Fattore D

«Gli ostacoli? Li dimentico, preferisco guardare avanti»

Frida Andreotti è la nuova protagonista di Fattore D, la rubrica dedicata alla donne ma pensata per i giovani che si trovano professionalmente in difficoltà

«Gli ostacoli? Li dimentico, preferisco guardare avanti»
Foto Zocchetti

«Gli ostacoli? Li dimentico, preferisco guardare avanti»

Foto Zocchetti

I suoi studi hanno subìto due brusche frenate. Tuttavia oggi è la prima donna del Ticino ai vertici di una Divisione dipartimentale dell’Amministrazione cantonale. Frida Andreotti è un esempio per i giovani che incontrano difficoltà scolastiche. Perché - come dice lei –. Quando le cose vanno male, la sola prospettiva è che possano migliorare.

Frida Andreotti, lei è capo della Divisione della giustizia del Dipartimento delle istituzioni ci dica: dove nasce la sua storia?

Sono nata a Piazzogna, in una famiglia molto unita. I miei genitori non hanno alle spalle un percorso universitario, tuttavia hanno offerto a me, a mio fratello e a mia sorella l’opportunità di proseguire gli studi. Non ci hanno mai fatto mancare nulla: dallo sci alle lezioni di piano, che presi fin da piccolina. Ciò non significava che tutto ci fosse concesso. Quando in terza media desiderai un telescopio, lavorai d’estate nella cucina della casa di riposo del Gambarogno. Per noi fratelli era giusto così, facendo nostro il motto di famiglia di non fare il passo più lungo della gamba. Alla fine comunque, con questo primo guadagno non acquistai il telescopio, ma il violino anni dopo!

Quando decise di iscriversi alla facoltà di Diritto?

Ho sempre pensato di studiare Diritto, soprattutto per lo spiccato senso della giustizia che è sempre stato parte di me, anche se in quarta liceo valutai pure l’ipotesi di iscrivermi contemporaneamente al Conservatorio. Tuttavia l’impegno derivante dall’intraprendere le due vie mi fece desistere e optai per diritto a Berna. La licenza la ottenni però a Ginevra.

«Gli ostacoli? Li dimentico, preferisco guardare avanti»

I suoi genitori cosa le dicevano?

Sono stati sempre vicini e hanno creduto in me, anche nei momenti più difficili.

In seconda liceo avevo 3 insufficienze e il consiglio dei docenti mi negò il punto tecnico. Bocciai.

Ricordo che passai quei giorni chiusa nella mia stanza, scoraggiata e profondamente amareggiata della mancanza di fiducia nei miei confronti da parte dei docenti. Andai avanti anche grazie al sostegno dei miei genitori e di mia sorella in particolare. Non fu l’unico ostacolo che dovetti sormontare negli studi: bocciai pure i primi esami di diritto a Berna e fui esclusa del prosieguo degli studi in Svizzera tedesca. Se avessi voluto continuare a studiare diritto, avrei dovuto iscrivermi ad una università della Svizzera francese che permetteva di ripetere gli esami la terza e ultima volta. Partii 9 mesi in Inghilterra per imparare la lingua. Dopo aver riflettuto su quale direzione prendere al mio rientro in Svizzera, accarezzando nuovamente l’idea del conservatorio, tornai sui miei passi. Mi iscrissi alla facoltà di diritto a Ginevra dove ottenni la licenza.

Quanto importante è stato per lei adattarsi?

Moltissimo. È importante adattarsi alle circostanze della vita. Un esempio?

I primi sei mesi alla Corte fiscale del Tribunale amministrativo federale a Berna: furono difficili.

Il lavoro mi entusiasmava, meno la convivenza con gli svizzerotedeschi. Poi però mi sono detta: o ti adatti o torni in Ticino.

Perciò mi iscrissi ad un corso di Bärndütsch. Più collezionavo vocaboli in dialetto bernese, meno pesava la coabitazione.

