Fattore D

«Ho pensato spesso di dover cambiar strada»

Tamara Erez, direttrice del Centro studi bancari, è la nuova protagonista di Fattore D, la rubrica curata da Prisca Dindo sulle donne che ce l’hanno fatta e pensata per i giovani in difficoltà

«Ho pensato spesso di dover cambiar strada»
(Foto Reguzzi)

«Ho pensato spesso di dover cambiar strada»

(Foto Reguzzi)

Quando sentiva che la sua energia di dedizione si spegneva, ripartiva da zero. È avvocato, compliance officer, mediatrice. Quando si trattò di mantenersi agli studi, indossò pure gli abiti della cameriera. Oggi Tamara Erez è direttrice del centro studi bancari. Un percorso, il suo, non lineare.

Dove inizia la sua storia?

Sono nata a Berna ma sono cresciuta in Ticino, dove ho seguito un percorso scolastico molto lineare. Elementari, ginnasio, liceo. Terminata la maturità, nacque una discussione in famiglia: mio padre non era convinto che fosse necessario che io proseguissi gli studi all’università. Di parere opposto, mia madre. Da piccola sognavo di diventare doppiatrice di cartoni animati. Ero affascinata da quel linguaggio onomatopeico. Più tardi scartai però quell’idea, perché non interessata a studiare recitazione. Tuttavia, non persi l’interesse per il linguaggio, come strumento del pensiero che ti permette di comunicare, socializzare. Ho scelto il diritto. Mi iscrissi a Berna e partii, conscia che i miei genitori mi avrebbero finanziato solo in parte gli studi.

Se i genitori finanziarono gli studi solo in parte come fece a mantenersi all’università?

Lavorai come cameriera, addetta alle pulizie nei grandi magazzini, operaia di fabbrica. Lavori che mi permettessero di avere tempo anche per gli studi.

Poi, visto che conoscevo bene le lingue, collaborai come traduttrice simultanea o verbalista nelle procedure di richieste di asilo. Approfondii tematiche che mi interessavano, legate al mondo della migrazione e alla multiculturalità. Di queste tematiche mi occupo ancora oggi in una Ong svizzera di aiuto all’infanzia.

«Ho pensato spesso di dover cambiar strada»

Come approda nel mondo delle banche?

Dopo gli studi rientrai in Ticino per la pratica legale. Una volta ottenuto il brevetto, mi chiesi quale fossefosse l’ambito professionale

a me più estraneo. Lavorai in diversi istituti bancari. Dapprima come consulente giuridico, poi in veste di compliance officer, una figura professionale nuova per quell’epoca. Non mi fermai qui.

Un altro cambiamento?

Sì. Lasciai il Ticino per andare a vivere a Zurigo. Seguii una nuova formazione biennale: quella della mediazione in caso di conflitti nel campo economico, amministrativo e dell’ambiente. Potei assistere a diverse importanti mediazioni. Nel frattempo, diventai mamma e decisi di rientrare in Ticino, dove sviluppai l’area delle tematiche giuridiche per il Centro di Studi Bancari. In seguito, tornai a fare l’avvocato in uno studio legale di Lugano.

Dopo 8 anni di attività nello studio, stavo per riorientarmi di nuovo quando il destino decise diversamente: ebbi un incidente durante un viaggio.

La convalescenza durò tre mesi. Contemporaneamente, ci furono gli avvicendamenti al Centro Studi Bancari. Durante la mia convalescenza, mi chiesero se fossi interessata alla carica fino a quel momento ricoperta da René Chopard. Accettai.

Una carriera professionale a dir poco zigzagante la sua...

Ho spesso pensato di dover cambiare strada. Eppure, dopo 30 anni di carriera, a posteriori, ho trovato un filo conduttore nelle mie scelte. Il mio interesse per i valori e le regole di convivenza all’interno di comunità. Il Diritto è espressione di regole di convivenza. Ecco: io vedo la norma come opportunità, non solo come limite, purché se ne riconosca lo spirito e l’intelligenza. Questo è comune a tutti gli ambienti professionali e sociali.

La dedizione è stata fondamentale per lei?

Sì. Qualsiasi professione avessi scelto, mi sarei dedicata per svolgerla al meglio. Ciò nonostante credo anche di aver avuto molte occasioni che ho deciso di cogliere, pur senza sapere cosa avrei trovato, correndo dei rischi.

Più ostacoli o opportunità?

Dipende dalla prospettiva. Se mettessi i panni della Tamara trentenne le direi più ostacoli. Quando sentivo di aver esaurito la mia energia di dedizione, capivo che dovevo cambiare strada.

Ogni 7-8 anni mi sono riorientata. Un esercizio alquanto faticoso.

Con il senno di poi, ciò che allora vedevo come un ostacolo, oggi so che è stata un’opportunità.

Quale fu la prima difficoltà che ha incontrato sul suo cammino professionale?

La lingua. Nei primi mesi di corsi all’ Uni di Berna non capivo una parola. Eppure, ero uscita dal liceo linguistico con il tedesco come lingua principale! Siccome avevo pochi soldi, non mi potevo permettere un vocabolario specialistico. Tuttavia, di fronte alla complessità di una delle tante parole composte tipiche della lingua tedesca, dovetti desistere. Tirai la cinghia e andai a comprare un vocabolario, che ho ancora oggi tra i miei libri per ricordare quel periodo frustrante.

«Ho pensato spesso di dover cambiar strada»

Pregiudizi in quanto donna?

Si ci sono stati.

Come unica legale donna dell’equipe di giuristi nel primo istituto bancario scelto, ricordo che mi chiesero di mettere il diploma di avvocato in ufficio. Non volevano che i clienti mi confondessero con la segretaria.

Oggi le cose sono cambiate.

Cosa direbbe ad una ragazza in difficoltà?

L’approccio femminile al lavoro può essere diverso da quello maschile. Molte si adattano al contesto che trovano. Il mio percorso fino all’età di 18 anni era lineare e non ho mai messo in discussione le decisioni degli altri, mi sono adattata. Una donna in difficoltà, se sente che quello che sta facendo è esattamente ciò che desidera fare, non si scoraggi. Anzi: la esorterei a leggere le difficoltà come inviti a rimanere. Rispetto alle giovani e ai giovani di oggi ero meno consapevole e combattiva. Oggi hanno più scelta e una maturità diversa rispetto a quello che vogliono o non vogliono nella vita.

Come ci si riprende dopo una sconfitta?

Ogni volta che cambiavo lavoro, dovevo ripartire da zero. Non lo facevo a cuor leggero. Anche dopo l’incidente, quando mi ritrovai bloccata a letto per tre mesi, imparai a conoscere parti di me, non solo belle, mai vissute prima. Con pazienza, ho attraversato la convalescenza aiutata dalle persone che mi sono state vicine. Ogni rinascita e decisione importante è come un atto di fede per me: attingo l’energia dalle mie risorse più profonde e mi fido. Anche se gli altri non mi sostengono o remano contro.

Cosa direbbe la bambina che è in lei dell’adulta che è diventata?

Direbbe “Tamara, hai molte delle caratteristiche di quando eri piccola, ma con un tocco di gioia in più”!

Se la sua vita fosse un hashtag, in quale si riconoscerebbe?

#crederci

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