Fattore D

Una mamma che non si arrende mai

Alessandra Prinz è la nuova protagonista di fattore D, la rubrica dedicata alle donne ma pensata per tutti coloro che si trovano professionalmente in difficoltà

Una mamma che non si arrende mai
(foto Reguzzi)

Una mamma che non si arrende mai

(foto Reguzzi)

Due figli. Due città, due lavori. Alessandra Prinz ha un negozio a Bellinzona ed è funzionaria federale a Berna. Ecco la storia di una donna tenace, che non ha mai mollato neppure di fronte alle avversità.

Titolare di un negozio a Bellinzona e funzionaria federale a Berna. Da dove salta fuori questa strana combinazione?

Diciamo che la mia vita professionale è frutto di un certo spirito di adattamento, che mi ha aiutato anche di fronte alle avversità, come l’improvvisa morte di mio padre, che era titolare di un negozio e Bellinzona, quando avevo 40 anni.

Al diritto sono arrivata per caso. Anzi: a dire il vero, su gentile invito dei miei genitori...

Cosa voleva fare da piccola?

Io sono cresciuta nel negozio di un’amica di mia mamma che faceva la parrucchiera. Lavavo le teste e le passavo i bigodini. “Questo è il mio mestiere”, mi dicevo da piccola. Un lavoro piuttosto manuale, non intellettuale. Al diritto sono arrivata per caso. Anzi: a dire il vero, su gentile invito dei miei genitori...

Una mamma che non si arrende mai

Ci spieghi meglio...

Terminato il liceo a Bellinzona, espressi il desiderio di frequentare la scuola di traduzione a Ginevra. I miei genitori arricciarono il naso. Mi dissero che sarebbe stato meglio fare altro. Allora proposi economia a San Gallo. Niente: bocciarono pure questa proposta. Alla fine fui ubbidiente, come era normale a quei tempi, e mi iscrissi alla facoltà di Diritto di Berna, seguendo la loro indicazione. Scoprii una passione. Adoravo il Diritto, in quanto strumento di partecipazione e modalità di convivenza fra gli individui e all’interno della società. Mi appassionai al Diritto pubblico. A Berna incontrai pure mio marito, che è di Losone. Quando terminammo gli studi, decidemmo di rimanere nella Capitale: a lui era stato proposto un lavoro come assistente all’università, io cercai qualcosa nell’amministrazione federale. Lo trovai nel del Dipartimento federale dell’Interno e ci rimasi per 22 anni.

Decidemmo di andare avanti, malgrado le difficoltà che un’attività commerciale come la nostra incontra giorno dopo giorno

A Bellinzona come ci tornò?

Fu la tragedia di mio padre a riportarmi in Ticino. Una domenica di 12 anni fa la polizia si presentò alla mia porta e mi comunicò che mio padre era morto in un incidente stradale. Pure la sua compagna versava in gravissime condizioni. Rimaneva il negozio di Bellinzona da gestire, insieme a tutto il suo personale. Avevo poco tempo per pensare: o chiudevo o lo tenevo aperto. Chiesi alle dipendenti, che erano molto attaccate a mio padre e al negozio, di lavorare fino a fine dicembre, mentre io sarei rimasta la maggior parte del tempo a Berna. Furono d’accordo. Fu un’esperienza notevole per tutte noi, divise fra il lutto e l’entusiasmo nell’affrontare la nostra sfida. Decidemmo di andare avanti, malgrado le difficoltà che un’attività commerciale come la nostra incontra giorno dopo giorno, soprattutto in una città come Bellinzona, che non è una metropoli. Noi volevamo resistere, ben coscienti che la strada era tutta in salita.

Lei è anche mamma. È stato facile coniugare la sua vita famigliare con quella professionale?

All’inizio, quando nacquero i nostri due figli, fu difficilissimo. Mio marito si recava spesso all’estero e io dovevo destreggiarmi tra lavoro, poppate notturne e impegni di casa. Non sapevo più cosa fare, ero disperata e la notte spesso piangevo. Non avevo alternative perché non volevo ma neanche avrei potuto lasciare il mio lavoro: lo stipendio di mio marito non sarebbe mai bastato. Inoltre temevo che se avessi smesso di lavorare, non avrei più ritrovato un altro posto. Fortunatamente dopo due anni mio marito rientrò definitivamente e la situazione tornò alla normalità.

”Ha figli, non lavora al 100%...” diceva di me un collega che voleva soffiarmi il posto. Alla fine ce la fece e io ci rimasi tanto male che me ne andai

Pregiudizi in qualità di donna?

Si, li ho vissuti non tanto in veste di donna ma di mamma. Finché ti limiti alla gestione corrente va tutto bene, quando sei un quadro e lavori a tempo parziale diventa più complicato. “Ha figli, non lavora al 100%...” diceva di me un collega che voleva soffiarmi il posto. Alla fine ce la fece e io ci rimasi tanto male che me ne andai. Pensi, fu una donna a metterlo al mio posto. Ma quando si chiude una porta si apre un portone e dopo qualche anno entrai a far parte della direzione dello stesso ufficio, che conta più di 300 persone! Semplicemente passando da un'altra strada ... “Tu non ti arrendi mai” mi diceva spesso mia figlia. È vero, sono una persona tenace, non mi arrendo facilmente.

Essere donna oggi cosa significa?

Io cerco sempre di parlare di persone, non di genere, perché altrimenti crei la distinzione e ciò non mi piace. Nell’ambito del lavoro noi donne lavoriamo in un modo diverso ma complementare.

Una mamma che non si arrende mai

Consiglio alle ragazze in difficoltà?

Formarsi, chiedere consigli ad altre persone e non mollare mai. Senza dimenticare che occorre capire bene cosa si vuole e di cosa si è capaci, analizzando le proprie forze e le proprie debolezze.

Come ci si rialza dopo un fallimento?

Io piano piano. Ho bisogno di tempo, però poi mi rialzo. È bene saper fallire, perché gli ostacoli sono parte della vita.

Alessandra bambina cosa direbbe all’Alessandra adulta?

Le direbbe di essere meno esigente con se stessa. Però si complimenterebbe, perché oggi è una donna felice e serena. Ciò per lei è importante.

L’hashtag della sua vita?

#partecipazione

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