“Ognuno di noi è artista della propria vita: che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no”. Le piace questa frase del sociologo Zygmunt Bauman?

È una frase che posso senz’altro far mia. Penso spesso a “Sliding doors”, il film dove la protagonista (Gwyneth Paltrow) vive in due mondi alternativi determinati dall’apertura o la chiusura delle porte scorrevoli della metropolitana.

Come sarebbe oggi la mia vita se avessi proseguito la mia carriera scolastica senza intoppi e se non avessi colto le opportunità che si sono presentate? Se dopo la licenza in diritto, non avessi fatto esperienza in uno studio legale in Spagna? Oppure se non avessi svolto il praticantato al Tribunale penale cantonale dove poi sono potuta rimanere quale vice cancelliera per quasi due anni lavorando con una giudice che mi ha insegnato molto [Agnese Balestra Bianchi]? Cosa starei facendo ora? Quel che è certo è che sono felice di quello che ho in questo momento e che tutte le esperienze che ho fatto in passato sono di grande importanza e aiuto per la mia attuale attività. Un lavoro creativo e di responsabilità che non mi sarei mai sognata di poter svolgere, ma che si attaglia molto alla mia persona.

È più importante la fortuna o la dedizione?

Entrambe. La dedizione, con l’impegno, ti permettono di andare avanti, di sormontare gli ostacoli.

Tuttavia senza un briciolo di fortuna non si avrebbero tutte le occasioni che poi si decide o meno di cogliere. Ad esempio fu il caso a portarmi qui. Quando Norman Gobbi divenne Consigliere di Stato nel 2011, il suo collaboratore di allora mi chiamò proponendomi di lavorare nello staff del ministro. A quell’epoca mi occupavo di questioni fiscali internazionali a Berna e non avevo mai preso in considerazione di lavorare per un Consigliere di Stato. Dissi comunque di sì, senza sapere con chiarezza a cosa sarei andata incontro. Oggi provo riconoscenza nei confronti di Norman Gobbi, il quale in seguito non solo mi scelse come capo staff della Direzione del Dipartimento delle istituzioni, ma mi propose al Governo per la funzione di Direttrice della Divisione della giustizia.

«Gli ostacoli? Li dimentico, preferisco guardare avanti»

Ha incontrato più ostacoli o più opportunità?

Io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno, mai mezzo vuoto. Ho la tendenza a dimenticare gli ostacoli. Sono una persona positiva, mi piace guardare avanti.

Ha dovuto vivere pregiudizi in quanto donna?

Pregiudizi no, ma piuttosto vedo certi atteggiamenti e modi di fare nei confronti di noi donne. Gli stereotipi di genere sono ancora presenti. Capita di essere scambiata per una figura più junior o di segretariato. Noto inoltre che tra i colleghi uomini c’è uno spirito di cameratismo che tende a escludere l’inserimento di noi donne.

È possibile coniugare la vita famigliare con quella professionale?

Certo, e lo dimostrano le tante donne che oggi si occupano della famiglia nel suo senso più ampio e nel contempo svolgono un’attività professionale. La vita è tutta un equilibrio, che si ricoprano funzioni dirigenziali o meno, che si abbia famiglia o no.

Cosa direbbe ad una ragazza in difficoltà?

Di reagire, di andare avanti per la propria strada e di tener duro. Di relativizzare i problemi perché quando le cose vanno male, la sola prospettiva è che possano migliorare. Non mi sono mai data per vinta. Né quando bocciai la seconda liceo, né quando gli esami di diritto andarono male. Strinsi i denti e ricominciai da zero, guardando sempre avanti. Indipendentemente dal giudizio degli altri. Chiaro che il sostegno della famiglia è stato importante.

Cosa direbbe la bambina che è in lei dell’adulta che è diventata?

Sarebbe meravigliata di come sia andata fino ad oggi. Mai avrei pensato di arrivare a ricoprire questa funzione. E non è detto che mi fermi qui.

Se la sua vita fosse un hashtag, quale sceglierebbe?

Sceglierei #resilienza

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