La rubrica

«Di semplice non c’è niente per nessuno»

Cinzia Küng Maillard, direttrice del dipartimento giuridico della Maison Chopard a Ginevra, si racconta nella rubrica «Fattore D»

«Di semplice non c’è niente per nessuno»
(Foto Zocchetti)

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«Di semplice non c’è niente per nessuno»

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Confrontata con la difficoltà della lingua, quando era all’università voleva mollare tutto. Oggi Cinzia Küng Maillard, moglie e mamma, è la direttrice del dipartimento giuridico della Maison Chopard a Ginevra. “Oggi essere una donna - racconta - significa essere un eroe con superpoteri”

Dopo qualche anno nella Capitale, ho capito che per sopravvivere oltre Gottardo, mancava ancora qualche freccia al mio arco.

Da dove parte la sua storia?

«Mi sento originaria della Valle di Blenio anche se sono originaria di Celerina. Sono cresciuta a Biasca, ma essendo i miei nonni materni di Torre, sono molto attaccata a questa Valle che ha influenzato la mia vita e le mie scelte di vita. Ho studiato al liceo di Bellinzona e ho proseguito i miei studi di diritto all’Università di Friborgo con menzione bilingue (francese e tedesco). Dopo a ver effettuato la pratica legale e notarile ho ottenuto il brevetto di avvocato nel 2002. Il mio primo lavoro (con un vero stipendio) l’ho trovato alla Commissione della concorrenza a Berna. Dopo qualche anno nella Capitale, ho capito che per sopravvivere oltre Gottardo, mancava ancora qualche freccia al mio arco».

Perché parla di “sopravvivenza”? Cosa le mancava, in particolare?

«Capii che la laurea non mi sarebbe bastata. Avevo bisogno di maggior formazione. Sono dunque partita a Londra per un anno, dove ho ottenuto un Master of Law (LLM) all’Università King’s College. Al rientro ho avuto un’offerta di lavoro come avvocato nello studio legale Lenz& Staehelin a Ginevra. L’esperienza è stata difficile, ma ne è valsa la pena. In seguito, sono stata assunta dalla Maison Chopard, attiva nel campo dell’orologeria e della gioielleria di lusso, a Ginevra. Da diversi anni ormai ne dirigo il dipartimento giuridico in qualità di direttrice».

E i suoi genitori?

«I miei genitori sono sempre stati presenti, mi hanno sempre sostenuta in tutte le mie scelte. Li ringrazio specialmente per avermi permesso di fare quello a cui ambivo. Nei momenti difficili (e ce ne sono stati parecchi), mi hanno ridato la forza per risollevarmi e affrontare gli ostacoli con coraggio e nei momenti felici, erano sempre accanto per festeggiare. C’erano sempre e ho sempre potuto contare su di loro».

Conta più la fortuna o la dedizione?

«Entrambi contano, abbiamo bisogno di entrambi per riuscire nella vita. Penso però che la dedizione abbia più peso. La dedizione, la passione per il mestiere, per il lavoro, per la famiglia e per tutto quello che facciamo è il l’unico motore che ci fa funzionare tutti i giorni. La fortuna arriva di tanto in tanto, non si sa mai quando e da dove».

Più ostacoli o più opportunità?

«Uno è il complemento dell’altro. Ho imparato che gli ostacoli e gli insuccessi possono anche essere positivi, perché ti permettono di dirigere o di correggere le proprie scelte e il tuo percorso. Spesso, nelle mia carriera, gli ostacoli si sono trasformati in opportunità e le opportunità, a volte, si sono trasformate in ostacoli».

Il mio primo ostacolo è stata la lingua all’Università. È stato un vero calvario. Pensavo di mollare tutto, che non ce l’avrei fatta.

Dice di aver incontrato molti ostacoli. Si ricorda il primo?

«Il mio primo ostacolo è stata la lingua all’Università. È stato un vero calvario. Pensavo di mollare tutto, che non ce l’avrei fatta. Ma poi con tanta costanza e anche con un po’ di follia, sono riuscita a superare questo handicap. Secondo me, lo sforzo porta i suoi frutti. Niente è perso, al contrario questi ostacoli ci rendono ancora più forti. Perciò oggi incoraggio i giovani a superarsi e a lasciarsi trasportare dalle loro ambizioni anche se il percorso è più difficile».

La donna che si esprime su un lavoro mal eseguito è definita un’isterica, l’uomo che ha le stesse critiche, si dice di lui che è potente, è determinato, un vero manager con carattere.

Ci sono stati pregiudizi nel suo mestiere che ha dovuto combattere in quanto donna?

«Di pregiudizi ce ne sono, eccome. Per esempio la donna che si esprime su un lavoro mal eseguito è definita un’isterica, l’uomo che ha le stesse critiche, si dice di lui che è potente, è determinato, un vero manager con carattere. La vita lavorativa di una donna non è semplice, ma penso che di semplice non c’è niente per nessuno. Bisogna trovare il proprio modo di interagire e di adattarsi agli altri e di farsi rispettare. Quello che ho notato che alla fine quello che conta è la competenza e non il fatto di essere uomo o donna, ma sono d’accordo che una donna, proprio perché è donna, deve lottare ancora di più per farsi rispettare».

Cosa significa essere donna oggi?

«Oggi essere una donna è essere un eroe con superpoteri. La donna è connessa a tutti i poli della sua vita, i figli, il lavoro, la spesa, la pulizia, le attività variate, il passatempo, le vacanze, il marito, il cane, i suoceri, i colleghi, le amiche, le amiche dei figli, i genitori, i fratelli, le mogli dei fratelli, e quant’altro. La donna trova una soluzione per tutto e gestisce tutto il suo mondo. Essere donna è anche essere femminile, sensibile, dolce e comprensiva. Sono particolarmente attenta a queste qualità, che mi hanno pure permesso di fare carriera. Su questo l’uomo non ci batte!»

«Di semplice non c’è niente per nessuno»

Oggi ci sono diverse giovani ragazze in difficoltà. Quale consiglio darebbe loro?

«Di guardare dentro di sé, in modo modesto, umile, sincero e segreto, per capire chi è, quali sono i suoi valori, le sue forze, le sue debolezze e le sue ambizioni.

Una volta che ha identificato come si vede e cosa vuole, deve cominciare a camminare, prendere il suo cammino, sola, senza l’influenza di nessuno. E poi, come per magia, ci arriva, là dove vuole arrivare, semplicemente perché lo vuole, perché lo desidera e perché è così che deve essere».

La vita è pure costellata da fallimenti. Come ci si rialza, secondo lei?

«Innanzitutto ci vuole tempo. Non ci si può rialzare da un fallimento in pochi giorni, se lo si fa, vuol dire che l’insuccesso non era così importante. Per me il fallimento è come la perdita di un caro. Ci vuole un periodo di lutto, periodo nel quale bisogna abituarsi alla nuova situazione. Credo nell’adagio “Dopo la tempesta, esce sempre il sole ”. Voglio essere positiva nella vita (è uno dei principi che mi impongo) per credere che dopo il brutto ci sarà il bello e sono convinta che, con un pò di umiltà, si trova sempre qualche cosa di positivo a cui ci si può aggrappare per ripartire pian pianino».

«Di semplice non c’è niente per nessuno»

Cosa direbbe il bambino che è in lei dell’adulto che è diventata?

«La bambina che è in me è serena perché vede una donna di 45 anni che è diventata come avrebbe voluto essere».

Se la sua vita fosse un hashtag, in quale si identificherebbe?

«#audace»

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