Fattore d

«Mi ricordo quando non potevo permettermi neppure una pizza...»

Rosi Dafond Campisi è la nuova protagonista di Fattore D, la rubrica che vede protagoniste donne con alle spalle un percorso professionale di successo

«Mi ricordo quando non potevo permettermi neppure una pizza...»

«Mi ricordo quando non potevo permettermi neppure una pizza...»

Figlia di immigrati siciliani. Un cognome difficile da portare nel Ticino degli anni ’70 e un senso di inadeguatezza che si scrollerà di dosso soltanto a 40 anni. Grazie anche ai due uomini della sua vita che l’hanno sempre sostenuta, oggi Rosi Dafond Campisi è una donna affermata nel campo della coiffure. Negli anni ’80 il settore era controllato da soli uomini. Fino a quando arrivò lei.

Come inizia la sua storia?

4 giugno 1979. È la data dell’apertura del mio primo salone a Muralto, insieme ad un’amica parrucchiera. Avevo appena terminato il tirocinio e non avevo un centesimo. Malgrado ciò una banca mi concesse un credito di 20mila franchi. Era il minimo necessario per avviare un’attività, ma a me sembrava un tesoro. Ancora oggi provo gratitudine per il funzionario che mi accordò la somma. Per 4 anni lavorammo sodo, senza alzare la testa. Poi, proprio quando rimasi incinta della mia prima figlia, la mia amica mi annunciò che avrebbe gettato la spugna. Io mi rimboccai le maniche e guardai avanti. Per fortuna accanto a me c’era un marito che mi spronava e che mi sosteneva nella mia vita professionale. Inoltre le nostre due famiglie ci hanno aiutato a crescere nostra figlia.

Parrucchiera, una professione che sognava sin da piccola?

Era l’ultimo dei miei desideri. Da piccola non sognavo le forbici da parrucchiera, bensì il bisturi della dottoressa. Volevo studiare medicina. A 16 anni i miei genitori mi fecero ben presto tornare con i piedi per terra. “Devi scegliere una formazione dalla durata massima di 3 anni” mi disse perentoria mia mamma. Essendo operai, non potevano garantirmi studi costosi come quelli universitari.

Poi un giorno una mia amica parrucchiera, per la quale mi prestavo a farle da modella, mi suggerì di iniziare un tirocinio in questo campo. Mi dissi: “ Perché no, magari facendo la parrucchiera guadagno qualcosa”. Iniziò così la carriera di Rosi Dafond. Per caso.

«Mi ricordo quando non potevo permettermi neppure una pizza...»

“La cosa più importante di tutta la vita è la scelta del lavoro. Ed è affidata al caso”. Una frase di Blaise Pascal che le calza a pennello, dunque...

Direi proprio di sì.

Primo grosso ostacolo?

I primi 5 anni di attività. Li ho vissuti stringendo la cinghia, senza un giorno di vacanza.

La pizza con gli amici? Non me la potevo permettere

Semmai un caffè dopo cena. Il cappotto nuovo? Me lo acquistavo a Natale, con le mance racimolate durante l’anno. Io ero da sola, senza personale e con gli interessi del credito da onorare. Eppure non mi sono mai sentita inferiore agli altri. Tutto ciò non mi pesava, capivo che era il prezzo da pagare per la mia indipendenza. Mentre la mia socia rimaneva in salone, io giravo la Svizzera in cerca di nuove tecniche. Pian piano le cose migliorarono: cominciammo a crearci una nostra piccola clientela, grazie al fatto che non offrivamo semplici tagli alla moda, bensì consulenze e consigli. Poi i saloni divennero due e gli impiegati passarono da 0 a 15. Ma questa è storia recente.

Devo però ammettere che il più grande ostacolo della mia vita me lo costruii io, nella mia testa: provavo un senso di inadeguatezza che non mi permetteva di vivere fino in fondo il mio successo professionale.

Malgrado avessi conseguito tutti gli attestati possibili del mio settore, non mi sentivo all’altezza, soprattutto quando ero chiamata a parlare di fronte ad un pubblico, che era quasi sempre composto da uomini. Sentii che avevo bisogno di una formazione in più, anche slegata dal mondo della coiffure. A 40 anni mi iscrissi ad una scuola per ottenere il diploma federale di formatore di adulti. Dopo 5 anni la terminai e mi sentii rinata.

Ha percepito pregiudizi nei suoi confronti in quanto donna?

Tantissimi. Quando iniziai, le parrucchiere in Ticino erano considerate delle poco di buono. Io mi battei subito per nobilitare la nostra categoria. Entrai nell’associazione Coiffure Svizzera – chiamata allora “Associazione Svizzera Padroni Parrucchieri” – e picchiai i pugni fino a quando non entrarono donne anche nel Comitato centrale: a Berna si ricordano ancora oggi di me. Contemporaneamente lavoravo nei miei due saloni. Un attivismo tutto al femminile che venne premiato: pochi anni dopo, mi nominarono presidente di Coiffure Suisse. Per me fu un vero riconoscimento, giunto dopo tanti anni di duro lavoro. Tuttavia, alla cerimonia ufficiale della mia nomina qualcuno pensò bene di guastarmi la festa con una frase che ricordo ancora oggi.

“Chissà da quale letto sei passata” mi sentii dire. Passai la notte in bianco dalla rabbia.

Quel che mi rattrista di più è che spesso do più fastidio alle donne che agli uomini. Non c’è solidarietà tra di noi. Peccato.

«Mi ricordo quando non potevo permettermi neppure una pizza...»

Cosa desidera dire alle giovani donne di oggi?

Se vuoi fare carriera devi lottare.

Io non ho rinunciato alla mia vita professionale per la famiglia. Avrei adorato coccolare mia figlia davanti al camino, ma ho preferito puntare sulla carriera. L’ho fatto non perché non mi importava nulla dei miei cari, bensì perché volevo garantire loro un futuro migliore. Ero in chiaro su ciò che volevo.

Oggi, le giovani donne non sanno decidersi: resto a casa con i figli oppure continuo a lavorare? Una indecisione che rischia di interrompere promettenti carriere. Il successo non è scontato, occorre costruirselo giorno dopo giorno, facendo anche sacrifici.

C’è un altro fattore che mi preoccupa: l’immagine della donna di oggi. Mi sembra di essere tornata indietro nel tempo, quando la donna era considerata un soprammobile, un oggetto. Oggi conta più una fotografia “giusta” sui social che un curriculum di studi. Poi al primo ostacolo queste ragazze cadono senza più rialzarsi, perché dietro l’immagine c’è il vuoto. Forse è anche colpa di noi genitori, così indaffarati nel volerli proteggere da non accorgerci che in questo modo zavorriamo la loro esistenza. Gli ostacoli esistono, la vita non è tutta rose e fiori. Bisogna saper trasformare le avversità in opportunità. In questo mondo di incertezze dobbiamo mostrare la nostra forza. Noi abbiamo un grande potenziale, potremmo cambiare il mondo, già a partire dal nostro focolare.

Cosa direbbe la bambina che è in lei dell’adulta che è diventata?

Fiera ed incredula di essere riuscita nel suo piccolo a fare quello che ha fatto. Orgogliosa di garantire un futuro anche ad altre persone, come quelle che formano il mio team. Oggi il negozio non è più mio, bensì dei miei collaboratori. Per me ciò è motivo di orgoglio.

Se la sua vita fosse un hashtag, quale sarebbe?

#tenacia

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