Fattore D

«Giovani, leggete storie di donne!»

L’artista Anna Vannotti è la nuova protagonista di Fattore D, la rubrica dedicata alle donne ma pensata per i giovanissimi che si trovano professionalmente in difficoltà

«Giovani, leggete storie di donne!»
(Foto Putzu)

«Giovani, leggete storie di donne!»

(Foto Putzu)

Ha sempre seguito il suo filo interiore, sin da quando abbandonò gli studi in Psicologia per iscriversi all’Accademia di Brera, dove scoprì l’amore per la materia. È in Provenza che Anna Vannotti venne rapita dal Raku, una particolare tecnica di cottura della ceramica allora poco conosciuta in Europa, che la portò fino in Giappone. «Ceramista? Non poteva scegliere un mestiere un po’ più serio?» le dissero un giorno. Lei non diede retta alle dicerie e proseguì dritta sulla sua strada d’artista.

Da dove parte la sua storia?

Probabilmente la mia storia inizia da un disagio, da una paura del mondo e, soprattutto, da una incapacità ad adattarmi alle attese della scuola.

Dopo il liceo mi iscrissi alla facoltà di psicologia, ben presto però, mi resi conto di essere io ad averne bisogno. Seguire il mio filo interiore è stata una costante della mia vita. Essenziali sono stati gli incontri con persone straordinarie che hanno segnato il mio cammino.

Ho iniziato a frequentare l’Accademia di Brera dove, seguendo i corsi di Decorazione, ho scoperto il piacere di plasmare la materia. Sono poi partita per la Provenza a seguire corsi di ceramica. Un’esperienza unica, che mi fece conoscere il Raku, una particolare tecnica di cottura della ceramica allora poco conosciuta in Europa. Fu Camille Virot il maestro che mi introdusse a questo mondo.

Il percorso di un’artista è irto di ostacoli: i genitori come l’hanno presa?

In casa avvertivo la preoccupazione dei miei genitori per una figlia che non sembrava intenzionata a sistemarsi.

Non posso dire che mi abbiano ostacolata, ma nemmeno incoraggiata. L’aria di apertura all’arte e alla cultura dell’Oriente che si respirava in casa, sono comunque state di grande aiuto.

«Giovani, leggete storie di donne!»

Quanto è stato importante per lei adattarsi?

Per indole, credo di essermi adattata fin troppo, per timore di non essere accettata

... Ma l’ambiente artistico in cui mi sono ritrovata, mi ha aperto a esperienze che mai avrei immaginato. Esperienze che mi hanno portata fino a Kyoto, dove approfondii la conoscenza del mondo del Raku. Ci rimasi otto mesi e, al mio ritorno, ho preso lezioni di giapponese, sperando di ritornarci un giorno... Come acutamente osserva la critica d’arte Maria Will, alla quale mi affido in occasione delle presentazioni delle mie mostre «Spesso le donne arrivano all’arte attraverso percorsi tortuosi, non canonici, non accademici ( ... ) questa condizione disagiata marca indubbiamente il modo di porsi della donna artista che reagisce con una forza tutta sua, diversa».

«Ognuno di noi è artista della propria vita: che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no». È d’accordo con questa affermazione del sociologo Zigmunt Bauman?

Direi di sì, in particolare per chi come me ha potuto scegliere di seguire il proprio interesse profondo, la propria via. Mi fa pensare alla sottile analogia che riscontro tra il mio modo di lavorare la terra e la vita. Si seguono le trasformazioni della materia nel fuoco fino al raffreddamento del pezzo fuori dal forno, tipico della tecnica raku:

un pezzo unico, spesso da buttare, a volte splendido o sorprendente. E da lì si riparte.

In questo processo vi è un’interazione tra caso e intenzionalità che sento fortemente simile a quella della vita.

Conta più la fortuna o la dedizione?

Contano entrambe. La dedizione, come tenacia e continuità, è spesso difficile da conciliare con la vita familiare: interrompere il lavoro creativo e ritrovare il giusto ritmo, richiede poi molto tempo e volontà. Poi bisogna anche avere fortuna negli incontri che ispirano e guidano.

Nel corso della sua vita professionale, ha incontrato più ostacoli o più opportunità?

L’ostacolo più grande, vista la strada che ho intrapreso, è stato riconoscermi e avere fiducia in me stessa. E questo ha significato tralasciare delle opportunità.

Ci può raccontare quale fu il suo primo ostacolo?

È stata la diffidenza nei confronti di un mestiere come la ceramica, e in particolare, l’uso di una tecnica come quella del Raku, ancora poco conosciuta da noi a fine anni settanta, quando ho iniziato a praticarla. È stata una sfida che mi ha aperto al mondo delle arti applicate, e che continua tutt’oggi.

«Giovani, leggete storie di donne!»

Donna nel mondo dell’arte: come ci si sente? Ha incontrato pregiudizi che ha dovuto combattere proprio perché donna?

Pregiudizi ne ho riscontrati di più nei confronti del mestiere di ceramista che come donna. Ricordo lo stupore quando, alla ricerca di uno spazio espositivo da affittare per quello che sarebbe diventato l’Atelier AAA a Lugano, mi sentii dire: «Ceramista? Ma non poteva scegliere un mestiere un po’ più serio?» Quella frase me la ricordo come se l’avessero pronunciata ieri. Rimasi di stucco.

Cosa significa essere donna al giorno d’oggi?

Il ruolo della donna oggi, fortunatamente è molteplice, ci sono più possibilità che in passato, non sempre facili da cogliere ... ..In questa fase della mia vita significa aver imparato a stare da sola, ma nel contempo aprirsi agli altri, inventandosi nuovi ruoli. Credo che sia basilare avere sempre pronta un’alternativa.

È facile coniugare la vita di una artista con la famiglia?

Conciliare famiglia e professione è un esercizio di equilibrismo. Ci vogliono: organizzazione, improvvisazione e non dare nulla per scontato ...

Le donne oggi sono bravissime, forse la generazione che ha vissuto il ’68 le ha anche un po’ aiutate.

Cosa direbbe a una ragazza professionalmente in difficoltà?

Le direi di non rinunciare ai suoi sogni, di avere coraggio, chiedere aiuto a persone di fiducia e qualificate, ma anche di leggere biografie di donne. Identificarsi con percorsi femminili fuori dal comune aiuta a legittimarsi nelle proprie scelte. A riprendersi da un fallimento. Come dice molto bene Dominique Bona, scrittrice francese di biografie e romanzi: «La biografia permette di misurare la parte di volontà o di ambizione di una vita umana, ma anche quella, non meno vasta, dell’esistenza del dubbio, dello slancio e della rinuncia». Un fallimento in ambito professionale è quasi inevitabile, ma

può anche diventare uno stimolo per riflettere e andare avanti.

Cosa direbbe la bambina che è in lei dell’adulta che è diventata?

Si farebbe una bella risata ... Prima di cominciare la scuola ero una bambina allegra e buffa, non volevo invecchiare e non volevo sposarmi per non diventare nonna, cioè vecchia! Mi ritrovo, ed è un vero dono del cielo, a fare la nonna e in qualche modo ad aver recuperato la gioia e lo stupore della bambina cha sono stata.

Se la sua vita fosse un hashtag, quale sarebbe?

#mainriga

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