FATTORE D

«Mai abbassare la guardia»

Patricia Lurati è la nuova protagonista di Fattore D, la rubrica curata da Prisca Dindo pensata per i giovani alle prese con difficoltà professionali

«Mai abbassare la guardia»
(Foto Chiara Zocchetti)

«Mai abbassare la guardia»

(Foto Chiara Zocchetti)

Abita in una città dove la concentrazione di storici dell’arte è altissima. Eppure è riuscita ad imporsi anche a Firenze. Lo scorso gennaio Patricia Lurati, cresciuta a Gentilino, ha inaugurato “Animalia Fashion”, una mostra da lei curata a Palazzo Pitti. “Nella vita sono i fallimenti – dice - a farci ancor più apprezzare i successi”.

Come nasce il suo amore per l’arte?

Da piccola volevo fare la ballerina del circo, ero affascinata dal mondo circense. Poi, al liceo ho avuto una professoressa che mi ha fatto molto amare la storia dell’arte, materia che ho deciso di studiare all’Università di Firenze e di Siena. Lavorare nel campo dell’arte scrivendo e organizzando mostre è molto difficile, quindi il mio è stato, e ancora è, un percorso ‘articolato’. Per esempio ho lavorato per una casa editrice e attualmente insegno storia della moda italiana alla New York University di Firenze.

Lavorare nel campo artistico non è semplice: come hanno reagito i suoi genitori?

I miei genitori mi hanno sempre lasciato libertà di scelta. Pur sapendo che non sarebbe stato facile trovare un lavoro nel campo della storia dell’arte mi hanno sempre appoggiata e sostenuta, e continuano a farlo.

Quanto è stato importante adattarsi?

Caratterialmente non sono una persona che ama adattarsi. Se però s’intende fare esperienze che esulano dal proprio ambito lavorativo lo trovo utilissimo.

Non ho avuto un percorso lineare: durante gli studi ho lavorato da un antiquario, presso una casa d’aste e come commessa.

Finita la specializzazione sono stata assistente personale del direttore associato del Metropolitan Museum nell’ufficio di Ginevra e, una volta rientrata a Firenze, mi sono occupata della segreteria organizzativa di una società che realizzava mostre e cataloghi d’arte. Ciascuna di queste esperienze si è rivelata utile per la mia formazione e per la mia attuale attività lavorativa. Con l’età sto anche cercando d’imparare a essere più conciliante: per ottenere quello che si vuole a volte bisogna, anche a malincuore, scendere a compromessi. Unica eccezione, almeno per me, è non abbassare mai il livello qualitativo, sono sicura che gli altri percepiscono questo rigore e lo apprezzano.

Image

Ognuno di noi è artista della propria vita: che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no”. La frase è di Zigmunt Bauman, sociologo. È d’accordo?

Si, credo davvero che con l’impegno, la costanza e un pizzico di fortuna, che non guasta mai, si possa riuscire a raggiungere i propri obiettivi. Ovviamente bisogna essere dotati in partenza di spirito critico che non ci faccia ambire a mete irraggiungibili o per le quali non abbiamo nessuna attitudine.

Conta più la fortuna o la dedizione?

Senza ombra di dubbio la dedizione, e questa è possibile solo grazie all’amore e alla passione per le cose che facciamo. Sono questi sentimenti che ci rendono la fatica e i sacrifici meno pesanti. Ma è anche importante trovare sempre e comunque un lato del nostro lavoro che ci diverta e che stimoli continuamente la nostra curiosità.

Lei ha incontrato più ostacoli o opportunità?

Non saprei quantificare. Ora sono in un periodo pieno di soddisfazioni professionali, tra cui la mostra sulla moda contemporanea intitolata “Animalia Fashion” che terminerà il prossimo 5 maggio a Palazzo Pitti, e quindi tendo a dimenticare gli ostacoli che ho dovuto affrontare e superare.

Ma bisogna sempre impegnarsi al massimo, godere dei propri successi e non abbassare mai il livello di guardia perché la vita è un costante alternarsi di alti e bassi.

E non dimenticare mai che i successi comportano sempre e per tutti enormi fatiche.

Si ricorda la prima difficoltà che incontrò lungo il suo percorso professionale? Come reagì?

Vivere in una città dove non avevo una rete di conoscenze e amicizie che mi potessero aiutare in campo lavorativo. E soprattutto abitare a Firenze dove la concentrazione di storici dell’arte è altissima. Nella mia vita ho però avuto la fortuna d’incontrare alcune persone che, pur non lavorando nel mio ambito, hanno dimostrato grande fiducia nelle mie possibilità e, quando hanno potuto, mi hanno aiutata. Li considero gli incontri fortunati e inaspettati che la vita ci regala, una sorta di “angeli custodi”.

Ci sono stati pregiudizi nel suo mestiere che ha dovuto combattere in quanto donna?

Non vorrei sembrare polemica, ma ritengo che i pregiudizi in quanto donna si debbano affrontare ancora oggi in tutti i campi, non solo quello lavorativo.

«Mai abbassare la guardia»

Cosa significa essere donna oggi?

Preferisco pensare a un mondo non diviso in uomini e donne ma formato da esseri umani. Del resto i pregiudizi da combattere in quanto donna, sia in campo lavorativo che privato, sono spesso generati non solo dagli uomini ma anche dalle stesse donne. Vorrei essere riconosciuta come essere umano con i suoi pregi, difetti e capacità e non dover essere incasellata in un’identità di genere, soprattutto in un mondo dove il genere sta diventando sempre più fluido.

È possibile coniugare la famiglia con la vita professionale?

Anche in questo caso mi sembra un concetto che si sta sempre più evolvendo. Non sono poi così rari i casi di padri che hanno in affidamento i figli e lavorano, quindi non vedrei il problema come esclusivamente legato a una questione di genere. Io ho avuto la fortuna, non avendo figli, di potermi dedicare a tempo pieno ai miei interessi e al mio lavoro.

Ma purtroppo ancora oggi la società ritiene che una donna senza figli non sia completa: sono preconcetti, io se dovessi tornare indietro rifarei la stessa scelta.

Non tutti abbiamo le stesse esigenze e dovremmo imparare a non giudicare con superficialità o con il proprio metro quelle altrui.

Cosa direbbe a una ragazza in difficoltà?

Che fanno parte della vita e che, proprio per questo, è importante avere persone fidate e amorevoli vicino a noi che ci possono aiutare e sostenere nei momenti più duri, ma che poi ci si deve rialzare da soli e trovare unicamente dentro noi la forza per superare le difficoltà.

Come ci si rialza dopo un fallimento?

Si leccano le ferite, si trova qualcosa che ci piace in cui impegnarsi e si ricomincia. La vita a volte è dura, ma è anche piena di bellissime e inaspettate sorprese. Sono i fallimenti a farci ancor più apprezzare i successi.

Cosa direbbe il bambino che è in lei dell’adulto che è diventata?

Direbbe che “chi la dura la vince”. Che la mia testardaggine, tanto criticata da famigliari e amici, ha portato dei risultati. Ma soprattutto sarebbe fiero di me che continuo a guardare il mondo con gli occhi di un bambino e a volermi divertire nel fare il mio lavoro.

Se la sua vita fosse un hashtag, quale sceglierebbe?

Sicuramente #combattere!

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

  • 1
Ultime notizie: Fattore D
  • 1