«Senza i miei genitori non ce l’avrei mai fatta»

Fattore D

Tessa Tognetti, contadina bio, è la nuova protagonista di Fattore D, la rubrica che vede protagoniste donne con alle spalle un percorso professionale di successo

«Senza i miei genitori non ce l’avrei mai fatta»
Tessa Tognetti nel suo agriturismo. (Foto Carlo Reguzzi)

«Senza i miei genitori non ce l’avrei mai fatta»

Tessa Tognetti nel suo agriturismo. (Foto Carlo Reguzzi)

«Senza i miei genitori non ce l’avrei mai fatta»

«Senza i miei genitori non ce l’avrei mai fatta»

«Senza i miei genitori non ce l’avrei mai fatta»

«Senza i miei genitori non ce l’avrei mai fatta»

Una tentata aggressione a Bellinzona rischiò di minarle per sempre la vita. Una volta vinta la paura che le fece bocciare la terza liceo, Tessa Tognetti ingranò la quinta. Nel giro di pochi anni si ritrovò mamma, diplomata come agricoltrice e laureata in Storia contemporanea e Antropologia sociale. Una vita in salita affrontata da una giovane contadina bio con un coraggio da leoni.

Tessa, da dove inizia la sua storia?
«I miei ricordi di bambina sono scanditi dal ritmo contadino della Colombera a S. Antonino, la fattoria di famiglia. Sono cresciuta lì, in mezzo agli animali. Le estati le trascorrevo all’alpeggio insieme a mia mamma, mio padre spesso era al piano per la fienagione. Ricordo bene quando a maggio imboccavamo i sentieri della transumanza e tornavamo a settembre. Poi arrivò il momento delle scuole dell’obbligo. Elementari a Camorino, Medie a Giubiasco, Liceo a Bellinzona. Tutto regolare...fino alla terza Liceo. Il mio primo “scarpüsch”».

Cosa successe?
«Subii una tentata aggressione. Successe nel tardo pomeriggio, mentre rientravo a casa da Bellinzona. Fu terribile. Segnalai l’aggressione in polizia ma da quel momento cominciai ad avere paura di tutto. Mi isolai e smisi di studiare. Alla fine mi ero talmente estraniata dalla realtà che bocciai l’anno. I miei genitori e i miei amici non capivano più nulla, perché io non trovavo la forza di spiegare loro cosa stesse succedendo dentro di me. Se penso a quel periodo ho un buco nero nella memoria. Probabilmente quel tentativo di aggressione toccò corde sensibili in me».

Impiegai un anno intero per uscire da quel buco nero...

Come fece ad uscire da quel buco nero?
«Impiegai un anno intero per uscire dal tunnel. Alla fine, quando trovai il coraggio di parlarne con i miei genitori, rinacqui. In loro trovai un appoggio totale: finalmente iniziavo a reagire. Ripetei l’anno e terminai il liceo senza problema alcuno. Non ce l’avrei mai fatta senza il sostegno della mia famiglia».

Poi è arrivato il momento della scelta dell’Uni....
«Pur non avendo le idee molto in chiaro, sentivo di essere legata sia alla terra, sia ai principi sociali e agli insegnamenti che bisognerebbe riuscire a trarre dalla storia. Navigando in Internet scoprii l’esistenza delle Scienze delle società, politiche e religioni che veniva insegnata all’università di Friborgo. Decisi di iscrivermi come seconda materia, la prima fu Storia contemporanea. Il giorno della mia partenza dal Ticino mi sentivo morire: le mie paure non erano ancora totalmente domate. Alla fine saltai sul treno per Friborgo e dopo 4 anni terminai il Bachelor. Non solo: trovai pure il coraggio di iscrivermi ad un Erasmus e di partire in Spagna, a Granada, dove feci l’ultimo semestre. Fu una grande sfida. Quando rientrai dalla Spagna mi iscrissi per un Master in Antropologia sociale e studi sociopolitici, sempre a Friborgo».

