o cattiva fede, bensì il funzionamento collettivo del loro apparato. Inoltre, indietro non si torna, nessuna nostalgia. Da dove nasce quel gigantesco fenomeno di costume che tende a invadere ogni dimensione dell’esistenza collettiva e pubblicitaria, che qualcuno ha definito «gastromania», e cioè l’ossessione per i fornelli e gli chef, per la cucina e il cibo, per la buona tavola e le degustazioni, che troviamo in tutti i mezzi di comunicazione di massa? Da un lato chef stellatissimi con piatti raffinatissimi a prezzi allucinanti, dall’altro simpatici cucinatori per strippate a buon mercato. Il recente scambio di opinioni sulla ristorazione ticinese, fra l’elitarissimo Stauffacher e il popolareggiante Suter è molto illuminante al proposito. Siamo tornati alla classica distinzione fra il «simposio» greco, con la sua severa e ritualizzata compostezza, e il «convivio» romano, con la sua volgare e sciammannata gozzoviglia. Cibo e tavola per la classe dominante, cibo e tavola per la classe subalterna. E che dire della deriva salutistica nella politica sanitaria (a partire dal Piatto della Salute del socialpetaloso Consigliere di Stato Bervini), che attribuisce all’alimentazione tutte le colpe di tutte le malattie, demonizzando vari e numerosi prodotti e varie e numerose pratiche e abitudini alimentari? E della Bayer, che acquisisce la Monsanto, così da produrre, per ingordigia economica, sia il veleno sia l’antidoto? Cito Platone: «Ci sono due tipi di medicina: quella degli schiavi e quella degli uomini liberi. Quella degli schiavi deve rimuovere rapidamente il sintomo perché possano tornare a lavorare. Quella degli uomini liberi cerca di capire il sintomo, il suo significato per la salute del corpo nella sua unità indivisibile, per giungere all’equilibrio di tutta la persona». Il nostro compito di vera opposizione è trovare e far trovare la misura giusta fra il filosofo gaudente Tommaso d’Aquino e l’invasata anoressica Caterina da Siena, affinché il piacere del cibo e delle bevande non abbia più una funzione solo esibizionista o compensatoria. Un provocatore ha scritto una volta una frase memorabile : la differenza di classe sta fra «Escort, gigolo e Champagne» e «Seghe, ditalini e Tavernello». E questo mi permette di affrontare il tema della «Lussuria». Dante condanna nel Canto V dell’Inferno i lussuriosi, ma dedica quasi l’intero Canto a due donne, la regina assira Semiramide e la signora di Rimini, Francesca Malatesta. Gli uomini lussuriosi, Guido Guinizzelli e Arnaut Daniel, i cantori dell’amor cortese, stilnovista l’uno e provenzale l’altro, sono nel Purgatorio. Già questo ci dice molto e ci fa capire quanto le cose siano poco cambiate. Le donne sono lussuriose poiché sono passate all’atto, Semiramide addirittura ha reso lecito per decreto il suo «libito», il suo desiderio (incestuoso), mentre Francesca dà la colpa del suo adulterio con il cognato Paolo alla lettura del bacio fra Lancillotto e Ginevra, cioè a uno stimolo letterario. Gli uomini, i poeti, che di amore hanno scritto, invece se la cavano con arzigogolati e raffinati argomenti di autodifesa e sono nel luogo intermedio, pronti a passare nel Paradiso una volta attraversate le fiamme di purificazione, come fa anche Dante, che da giovane aveva scritto molte liriche amorose. Gli uomini hanno il potere e si giustificano perché hanno il potere, le donne soccombono alla passione. Parlare di fatti e fatterelli orripilanti capitati di recente nel nostro amato Cantone mi sembra superfluo, la cosa più vergognosa, che mi sento di ribadire, consiste nella complicità dei superiori. Ma non facciamo del moralismo preelettorale. Quante studenti e giovani docenti si sono lasciate molestare da direttori e da docenti (liberali ma non solo) in un passato non troppo remoto? Come e perché è nato il ’68 ticinese? Un Me Too locale avrebbe senso oggi? Il nostro compito di vera opposizione è quello di sostenere tutte le compagne e tutte le donne per l’8 tutto l’anno e per lo sciopero del 14 giugno.

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