FATTORE D

«Non subite il sistema scolastico basato solo sulle note!»

Prosegue la serie di ritratti di donne che ce l’hanno fatta: oggi sotto i riflettori del fattore D, la rubrica curata da Prisca Dindo, c’è Maria Bonzanigo

«Non subite il sistema scolastico basato solo sulle note!»
(Foto Pedrazzini)

«Non subite il sistema scolastico basato solo sulle note!»

(Foto Pedrazzini)

«Non subite il sistema scolastico basato solo sulle note!»

«Non subite il sistema scolastico basato solo sulle note!»

«Non subite il sistema scolastico basato solo sulle note!»

«Non subite il sistema scolastico basato solo sulle note!»

A 17 anni abbandonò il liceo con un’unica convinzione: che il suo futuro sarebbe stato nel campo artistico. Compositrice, coreografa, co-fondatrice della Compagnia Finzi Pasca, oggi Maria Bonzanigo ha raggiunto il suo obiettivo. Anche se, in quanto donna, ha dovuto stringere di più i denti rispetto ai suoi colleghi uomini.

Come inizia la storia di Maria?
Da una piccola storia legata all’emigrazione che mi ha segnata molto. Ho vissuto parte della mia infanzia in svizzera francese, dove sono nata e dove a quel tempo gli italiani non erano da tutti visti di buon occhio. «Celui-là est un sale italien» (quello è uno sporco italiano) mi disse una mia compagna di scuola indicando il figlio di una famiglia italiana, tra l’altro amica di mio papà e di mia mamma. «Pure io sono italiana» le risposi con orgoglio, anche se sono ticinese. Da allora diventai allergica alla xenofobia. Tanto più che alcuni anni dopo, al nostro rientro in Ticino, mi sentii «diversa» pure io: avevo un forte accento francese, mi piaceva danzare e far musica. Tutte cose considerate leggermente strane in Ticino all’inizio degli anni 70. Poi arrivò come un macigno sulla testa di tutti noi: la malattia di mia mamma, che mi fece chiudere nel mio guscio, spingendomi a scegliere lo studio della danza e della musica e ad abbandonare il liceo che personalmente percepivo come riduttivo e superficiale.

Una scelta azzardata in un mondo dove i diplomi contano più di ogni cosa...
Il mio futuro era incerto agli occhi della maggior parte della gente che mi stava attorno. La forza della mia convinzione e l’appoggio incondizionato dei miei genitori hanno giocato un ruolo importante. Seguii le orme di mia mamma, che era danzatrice. Parallelamente a questa formazione, studiai composizione. Sono stati anni difficili per me, resi ancor più complicati dalle condizioni di salute di mia mamma. Lei mi permise di dare lezioni alle sue allieve, guidandomi dal lato didattico. Fu un momento molto intenso, perché fu come se mia madre malata stesse passandomi il testimone. Quando lei morì, io la sostituii.

Foto Pedrazzini
Foto Pedrazzini
La forza della mia convinzione e l’appoggio incondizionato dei miei genitori hanno giocato un ruolo importante

È in questo periodo che nacque il connubio tra lei e Daniele Finzi Pasca..
Proprio il mese in un cui morì mia madre conobbi Daniele. Pure lui aveva alle spalle un periodo di scelte forti. Abbiamo subito condiviso un desiderio: costituire una nostra compagnia. All’inizio fu davvero dura: vivere di teatro in Ticino non era semplice. In seguito trovammo chi credette in noi.

All’inizio fu davvero dura: vivere di teatro in Ticino non era semplice

Quanto è stato importante per lei l’adattarsi?

In una compagnia di teatro è fondamentale adattarsi. Mi piace star bene e far star bene la gente. Sono convinta che l’adattamento reciproco è basilare per lavorare bene. Attualmente nella nostra compagnia siamo una cinquantina di persone. L’adattamento tra noi e l’adattamento alla cultura del luogo dove realizziamo i vari progetti è estremamente importante.

«Ognuno di noi è artista della propria vita: che lo sappia o no, che lo voglia o no, che gli piaccia o no». La frase è di Zigmunt Bauman, sociologo. È d’accordo?
Sì, sono d’accordo. È chiaro che ci sono certe contingenze che non ti lasciano grandi spazi di manovra. Sto pensando a chi nasce in zone di guerra. Però è possibile plasmare almeno in parte la propria vita: basti pensare a Malala per capire che è vera questa frase.

Conta più la fortuna o la dedizione?
Mi piace pensare che la dedizione conti molto di più della fortuna. Anche se un pizzico di fortuna non guasta mai.

Ho l’impressione che le opportunità siano arrivate in modo serendipitico

Hai incontrato più ostacoli o più opportunità?
Ho l’impressione che le opportunità siano arrivate in modo serendipitico, nel senso che sono arrivate da dove meno me le aspettavo. Ho l’impressione che ad ostinarsi ad abbattere ostacoli non si vedono più le opportunità. Per coglierle devi lasciare andare qualcosa d’altro.

Quale è stato il primo ostacolo che ha incontrato sul suo percorso professionale?
La malattia di mia mamma. Un fulmine a ciel sereno per me 12 enne. Di colpo la mia vita divenne grigia. Da quando avevo 4 anni prendevo lezioni di danza da lei. L’ostacolo della malattia si è però trasformato in qualche modo in forza. Quando morì lei mi diede tanto coraggio per andare avanti, per non mollare. Ho avuto genitori formidabili.

Ci sono stati pregiudizi nel suo mestiere che ha dovuto combattere in quanto donna?
Sì, ci sono stati pregiudizi. Non direi di aver avuto enormi difficoltà, però un pochino sì. È come se avessi sempre dovuto dimostrare qualcosa in più rispetto ai colleghi uomini. La bellezza (parlo di quando ero più giovane e più bella) non mi era d’aiuto. Anzi: era spesso un argomento per mettermi a tacere a fare la bella statuina. Ma sono caparbia e ho seguito la mia strada.

La domanda giusta da porsi è: “Cosa potrei dare io al mondo?” “Quali sono le mie forze?”. Le direi che è preziosa quale essa è

Cosa direbbe ad una ragazza in difficoltà?
Di rimanere fedele a se stessa e di non subire il sistema scolastico, spesso basato unicamente sulle note. La domanda giusta da porsi è: “Cosa potrei dare io al mondo?” “Quali sono le mie forze?”. Le direi che è preziosa quale essa è. Deve sapere che pure lei ha indubbiamente uno o più talenti da coltivare.

Come ci si rialza dopo una fallimento?
Coccolandosi, recuperando energia persa. A volte ci vuole un giorno altre volte settimane o mesi. E poi ammettere che si può sbagliare. Perdonarsi. E perdonare agli altri. Magari la sconfitta non è tutta colpa degli altri.

Cosa direbbe il bambino che è in lei dell’adulto che è diventata?
Da bambina feci un patto con me stessa. Dissi così all’adulta in me che sarei diventata: – Da grande dovrai ricordare come pensavi da piccola. Da grande dovrai ricordati di non schiacciarmi e di non schiacciare gli altri bambini. Spero di esserci riuscita un pochino.

Se la sua vita fosse un hashtag, quale sceglierebbe?
Sicuramente #fedeleasestessa

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