Che ci azzecca un’antropologa con la contadina di oggi?
«Successe durante il Master. Fu stupendo andare tanto lontano come in Spagna, ma sempre di più sentivo che la mia vita era qui, nella fattoria dei miei genitori, e sentivo un gran desiderio di fare famiglia. Un giorno all’alpe mia madre mi raccontò di come mio nonno faceva il formaggio e... fu come la scintilla del primo amore. Strano così tardi, visto che ci sono nata e cresciuta in questa realtà... Perciò, mentre scrivevo la tesi, mi iscrissi contemporaneamente alla scuola agricola di Mezzana, dove feci 3 anni in uno. Non nascondo che è stata durissima ma ero consapevole che se fosse passato troppo tempo, i miei genitori non avrebbero potuto godersi la pensione. Proprio in quegli anni conobbi il mio compagno, pure lui agricoltore. Nel giro di pochi mesi mi sono ritrovata laureata, diplomata e.... mamma di un adorabile bimbo, che è il nostro sole».

I suoi genitori tifavano affinché pure lei diventasse contadina?
«Assolutamente no. Anzi. I miei genitori non hanno mai spinto nessuno di noi a pensare alla fattoria. Tant’è che mio fratello e le mie altre 3 sorelle hanno percorso strade totalmente diverse da quella agricola. Tuttavia, con le loro diverse conoscenze, riescono a sostenermi in quello che porto avanti. Io decisi di diventare contadina bio perché sentivo il richiamo della terra e delle tradizioni. Ciò non toglie che quando comunicai a mia mamma e a mio papà la mia scelta, ne furono felicissimi».

Ho la fortuna di sentirmi soddisfatta sia come mamma sia come contadina
«Senza i miei genitori non ce l’avrei mai fatta»

Conta più la fortuna o dedizione?
«Le metterei a pari merito».

Più ostacoli o opportunità?
«Difficile fornire una risposta perché le difficoltà sono molto soggettive. Ciò che per me sembra insormontabile per un altro non lo è. Dipende molto dal nostro vissuto».

Il primo ostacolo che incontrò sul suo cammino?
«La tentata aggressione ha sicuramente segnato la mia adolescenza. Ancora oggi purtroppo gli abusi sulle donne capitano troppo spesso...»

Nel mondo contadino ha vissuto pregiudizi perché donna?
«Direi di sì, anche se non si può fare di tutte le erbe un fascio. Quante volte mi sono sentita dire “Lei? Non sarà capace di guidare il trattore” oppure “Come costruirà recinti con quel fisico così esile?”. È chiaro che rispetto ad un uomo da 150 chili sono meno forte, ma anche nel mondo contadino il cervello conta».

È possibile coniugare la famiglia con il suo mestiere?
«Grazie al sostegno di tutta la famiglia, riesco a far convivere i due mondi. Ho la fortuna di sentirmi soddisfatta sia come mamma sia come contadina. Altre donne non possono dire altrettanto».

Cosa direbbe ad una ragazza in difficoltà?
«Consiglio di non lasciare mai nulla di intentato, di provare e riprovare. Finché non ti confronti con tutto ciò che potresti fare, non riesci ad individuare il tuo limite».

Come ci si rialza dopo un fallimento?
«Bisogna trovare un punto fermo. Trovare ciò che ci fa sentire bene per poi andare con nuova forza in cerca della propria strada. Uno dei miei punti fermi in ambito agricolo fu Elvis, un contadino di Monte Carasso come non ce ne sono più oggi. Venni a sapere che era in difficoltà. Malgrado mi sentissi un po' smarrita e al limite delle forze a causa degli studi e dei lavori part-time, decisi di chiedergli se gli servisse aiuto. Seppur con scetticismo, lui acconsentì. In realtà non feci molto per lui, salvo aiutarlo per alcuni mesi con la stalla delle capre e delle pecore. Però questa esperienza fu preziosissima per me. Prima di tutto in quanto donna, perché Elvis mi diede la possibilità di dimostrargli che potevo farcela. E poi come contadina, perché rinfrancarmi sul fatto che potevo farcela anche in un contesto "senza mamma e papà" mi ha dato la sicurezza di iscrivermi alla scuola agricola».

Cosa direbbe la bambina che è in te dell’adulta che è diventata?
«Mi guarderebbe con soddisfazione. Pensavo di finire in un istituto di cura invece ho preso in mano la mia vita».

Se la sua vita fosse un hashtag, quale sceglierebbe?
«Fa nulla se non lo scelgo? Faccio fatica a definirmi ma anche a definire il prossimo con una sola parola...»

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